Lorenzo Tosa è uno dei giornalisti più influenti della Rete, seguito da centinaia di migliaia di lettori. Ha pubblicato sui social media un lungo e dettagliato post sulla figura di Elly Schlein, con dovizia di fatti e particolari che pongono la segretaria del Pd a un livello politico più alto di quanto vorrebbero animosi e intimoriti avversari, anche del suo partito. Si potrebbe dire che questa volta, alla vigilia di scelte importanti per la sinistra italiana, in molti la stanno vedendo arrivare.
di Lorenzo Tosa *
Ieri mi è capitato di imbattermi, incredulo e sbigottito, in una petizione che chiedeva le dimissioni di Elly Schlein da segretaria del Partito Democratico. Schlein viene esplicitamente invitata a farsi da parte in nome di un non meglio precisato bene della sinistra. E a rivolgere quest’appello è gente che si dichiara orgogliosamente di sinistra. Che, in un momento storico spaventoso, nel pieno del più grave attacco ai principi costituzionali del nostro Paese da parte di un governo fascistoide per inseguire un fascista vero, non trova niente di meglio da fare che picconare la segretaria del primo partito d’opposizione.
Se ci pensate, è la cosa più di sinistra che possa esserci: farsi male da soli, un’auto-flagellazione tafazziana. Perché non si spiega in altro modo chiedere le dimissioni di una giovane donna 41enne che si è costruita politicamente da sola, facendo la gavetta nella sinistra militante, combattendo in anticipo di una decina d’anni tutte le battaglie che oggi sono al centro dell’agenda progressista: cambiamento climatico, migranti, lavoro, diritti sociali e civili.
Una che ha avuto il coraggio di lasciare il partito nel pieno del renzismo dilagante molto prima che lo facessero tutti gli altri, salvo poi rientrarne per cambiarlo dal di dentro e riportarlo saldamente a sinistra, dopo anni di sbornia post-blairiana. Quando si è candidata a guidarlo, il Pd era in coma farmacologico al 16% nei sondaggi e senza una direzione, oltreché una guida. Oggi, tre anni e mezzo dopo, è saldamente secondo partito del Paese, ha ottenuto il 24,1% alle Europee ed è sistematicamente il primo partito in quasi tutte le elezioni amministrative e regionali.
Dopo anni di fratture insanabili, è riuscita a rimettere insieme, tra mille difficoltà, Pd, Movimento 5 Stelle e Avs con la sua vocazione “testardamente unitaria”, e può piacere o meno, ma è l’unica strada possibile per battere Giorgia Meloni alle urne. Ha contribuito a riconquistare l’Umbria, la Sardegna, e a rifare dell’Emilia-Romagna quella roccaforte rossa che aveva smesso di essere, oltre a una lunga scia di vittorie alle Amministrative in molti dei capoluoghi chiave del Paese.
Ha promesso che avrebbe riportato il Partito democratico a casa, cioè a sinistra, e lo ha fatto in tutte le battaglie che ha portato avanti in questi tre anni: dal lavoro povero al salario minimo, dalla sanità pubblica universale alla scuola “aperta a tutti”, come prevede l’articolo 34 della Costituzione, dal welfare al congedo parentale, dal carro del Pride ai cancelli delle fabbriche, sino alla bandiera dell’antifascismo da sventolare finalmente con orgoglio.
È anche la donna che in questi giorni sta facendo una battaglia coraggiosa e non scontata contro il Ddl Antisemitismo, lei che viene da una famiglia ebraica, senza che questo le impedisca di vedere in quella legge un rischio e un pericolo per la libertà d’espressione e di critica dello Stato di Israele.
E ancora, è la segretaria del partito che ha ottenuto oltre 10 milioni di euro di finanziamento spontaneo, record di sempre per il 2×1000, quasi il doppio di Meloni, con una crescita del 40% da quando è leader.
Ha risanato i conti interni, registrando il miglior bilancio da 15 anni a questa parte con un avanzo di 3,624 milioni e patrimonio netto sopra 5,5 milioni al 2025. E, dopo otto anni, è riuscita a far uscire i dipendenti del partito dalla cassa integrazione. E proprio ai dipendenti ha applicato la riduzione dell’orario di lavoro a parità di stipendio e il congedo paritario retribuito, facendo in casa propria quello che propone per il Paese.
Ha rilanciato i Giovani Democratici e la Conferenza delle Democratiche, che oggi sono tornati centrali nel dibattito pubblico interno e – lo abbiamo visto di recente con Virginia Libero – pure in quello del Paese.
È riuscita, con raffinate doti politiche e diplomatiche spesso non riconosciute, a tenere insieme almeno tre anime diverse del partito – la sinistra radicale, i cattolici e i riformisti – consapevole che in un partito largo e plurale bisogna spesso cesellare, cucire, lavorare di sintesi, ma senza mai per questo rinunciare a tenere la barra dritta sulla linea che si era data nel febbraio 2023, il giorno in cui “non l’hanno vista arrivare”.
Elly Schlein, piaccia o meno, è oggi l’unica vera e seria interlocutrice progressista riconosciuta in Europa, l’unica in Italia che siede fianco a fianco con Sánchez, Lula, Petro, Costa e tutti i grandi leader socialisti a livello mondiale. È stata una delle più credibili oppositrici dell’oscena riforma della Giustizia, sfidando – e demolendo una a una – tutta la propaganda e le fake news di Meloni sui giudici e sulla magistratura.
E se abbiamo respinto l’assalto alla Costituzione lo dobbiamo anche a lei.
L’hanno criticata perché “non ammicca abbastanza alla gente”, perché “non si capisce quello che dice”, e la sua unica colpa è quella di parlare troppo bene, troppo pulita, senza mossette, sbragature da bar né “disciamo”, colpa inemendabile in un Paese spaventosamente e orgogliosamente ignorante. E in tutto ciò ha dimostrato di avere una statura politica istituzionale che in molti neanche sospettavano, e che oggi, dopo tanta fatica, la vede pure primeggiare nei sondaggi delle Primarie del Campo largo. Questi sono i fatti, al di là delle opinioni.
Ma, soprattutto, questo è il momento dell’unità, dell’unione, del fronte comune contro uno dei pericoli più gravi ai fondamenti democratici della Storia repubblicana. Di fronte a gente che nega il femminicidio, esclude gli stranieri da scuola, rimette in discussione l’aborto, chiedere di farsi da parte a una delle poche vere leader di sinistra non è solo miope. È auto-lesionismo allo stato puro. In un Paese normale, una sinistra degna di questo nome chiederebbe le dimissioni a chi indegnamente ci governa, non a chi rappresenta una delle rare e ultime alternative rimaste.
Se proprio siete così prevenuti da non riconoscere quello che Elena Ethel Schlein detta Elly ha fatto in questi tre anni, almeno lasciatela lavorare. Sarà anche impopolare oggi scrivere un post come questo, sarà anche troppo lungo, troppo argomentato, troppo poco di pancia, ma è, prima di ogni altra cosa, io credo, semplicemente giusto. E qualcuno doveva pur dirlo
(Cortesia di Lorenzo Tosa)

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