sabato 24 Gennaio 2026

C'è una crepa in ogni cosa. E' da li' che entra la luce (Leonard Cohen)

I CORTIGIANI

Che succede negli Stati Uniti? Un interrogativo che pesa sull’opinione pubblica del mondo libero che trova però sempre meno risposte se non l’adagiarsi su un cinico e servile rispetto per l’imperatore del nuovo mondo che tanto desidera sconvolgerlo per i suoi fini di dominio e di ricchezza. Dall’America di Donald Trump ecco la lucida analisi di Massimo Jauss giornalista  e commentatore del giornale The Voice of New York.

di Massimo Jauss *

C’è qualcosa di profondamente teatrale nella Washington di queste settimane, ma non è il teatro nobile della democrazia che discute, che si confronta, che si corregge. È piuttosto una rappresentazione barocca, a tratti grottesca, dove il potere non è più solo esercizio di responsabilità ma diventa scena, gesto, sguardo da interpretare, capriccio da anticipare. Una corte che si muove attorno al trono intenta a cogliere ogni inflessione del sovrano, ogni sospetto, ogni irritazione, per trasformarla immediatamente in linea politica, in iniziativa amministrativa, in atto giudiziario.

Il caso dell’indagine contro Jerome Powell (il capo delle Federal Reserve, ndr)è solo l’ultimo atto di questa rappresentazione. Non perché sia di per sé una prova di colpevolezza o di abuso, ma perché si inserisce in un contesto talmente saturo di pressioni, di attacchi, di delegittimazione preventiva, da rendere quasi inevitabile il sospetto che qualcuno stia cercando di dimostrare zelo più che rigore. Nessuna prova di un ordine diretto, nessuna pistola fumante, eppure un clima così denso da rendere superflua persino la telefonata. Come nelle corti antiche, il meccanismo non è l’imposizione esplicita, ma l’anticipazione compiacente.

È una dinamica antica. I boiardi dello zar che gareggiavano in obbedienza per timore di essere sospettati di tiepidezza, i funzionari dei regimi che estremizzavano gli ordini pur di dimostrarsi più fedeli degli altri, i personaggi del Grande Dittatore di Chaplin che scivolavano in una danza ridicola e inquietante attorno al globo del potere. Si ride, perché è grottesco. Poi si smette di ridere, quando si comprende che la coreografia ha conseguenze reali.

La stessa logica sembra muovere altre scene di questa stagione politica. A Minneapolis una donna, Renee Good, è stata uccisa durante un’operazione federale. I video circolati online mostrano una situazione confusa, una donna che stava andando via, una dinamica che solleva domande legittime. Ma prima ancora che quelle domande potessero essere affrontate con calma, sono arrivati i proclami. Kristi Noem ha parlato di terrorismo, ha annunciato nuove operazioni, ha blindato l’operato degli agenti. J.D. Vance ha difeso l’azione come inevitabile, ha spostato il discorso dal fatto alla narrativa, dalla tragedia alla colpa presunta. Non indagini indipendenti, non cautela istituzionale, ma immediata adesione alla versione più utile politicamente. Non è la ricerca della verità, è la gara a dimostrare fedeltà.

È qui che la vicenda assume i contorni della tragicommedia. Perché il problema non è la singola dichiarazione, la singola iniziativa, il singolo eccesso. Il problema è l’atmosfera che si crea, quella in cui ogni attore del sistema sente di dover dimostrare continuamente la propria devozione, in cui la prudenza diventa sospetta, il dubbio diventa debolezza, la complessità diventa un ostacolo da spazzare via. È in questa atmosfera che la giustizia rischia di diventare strumento, che la sicurezza rischia di diventare propaganda, che le istituzioni indipendenti rischiano di trasformarsi in ingranaggi di un meccanismo di consenso.

Molti di questi protagonisti probabilmente sono convinti di fare la cosa giusta. Di servire una causa, di proteggere un leader, di incarnare la volontà popolare. È così che funzionano le derive più pericolose. Non nascono quasi mai da grandi cospirazioni, ma da una somma di piccoli atti di compiacenza, di decisioni prese per eccesso di zelo, di silenzi scelti per prudenza personale. La storia è piena di corti che applaudivano mentre le istituzioni si svuotavano, di funzionari che firmavano atti discutibili convinti di servire lo Stato, di apparati che continuavano a funzionare anche quando il principio democratico era già stato eroso.

Il paradosso è che tutto questo avviene mentre gli Stati Uniti si preparano a celebrare i 250 anni della loro democrazia. Due secoli e mezzo di equilibrio tra poteri, di diffidenza sana verso l’autorità concentrata, di culto quasi religioso per il principio dei pesi e contrappesi. Un anniversario che dovrebbe richiamare alla sobrietà, alla responsabilità, al rispetto delle regole come argine contro l’arbitrio. E invece si assiste a una corte che si agita, che si affanna, che si genuflette sempre più in profondità, come se la priorità non fosse più custodire le istituzioni, ma interpretare correttamente l’umore del sovrano.

È questo il vero rischio. Non la singola indagine, non la singola dichiarazione, non la singola tragedia strumentalizzata. Ma il rumore di fondo delle genuflessioni, l’idea che la lealtà conti più della legge, che l’allineamento conti più della verità, che l’obbedienza conti più del ruolo. È una dinamica che all’inizio può sembrare perfino folkloristica, quasi divertente. Poi, lentamente, ci si accorge che la scenografia non è più soltanto una farsa, ma la cornice dentro cui si sta ridefinendo il funzionamento stesso dello Stato.

E così, mentre si preparano le celebrazioni solenni per i 250 anni della Repubblica, resta sospesa una domanda più inquietante di tutte: si sta celebrando una tradizione viva, oppure si sta commemorando qualcosa che, pezzo dopo pezzo, i cortigiani stanno contribuendo a svuotare senza nemmeno rendersene conto.

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