di Claudia Zamorani
È calato il silenzio, il piu’ assordante. A Ferrara nessuno parla più delle due Torri abbuiate. Scheletri svettanti, scarnificati, vuoti. Nessuno parla più delle 500 persone sgomberate in una notte di gennaio per un principio di incendio. Una settimana di accoglienza, e poi fuori. Un addio poco generoso per una città, Ferrara, che vanta antiche tradizioni di accoglienza e di solidarietà.
Non ne parla più la politica. Passata l’onda, è ormai tempo di grammatiche elettorali.
Non ne parlano gli intellettuali, pochi e prudenti.
Non ne parlano gli artisti, un tempo pungolo delle coscienze ma oggi impegnati a sopravvivere in un sistema culturale che li affama e toglie loro la libertà. E, soprattutto, non ne parliamo più noi. Eppure sono qui i nostri concittadini. Sparsi tra parenti, amici, persone di buona volontà. O in affitti a peso d’oro, nella città più costosa d’Italia per caro prezzi.
A Roma, per 400 sgomberati da Spin Time, il sindaco Gualtieri ha firmato un’ordinanza di assistenza alloggiativa e aperto uno sportello. La stampa nazionale ne ha parlato, ha dato onore a chi se n’è fatto carico.
A Ferrara invece, dove gli amministratori hanno fatto come Ponzio Pilato, scaricandoli, la stampa nazionale ha taciuto come fosse normale e non uno scandalo, un’emergenza sociale e abitativa.
E poi l’ultimo atto. Il precipizio.
La pulizia delle Torri, per prevenire un’emergenza sanitaria che a Ferrara non la fa il Comune ma chi è stato cacciato. 244 scalini, 11 piani, una torcia frontale per vedere nella tromba buia e per pulire senza acqua. Ma come si fa? E se non pulisci, multa. Gli ultimi costretti a pulire le macerie della propria vita con la minaccia di doverle pure pagare.
Ferrara ha perso di umanità. È come una schiuma di mare, tutto che si consuma in superficie.
Una bulimia di fuochi d’artificio, luci, canti, fiumi di birra griffata e pitonata a chilometro zero. Poi l’onda passa, come una sbornia, e non resta nulla. Nulla di strutturato. Nulla di strutturale, nulla che rimanga. Nessuna politica sociale economica. Nessuna visione. Solo superficie e solitudini. Poi ciascuno a curarsi il proprio giardino e a ricavare prebende, come meglio può.
Dove sono gli intellettuali, quelli che nei luoghi in cui si formano le coscienze dovrebbero instillare il dubbio? Forse hanno scelto il mainstream per non rallentare la carriera. Dove sono gli artisti? Hanno abdicato perché il sistema li tiene per il collo.
Sarebbe stato bello se il Ferrara Buskers Festival 2026 si fosse fatto anche attorno al Grattacielo. Sarebbe stato un segno. Che siamo ancora vivi. E liberi.
Sarebbe stato bello se un consiglio comunale si fosse tenuto sotto quelle due Torri per riaccendere i fari su chi paga ancora mutuo e tasse per una casa dove non può tornare. Come si fece per l’insediamento in Darsena, l’Eldorado del Bundan, mentre la sua spada stava per cadere sugli ultimi. Perché a Ferrara presto avremo anche la differenziata per gli esseri umani. Per quelli che rovinano il decoro, l’unica cosa che ci è rimasta da offrire.
Siamo una comunità che la domenica va a messa e il lunedì dimentica l’unico comandamento che conta: ama il prossimo tuo come te stesso. A Ferrara non siamo più umani. Basta una preghiera per lavare i peccati. Poi torniamo a dormire in letti caldi, magari di ritorno dal festival celtico del Bundan, con le corna in testa e a tempo di musica, amministratori compresi.
Quelli di prima erano peggio? Probabile. Ma tra quelli di prima e il Bundan, ci sono infinite altre possibilità.
Più umane. Più serie. Più civili.
(Dedicato a Laura Carpanelli)

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