di Piero Di Antonio
— Stefano Bonaccini, europarlamentare PD, ha parlato del voto alla destra in Europa e in Italia da parte «di chi ha poco studiato».
Giorgia Meloni ha replicato: «Indipendentemente dalle scuole che hanno frequentato, hanno studiato sulla loro pelle le conseguenze delle politiche della sinistra. Hanno visto città meno sicure, confini senza controllo, periferie dimenticate e lezioni di morale impartite da chi pretende di spiegare agli altri come devono vivere, come devono votare e come devono pensare. Quegli italiani votano a destra perché noi non chiediamo loro quanti titoli di studio abbiano prima di ascoltarli. Li rispettiamo».
Un botta e risposta interessante, che induce a una riflessione: ma il governo rispetta davvero chi non ha studiato? A molti sembra di no; pare piuttosto un rispetto a parole, mai accompagnato da atti concreti e reali. Come mai il governo della “pasionaria” non ha aumentato i salari (bocciando il salario minimo) e non ha ridotto la pressione fiscale sui ceti meno abbienti? E perché ha preferito privilegiare i ricchi, gli evasori fiscali e i grandi gruppi bancari, anziché risolvere i problemi che affliggono quel deserto sociale?
La sinistra italiana, con tutti i suoi limiti e con le crisi narcisistiche dei suoi dirigenti, ha dato parecchio a questo Paese, anche se pochi sono disposti ad ammetterlo. Coloro che hanno poco studiato tirano spesso in ballo in modo sbrigativo l’Unione Sovietica — da ultimo il ministro degli Esteri Tajani, passato dalla fedeltà al Re al cabaret della geopolitica. Costoro non sanno dire altro se non che la colpa di tutto ciò che non va sia di quei ragazzi che sfidano il deserto e il mare sui barconi. E poi, per infondere paura, dicono che sull’Europa e sull’Italia aleggia lo spettro del comunismo, dimenticando che i soviet non sono caduti dal cielo, ma sono stati la reazione a regimi di sfruttatori e schiavisti come quelli degli zar.
Oggi molti di coloro che non hanno studiato si accodano ai “padroni del vapore” che — comunque la si giri — sono sempre gli stessi: una volta mascherati da moderati, un’altra da rivoluzionari di destra. Basterebbe analizzare i dati dell’elezione sulla Brexit e le alte percentuali di voto alla destra nelle campagne, che hanno surclassato le grandi città. La cruda matematica ci impone delle domande: perché migliaia di nostri connazionali non hanno studiato? Solo perché costretti a tirare avanti in contesti familiari poveri? Non esistono altri fattori?
Da smentire una volta per tutte la narrazione dei mancati studi intesi come fatalità ineluttabile. Ci sono migliaia di figli della povertà italiana che hanno fatto enormi sacrifici per conquistarsi un posto nella società. Ognuno di noi ne conosce. Erano ragazzi spinti da famiglie giudiziose che puntavano su un futuro fatto di istruzione. I figli degli operai e dei contadini di un tempo si sono sentiti ripetere per anni: “Studia, figlio mio”. Ergo, se ci sono persone che non hanno studiato e che votano per la Destra, ci sono altrettanti laureati — figli di gente modestissima — che lottano per il progresso e la democrazia. Non bisogna etichettarli come “radical-chic” (un ormai stanco luogo comune): sono persone che si sono piegate sui libri mentre i genitori si spaccavano la schiena. La verità di questi anni è che la politica ha smesso di offrire cultura come strumento di riscatto, lasciando spazio a un conformismo asfissiante. La vera sconfitta della sinistra non è il voto degli “ignoranti”, ma l’aver abbandonato l’eredità di chi vedeva nello studio l’unica vera arma di liberazione.
Stando così le cose, è opportuno prevenire l’ondata degli “indignati del web” andando a rispolverare testi che hanno segnato la nostra storia culturale.
Bisogna ricordare che Antonio Gramsci ha tentato di far comprendere l’importanza di un progetto culturale fondato sull’emancipazione individuale e collettiva. Gramsci non concepiva la cultura come bagaglio di nozioni, né come passatempo erudito riservato a pochi, ma come processo di trasformazione personale e sociale: «La cultura […] è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri».
Quando Gramsci parla di “organizzazione e disciplina”, si riferisce alla capacità di dare un ordine alla propria esperienza per interpretare il mondo e se stessi. La cultura implica una responsabilità attiva: si trasforma in coscienza critica, forza etica e capacità di scegliere. In un mondo che appiattisce le individualità, l’acquisizione della propria voce autentica diventa un atto rivoluzionario.
“Conquista di coscienza superiore” significa presa di coscienza storica. Il soggetto formato comprende di essere inserito in una comunità. Gramsci invita le classi subalterne a riconoscersi come protagoniste: il sapere non è una prerogativa dell’élite, ma un diritto di tutti che consente anche ai più marginalizzati di scoprire la propria dignità. Per questo nei Quaderni del carcere insiste sulla figura dell’”intellettuale organico”, immerso nella realtà sociale. Senza cultura, la democrazia si svuota e diventa forma senza sostanza.
Che piacere ci ha riservato la polemica Bonaccini-Meloni… Ci ha fatto riscoprire il pensiero profondo e attuale di un grande italiano che aveva studiato davvero andando in profondità, ma che, ahinoi, è morto in carcere.