di Sara di Antonio
— La cosa più bella di rileggere il Don Chisciotte, che avevo guardato con sufficienza alle medie e poi alle superiori, è capire che si ha di fronte un romanzo destinato a cambiare il senso che si ha di se stessi.I mulini a vento, che sono il simbolo di tutte le battaglie (quante? Di certo troppe!) che si perdono nel corso della propria vita e -nei casi più gravi, come il mio- nel corso della propria settimana- rappresentano non una mera illusione, ma spiragli di luce verso cui tendere le braccia, o la spada.
Ronzinante non è un asino malandato, ma sono tutte le persone semplici e buone che ci aiutano a superare i momenti più assurdi, e le nostre giornate, aggiungendo uno spiraglio di senso alle lotte quotidiane. Sancho Panza è la generosità di chi resta al nostro fianco, adeguandosi alle onde degli oceani tempestosi, indifferenti a tutti quei momenti in cui il mare ci riporta a riva.
Dostoevskij si spinse in una lode altissima di questo romanzo, definendola addirittura come “la suprema e massima espressione di pensiero umano”. Ora inizio a capire perché benedisse quest’opera, fino a dichiarare che se l’umanità si fosse estinta, in quell’unico libro si sarebbe trovato tutto il senso delle nostre vite.
Quando i parenti, preoccupati del delirio del protagonista, con l’aiuto dell’abate e la governante, fanno la cernita dei libri da bruciare -e li bruciano davvero- avendo pietà solo di alcuni classici e alcuni testi di poesia, non possiamo che simpatizzare per il cavaliere errante, che in quei tomi aveva trovato la sua consolazione e pure l’inizio della sua follia.
Realtà contro finzione, il volere contro l’impotenza: in un solo libro, è racchiusa la lotta tra tutto quello che ci schiaccia a terra e ciò che ci motiva e ci fa sognare. Anche se ci fa soffrire.
