sabato 24 Gennaio 2026

C'è una crepa in ogni cosa. E' da li' che entra la luce (Leonard Cohen)

GAZA / Dopo il genocidio, il grande affare della famiglia Trump & soci

Donald Trump ha presieduto giovedì al World Economic Forum la cerimonia di firma dell’atto costitutivo del “Board of Peace”, l’organismo promosso dalla Casa Bianca per supervisionare la fase due della tregua a Gaza e, nelle intenzioni dell’amministrazione, assumere in prospettiva un ruolo più ampio nella gestione dei conflitti internazionali.

Dal palco di Davos, il presidente ha sostenuto che la guerra nella Striscia “sta davvero arrivando alla fine” e ha presentato il nuovo organismo come strumento per accompagnare la transizione politica, la demilitarizzazione e la ricostruzione del territorio palestinese dopo oltre due anni di combattimenti.

Alla cerimonia hanno partecipato rappresentanti di una ventina di Paesi, tra cui la Bulgaria e l’Ungheria che fanno parte dell’Unione Europea. In larga parte Paesi del Medio Oriente, dell’Asia centrale e dell’America Latina. Tra i presenti figuravano inviati di Bahrain, Marocco, Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, insieme ai leader o delegati di Argentina, Ungheria, Armenia, Azerbaijan, Bulgaria, Indonesia, Kazakhstan, Kosovo, Mongolia, Pakistan, Paraguay e Uzbekistan.

Assenti invece quasi tutti i principali Paesi dell’Europa occidentale. Francia, Germania, Italia, Spagna, Belgio, Svezia, Norvegia e Slovenia non hanno firmato il documento. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha spiegato che il diniego di Roma è motivato dall’incompatibilità con i principi costituzionali. Il Regno Unito ha comunicato che non aderirà “in questa fase”, citando le riserve legate all’invito rivolto da Trump al presidente russo Vladimir Putin. Il Belgio ha invocato una posizione comune europea, parlando di “riserve” sul quadro proposto. Madrid ha fatto sapere che l’invito è ancora “in valutazione”.

Neppure Israele era rappresentato alla firma, anche se da ambienti governativi è trapelato che il governo Netanyahu potrebbe aderire in una fase successiva. Putin, invitato ufficialmente all’inizio della settimana, non era a Davos. Il Cremlino ha riferito che il presidente russo sta “esaminando i dettagli” della proposta. L’eventuale ingresso di Mosca resta uno dei nodi centrali che stanno frenando molte capitali occidentali.

Mercoledì Putin ha ringraziato Trump per l’invito e ha detto che Mosca sta valutando il progetto. Ha anche lasciato intendere che la Russia potrebbe coprire la quota di adesione utilizzando fondi russi congelati negli Stati Uniti dopo l’invasione dell’Ucraina.

Il Board of Peace nasce formalmente per sovrintendere alla cosiddetta “fase due” del piano su Gaza: disarmo delle milizie, amministrazione tecnica del territorio e avvio della ricostruzione. Dovrà coordinare e monitorare il lavoro del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, l’organismo palestinese incaricato della gestione quotidiana dell’enclave, guidato da Ali Shaath, ex vice ministro dell’Autorità nazionale palestinese.

Ma lo statuto provvisorio attribuisce al Board un mandato molto più ampio. Il testo lo definisce un organismo dedicato alla “promozione della stabilità” e alla “risoluzione dei conflitti”, senza limitazioni geografiche. Un perimetro che ha alimentato timori, soprattutto in Europa, che l’iniziativa possa configurarsi come un canale multilaterale parallelo al sistema delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza.

Nei giorni scorsi Trump aveva ipotizzato apertamente che il Board potesse “sostituire” l’Onu. A Davos ha corretto la formulazione, parlando di cooperazione con le Nazioni Unite. Ma l’ambiguità sulla collocazione istituzionale del nuovo organismo resta.

Accanto al gruppo dei Paesi firmatari, la Casa Bianca ha già nominato un Consiglio esecutivo ristretto incaricato di dare attuazione operativa al progetto. Ne fanno parte il segretario di Stato Marco Rubio, l’inviato speciale Steve Witkoff, il genero Jared Kushner, l’ex premier britannico Tony Blair, il finanziere Marc Rowan, il presidente della Banca mondiale Ajay Banga e il consigliere di Trump Robert Gabriel.

Secondo la Casa Bianca, i membri dell’Executive Board dovranno occuparsi di singoli dossier, ossia governance, sicurezza, ricostruzione, attrazione di investimenti, coordinamento regionale e mobilitazione dei capitali.

Durante l’evento, Kushner ha illustrato una proposta di ricostruzione per la Striscia, presentando rendering di nuovi complessi urbani lungo la costa e parlando di zone economiche e sviluppo turistico. Ha sostenuto che una parte delle infrastrutture potrebbe essere completata in due o tre anni. Trump, dal canto suo, ha ribadito che Hamas “dovrà consegnare le armi” e rilasciare l’ultimo ostaggio israeliano deceduto ancora trattenuto a Gaza.

Il Board dovrà operare in un contesto segnato da un fabbisogno finanziario enorme. Secondo stime internazionali, la ricostruzione della Striscia richiederà decine di miliardi di dollari. Ed è anche per questo che una delle clausole più controverse del progetto prevede che i Paesi possano ottenere uno status permanente versando un contributo di un miliardo di dollari nel primo anno di attività.

Ecco la lista dei presenti giovedì a Davos alla firma dello statuto del Board:

  • Arabia Saudita: Faisal bin Farhan Al Saud (Ministro degli Esteri)
  • Armenia: Nikol Pashinyan (Primo ministro)
  • Azerbaigian: Ilham Aliyev (Presidente)
  • Bahrain: Isa bin Salman Al Khalifa (ministro)
  • Bulgaria: Rosen Zhelyazkov (Primo ministro)
  • Emirati Arabi Uniti: Khaldoon Al Mubarak (Presidente dell’Autorità per gli affari esecutivi)
  • Giordania: Ayman Safadi (Vice primo ministro)
  • Indonesia: Prabowo Subianto (Presidente)
  • Kazakistan: Kassym-Jomart Tokayev (Presidente)
  • Kosovo: Vjosa Osmani (Presidente)
  • Marocco: Nasser Bourita (Ministro degli Esteri)
  • Mongolia: Gombojavyn Zandanshatar (Primo ministro)
  • Pakistan: Shehbaz Sharif (Primo ministro)
  • Paraguay: Santiago Peña (Presidente)
  • Qatar: Mohammed bin Abdul Rahman Al Thani (Primo ministro)
  • Stati Uniti d’America: Donald Trump (Presidente)
  • Turchia: Hakan Fidan (Ministro degli Esteri)
  • Ungheria: Viktor Orbán (Primo ministro)
  • Uzbekistan: Shavkat Mirziyoyev (Presidente)

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