di Piero Di Antonio

— Alla Casa Bianca, Trump riceve la preghiera e l’imposizione delle mani di alcuni leader evangelici, mentre cresce la tensione con l’Iran. Di lato, molto visibile ma questa volta in vistoso abito rosso, la pastora Paula Withe Cain, animatrice dell’ufficio della fede istituito da Trump all’inizio del secondo mandato. La corte di predicatori si raccoglie intorno al presidente per invocare la benedizione sul Supreme Commander, a capo di un esercito impegnato in una guerra. La preghiera, che qualche commentatore ha definito una baracconata, chiede l’aiuto di Dio per la vittoria contro le forze maligne. Un gesto che riaccende il dibattito sul nazionalismo cristiano e sul rapporto tra fede e potere. All’improvviso viene riproposto al mondo intero il ruolo del fanatismo nella politica e nelle relazioni tra gli Stati. E la guerra viene fatta apparire come “una missione per conto di Dio” che la propaganda bellicista dei nuovi autocrati ci propina a tutte le ore come un videogioco. Un giornale stamani ha scritto che la furia epica del presidente degli Stati Uniti, in sinergia con quella di Netanyahu, non sarebbe altro che l’inizio dell’Apocalisse. Verrebbe da chiedersi: e la laicità della politica che fine farà?

La foto di Trump che si fa imporre le mani dai pastori evangelici mentre i suoi top-gun bombardano l’Iran con annessa uccisione di bambine di una scuola elementare, va considerata come l’indiscutibile rivelazione dello spessore di chi ha la pretesa di comandare il mondo e di punire gli adoratori del vitello d’oro. Non siamo però sul monte Sinai ma nello Studio Ovale del Paese che si ritiene il più potente al mondo e che molti commentatori votati più al servilismo che alla descrizione dei fatti si ostinano a definire una delle culle della libertà e della democrazia.

Quella foto ci dice che ciò che avviene in Medio Oriente non è soltanto una guerra con il suo pesante carico di morte e distruzione, che non guarda in faccia nessuno e non si preoccupa nemmeno di chi sta sotto il mirino dei bombardieri: una base militare o un luogo di raccolta di soldati e miliziani, o una scuola. E’ altra cosa, più inquietante. Non è come la immaginavamo o come ci veniva raccontata e documentata dagli storici e dai testimoni del tempo, da coloro che partivano per luoghi lontani e ce la descrivevano indossando la pettorina con la scritta press, oggi accorgimento inutile, visto che si contano a centinaia i giornalisti uccisi nelle zone di guerra affinché non testimoniassero crudeltà e barbarie.

Questo attacco all’Iran, l’allargarsi del conflitto e le inquietanti prospettive che apre va sotto il nome di Armageddon. E’ lo scontro finale tra bene e male, nel luogo – che parecchi ciarlatani in libera uscita dalla decenza localizzano proprio nel Medio Oriente – dove i re malvagi alleati della Bestia – stando alla Bibbia (Apocalisse) – si raduneranno nel grande giorno per la guerra contro Dio. Lo si aspettava da secoli, questo scontro. che prelude al ritorno di Cristo sulla Terra pacificata e purificata dai cattivi.

Il preambolo potrebbe apparire noioso e può indurre a un equivoco, un voler prendere alla lontana una tragedia che sta facendo trattenere il fiato a mezzo mondo. Invece è dettato dalla consapevolezza che a portare il mondo sul bordo del precipizio sono gli apostoli della nuova religione del terzo millennio, che imperversa in quasi tutti gli angoli della terra e di cui poco si parla, sebbene si manifesti in forme plateali, scandalose e fumettistiche: si chiama fanatismo.

Il fanatico, è bene sottolineare, non ha come testo di riferimento né il Capitale di Marx né il Saggio sulla ricchezza delle nazioni di Adam Smith e neppure l’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert. Per dirla tutta, è la Bibbia a far volare i jet della morte con il propellente delle tecnologie raffinate, impensabili fino a qualche anno fa, a tratti disumane.

Quella foto, quel rito evangelico propinato a tutto il mondo, ci sveglia e ci invita a uscire allo scoperto, a denunciare i veri nemici della nostra libertà, senza stare a dilungarci sulla dialettica dei dittatori buoni e dei dittatori cattivi. Qualora non ve ne foste accorti possiamo dare un annuncio:  il mondo sta finendo nelle mani di questa setta di fanatici.  Se sono riusciti a scavare in profondità l’anima di un Paese a tal punto da non provare né vergogna né pudore nel mostrarsi come sono in realtà,  c’è una sola spiegazione logica: stanno portando a termine le ultime formalità di un lavoro ben avviato. Hanno vinto.

Il fanatismo ha diverse facce e sfumature, perdippiù con una straordinaria capacità mimetica. La verità ce l’ha consegnata tempo fa un grande intellettuale israeliano, Amos Oz. Oz (in ebraico il suo nome significa forza) ha bollato il fanatico come “l’altruista che se non riesce a cambiarti ti ucciderà”. Nelle sue conferenze raccolte nel volume Contro il fanatismo ci ha posto più volte alcune illuminanti descrizioni su come curare gli invasati. Dovremmo dedicar loro le nostre riflessioni.  “Inseguire un pugno di fanatici su per le montagne dell’Afganistan è una cosa. Lottare contro il fanatismo è un’altra. Completamente diversa. L’attuale crisi mondiale in Medio Oriente o in Israele/Palestina non discende dai valori dell’Islam. Non è da imputarsi, come dicono certi razzisti, alla mentalità araba. Assolutamente no. Ha invece a che fare con l’antica lotta fra fanatismo e pragmatismo. Fra fanatismo e pluralismo. Fra fanatismo e tolleranza. Il fanatismo nasce molto prima dell’Islam, del cristianesimo, del giudaismo. Viene prima di qualsiasi Stato, governo o sistema politico. Viene prima di qualsiasi ideologia o credo. Disgraziatamente, il fanatismo è una componente sempre presente nella natura umana, è, se così si può dire, un gene del male“.  Oz si reputava un vero esperto di fondamentalismo essendo cresciuto a Gerusalemme, e ha saputo analizzane gli aspetti più insidiosi, subdoli, meno legati alle plateali manifestazioni di massa: quelli che si manifestano nella quotidianità, nell’insofferenza per chi non la pensa come noi. Una medicina però esiste: l’importanza dell’umorismo. “Fintanto che il tuo senso dell’umorismo tiene, sei almeno in parte immune dal fanatismo”.

Ma di umoristico oggi c’è ben poco. Viviamo nell’era dello sconforto.  Assistiamo a una nuova crociata e a condurla non è un’armata brancaleone qualsiasi, ma uomini potenti, con mezzi illimitati, i più ricchi al mondo, convinti di trovarsi in missione per conto di Dio, o almeno così dicono per far digerire all’attonita e frastornata opinione pubblica le esplosioni, i missili, i raid e i blitz sempre intelligenti, le uccisioni e tanta ma tanta vanagloria… Quel che viene segnalato nell’esercito americano ne è la plastica dimostrazione, è benzina sul fuoco della guerra e dell’ignoranza:  “Il presidente Trump è stato unto da Gesù per accendere il segnale di fuoco in Iran, scatenare l’Armageddon e segnare il suo ritorno sulla Terra“. Queste parole sarebbero state pronunciate nei giorni in cui Usa e Israele lanciavano l’Operazione Epic Fury sull’Iran. Sono state riportate dal Military Religious Freedom Foundation (Mrff), il gruppo di controllo che dal 2005 monitora l’estremismo religioso nelle forze armate Usa, che ha ricevuto in questi giorni più di 200 denunce da vari rami (Marines, Air Force, Space Force), spesso anonime o di gruppo. The Guardian cita testimonianze anonime secondo cui i comandanti statunitensi ricorrono alla retorica cristiana apocalittica per “motivare” truppe durante l’attacco all’Iran. Il gruppo di controllo segnala una “crescita dell’estremismo cristiano nell’esercito, che vede la guerra come soluzione sancita dalla Bibbia”.

A questo punto bisogna chiedere aiuto, rivolgersi a chi da sempre ci parla di religione e di convivenza per farci comprendere il senso di tutto ciò. Non bsogna limitarsi alla prima sensazione, ovvero a definire  “pagliacciata” la riunione per invocare la benedizione sul Cmoandante Supremo di un esercito impegnato in una guerra.

La preghiera diventa politica – scrive Paolo Naso su Famiglia Cristiana – chiede l’aiuto di Dio per la vittoria contro le forze maligne. Il genere teologico è quello del nazionalismo cristiano, di un patriottismo religioso che celebra il destino di una nazione che si pone al cospetto di Dio nella coscienza della sua elezione e del suo particolare ruolo nella comunità delle nazioni. È la versione teologica di un eccezionalismo che ha la sua radice nella storia americana ma che, nel tempo, è stato bilanciato da altri principi e da altre norme. Ad esempio quelle separatiste tra lo Stato e le comunità religiose, divise – secondo la celebre affermazione di Thomas Jefferson – da un muro di separazione che protegge la libertà dei credenti da una parte, e la laicità delle istituzioni dall’altra”. Quel muro si sta sbriciolando e ci costringe a fare un salto non da poco.

Questa visione è sotto attacco, minacciata da una visione fondamentalista che misconosce il pluralismo religioso e confessionale dell’America di oggi. L’immagine del Presidente al centro di un altare sul cui capo si levano le mani di chi lo benedice è l’icona di un nazionalismo religioso che eccita sentimenti patriottici che, nel tempo della guerra, nulla hanno a che fare con il messaggio cristiano della pace“. Un  fenomeno che – sebbene derubricato a nazionalismo religioso – è la sorgente di un nuovo fascismo che si presenta in forme moderne, più raffinate rispetto a quel tempo. Basta osservare lo spessore di quel ricchissimo mondo evangelico che sostiene Trump e l’America. Già molto tempo prima della sua rielezione si sapeva di un Trump in mano ai potenti predicatori evangelici. Lo si sentiva scandire parole di fuoco contro gli immigrati “animali”, i senza dio, i complottisti, i figli di Satana, alla stregua di un ciarlatano alla fiera del paese. Governare con la Bibbia in mano  significa anche piegarla ai malcelati interessi terreni. 

 CHI SONO GLI EVANGELICI?

Quale fertilizzante del fanatismo seminano? Presto detto: aborto, omosessualità, razza, scuola da convertire ai dettami della Bibbia. A parecchi italiani cominciano a fischiare le orecchie. La storia degli ultimi decenni, da Reagan a oggi, ci parla di una costellazione di ciarlatani ben inseriti nei media della propaganda e sui social, che non hanno alcun timore di apparire ridicoli quando in pubblico raccontano di aver avuto conversazioni private con il Signore che avrebbe dato al fortunato interlocutore un’indicazione molto chiara: “Ho scelto Trump”.

Con il passare degli anni, evangelici e cattolici hanno messo da parte le differenze per riunire le forze contro il nemico democratico, depravato e senza dio. Rappresentano una falange di elettori granitico e intransigente, certo della vittoria finale, grazie a Trump stesso. Il tutto si compirà quando le regole della Bibbia si applicheranno a sette ambiti chiave della società: la religione, il governo, l’arte, la scuola, la famiglia e i mezzi di comunicazione. Anche qui non fischiano le orecchie?

In sintesi chiameremo i fragili avversari del nemico alle porte “laicità, laicismo, democrazia, stato sociale, stato di diritto, solidarietà, accoglienza, fratellanza, uguaglianza”.
Da qualsiasi lato della nostra fortezza il fanatismo sferrerà il suo attacco, noi non avremo che queste armi per difenderci e difendere il bastione Europa che abbiamo imparato a conoscere e, senza mai dimostrarlo, ad amare.

Il fanatismo religioso che pensavamo di aver sconfitto con le bastonate all’Isis, si sta ripresentando più agguerrito e feroce che mai nelle fattezze e nelle parole di inquietanti personaggi che la storia, se fosse giusta, dovrebbe mettere da parte per sempre.

Prendiamo l’America. Da lì arrivano segnali inquietanti. A lanciarli è Donald Trump, abituale frequentatore delle aule di giustizia, ormai in mano ai potenti predicatori evangelici che non sono, si badi, un fenomeno episodico e incontrollato del sistema oggi predominante e faticoso da contrastare. Si regge su alcuni capisaldi di cui non è secondario il ricorso all’arma della religione. Qui, nell’avanzata degli uomini e dei coloni in Cisgiordania, con la Bibbia in mano e nelle certezze suprematiste inculcate nelle menti più fragili, risiede la prevedibile e allarmante sconfitta dell’Europa. Ci ritroviamo a dover discutere di Dio, Patria, Famiglia come base della nostra convivenza, dimenticando che in questi tre ossessivi capisaldi della Destra stanno le tragedie che hanno insanguinato il continente. La difesa che noi europei opponiamo a questi sintomi preoccupanti e allarmanti è debole.

Le brave persone tentano di fermare l’avanzata degli evangelici – che considerano un’affermazione contro Trump al pari di un’offesa a Dio – con parole intrise di moderatismo, di cautele, di timori reverenziali. A un’ondata di luoghi comuni, di verità rivelate date per universali e intangibili, si risponde con l’educazione e il dialogo. Nulla di più sbagliato, poiché la sfida resta quella di avere la forza e di urlare ai quattro venti i valori che potrebbero mettere a nudo le intenzioni dei fanatici e impedire loro di esercitare un potere immenso e ingiusto. Il loro dilagare, va da sé, restringe i nostri spazi vitali.

Qualcuno ci aveva messo sull’avviso in tempi non sospetti. Tutto già stato scritto. Tim Alberta, scrittore e giornalista di The Atlantic, antica e prestigiosa rivista di Boston, ha raccontato la sua esperienza di figlio di un ministro della chiesa evangelica che a un tratto scopre e demolisce le tante contraddizioni dei cosiddetti “seguaci di Dio con la Bibbia in mano” che sempre più influenza hanno nel Gop (il partito repubblicano). Sempre più a destra, sempre al sostegno fideistico di Trump. La visione laica del governo e della società e i principi evangelici tradizionali vengono superati dai precetti messianici indicati dai predicatori che ascoltano solo la Bibbia. D’altronde, già nel 2020 i sostenitori del tycoon dicevano: “Dio ci ha mandato Trump per liberarci dal Male”. E a loro Trump, negli anni della sua prima presidenza, ha regalato giudici, leggi e potere. perfino giudici della Suprema Corte Costituzionale chiamata prima o poi a legiferare per cancellarlo il diritto all’aborto. Il tutto con venature di fanatico religioso. Alberta ricorda nel suo articolo che dall’Ohio, il nostro eroe era arrivato a minacciare un bagno di sangue se non fosse stato rieletto.

Il manganello, oggi come allora, è Truth, il suo suo social, che gestisce con una retorica violenta e senza freni. Le elezioni di mid term a novembre, facile previsione, saranno il banco di prova della sua determinazione a sconvolgere la democrazia americana.

Ma è dal racconto della sua dolorosa esperienza di figlio di un ministro della Chiesa evangelica che Alberta ci fa comprendere a quale infimo livello ci porteranno i fanatici della Casa Bianca.  Al trauma provocato dalla morte del padre, Alberta ha dedicato un libro “The Kingdom, the Power, and the Glory: American Evangelicals in an Age of Extremism.  “Ci sono voluti – scrive sulla rivista di Boston – la perdita di mio padre e gli eventi traumatici che hanno accompagnato il suo funerale per riconsiderare le implicazioni di quel mio silenzio. La corruzione del cristianesimo americano non è una novità: i farisei moderni, da Jerry Falwell Sr. a Paula White, hanno passato 50 anni ad armare il Vangelo per vincere le elezioni e dominare il Paese, sfruttando le insicurezze culturali dei loro inconsapevoli fratelli per ottenere guadagni politici, professionali e finanziari, riducendo al contempo il Vangelo di Gesù a una caricatura agli occhi dei non credenti. Il conseguente crollo della reputazione della Chiesa in questo Paese – con la frequenza domenicale, la percezione positiva della religione organizzata e il numero di cristiani autoidentificati ai minimi storici – lascia gli evangelici estranei ai loro vicini secolari come mai prima d’ora. I non credenti potrebbero preferire questa situazione. Potrebbero essere tentati di fare spallucce e andare avanti, supponendo che il crollo dell’evangelismo non sia un loro problema. Si sbagliano.

Alberta ci riporta all’estate del 2019. Il reverendo Richard Alberta, il padre, è morto per un attacco di cuore. Tuttavia, un anziano della chiesa gli consegna una lettera in cui esprimeva la sua disapprovazione nei confronti dello scrittore “per non aver abbracciato Trump come unto di Dio. “Senza saperlo facevo parte di un complotto malvagio – così mi scriveva l’uomo – per minare il leader degli Stati Uniti ordinato da Dio. Un tradimento contro Dio e contro il Paese – e avrei dovuto vergognarmi di me stesso”.

L’anziano ripeteva semplicemente i sentimenti che si erano radicati nell’America evangelica dopo la prima elezione di Trump. La lettera incarnava un cambiamento in atto da decenni. La demografia era in mutamento. Obama aveva occupato la Casa Bianca. Lo spirito di dissenso protestante, che un tempo alimentava la ribellione contro la corona, aveva lasciato il posto alla dichiarazione di Trump come emissario divino, un moderno Ciro. O Cesare. Strano che Obama non avesse avuto un posto del genere. D’altra parte, era nero e liberale e le sue convinzioni personali potevano essere ignorate. L’evangelismo americano si era evoluto in un nazionalismo americano caffeinato, con l’identità bianca vicina alla superficie.

Franklin Graham, il figlio del defunto Billy Graham, minacciò gli americani dell’ira di Dio se avessero avuto la temerarietà di criticare Trump. “La Bibbia dice che all’uomo è toccato morire una volta sola e poi il giudizio” ha detto Franklin, anche lui predicatore, velocissimo nel fornire a Trump una giustificazione delle frequenti avventure extra-matrimoniali: “Siamo tutti peccatori” ha spiegato non prima di aver dettato una regola d’oro per i mariti: “Mai restare soli in una stanza con donne non sposate”.

L’America, prendiamone atto, ci ha ridato un presidente più determinato e fanatico. Ma sapevamo già tutto. A nulla vale perciò rimarcare gli assordanti silenzi di chi sta a Palazzo Chigi e si vanta dell’amicizia con un tale invasato che nei comizi e nei sermoni amava dire che “il sangue di Cristo è rosso come il colore dei Repubblicani”.

Una domanda volteggia sulle nostre teste nell’osservare e nello stupirci di una foto che ritrae la setta di evangelici che impone le mani sull’uomo scelto da Dio: come si fa a sconfiggerli? Un spirito libero e laico non combatte mai ad armi pari contro questi esaltati. E’ così in mezzo mondo, e l’Italia, ahinoi, comincia a far parte di quel mondo.

 

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