di Piero D Antonio

— Quali armi possono contrastare le passioni tristi descritte nella prima parte della nostra inchiesta? Riattivare il coinvolgimento delle nuove generazioni ha una verità inconfutabile: occorre insistere su temi che parlino alla loro quotidianità e al loro futuro, abbandonando le formule retoriche e stucchevoli della politica tradizionale. Con una chiave di lettura fondamentale: per un ragazzo tra i 18 e i 30 anni, l’università, il lavoro, il tempo libero e i sentimenti non sono temi separati, ma vasi comunicanti che generano un’unica, costante pressione esistenziale. E’ sulla pressione esistenziale che c’è bisogno quindi di intervenire.

La giustizia climatica e ambientale

Le urgenze generazionali si intrecciano con i doveri (e il cambiamento) della politica. Il cambiamento climatico non è un aspetto secondario della loro vita, ma una necessità vitale legata al futuro. A che cosa assistiamo di questi tempi? A promesse di lungo termine al posto di piani d’azione immediati, rigorosi e vincolanti. La difesa del territorio è sostenibile se si avvia una lotta all’impatto climatico come i fenomeni dell’erosione delle coste e il dissesto idrogeologico che vedono proprio nell’Emilia Romagna un avamposto dei problemi che si affacciano ogni anno.

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Precariato e lavoro poco dignitoso

Oggi in Italia si fa finta di non vedere come l’incertezza economica sia una delle principale cause dell’isolamento e del disincanto dei giovani. Senza tutele i giovani tendono a percepire lo Stato come distante o, nella peggiore delle ipotesi, inutile. Cosa si aspettano dal mondo adulto e dai decisori? Salari dignitosi, vere tutele nei contratti d’ingresso nel mondo del lavoro e, soprattutto, la valorizzazione delle competenze. L’apatia – dicono i sociologi – si sconfigge proponendo un lavoro che non sia solo sfruttamento ma strumento di emancipazione.

Diritti e benessere

La sfera dei diritti individuali e del benessere psicologico è centralissima nella sensibilità delle attuali generazioni. E la politica dovrebbe compiere una rotazione di 180 gradi spostando l’attività politica sui diritti civili, la parità di genere, l’inclusione e il diritto alla salute mentale. Fare ciò equivale a farle sentire comprese dalla sfera pubblica.

Partecipazione e voto digitale

Chi pensa che le nuove generazioni rifiutino la politica fa un grossolano errore. Rifiutano le forme burocratiche e usurate, non la partecipazione. I giovani si mobilitano, ma lo fanno attraverso canali diversi da quelli tradizionali (movimenti dal basso, attivismo digitale, campagne di sensibilizzazione online). Su che cosa vale la pena di insistere allora? Per sconfiggere l’astensionismo altrimenti detta apatia è fondamentale proporre una modernizzazione dei meccanismi di voto, come il voto per i fuori sede (studenti e lavoratori) e l’introduzione di strumenti digitali di partecipazione. Facilitare l’accesso formale al voto dimostra la volontà reale di ascoltare la loro voce.

Basta retorica propagandistica

La richiesta che proviene dal basso è quella di una politica basata su dati onesti, sulla trasparenza dei processi decisionali e sulla coerenza tra le promesse elettorali e l’azione di governo. Per risvegliare la fiducia, occorre un linguaggio giornalistico e politico che rifiuti la superficialità e metta al centro il rigore dell’informazione.

Per fare una gerarchia di ciò che “attira” e spesso preoccupa i giovani occorrono alcuni livelli di lettura. La chiave esistenziale che apre la porta dei sentimenti, del benessere e del tempo libero. Se siamo alla ricerca di qualcosa che genera un coinvolgimento emotivo immediato e profondo, la sfera dei sentimenti e del tempo libero, inteso come spazio di espressione di sé, è di sicuro al primo posto. Oggi, affermano gli psicologi e i sociologi, non si parla solo di amore, ma di salute mentale, ansia sociale, identità e solitudine. I giovani sono attratti da chi analizza i sentimenti senza tabù,  paternalismi e ricette pronte. E il tempo libero? Non più “divertimento e svago” fine a se stesso, ma un diritto da difendere contro l’egemonia della reperibilità perenne e della produttività a tutti i costi.

La seconda chiave che incontriamo nel nostro viaggio attraverso le passioni tristi è quella della rottura sui temi del lavoro, università e, soprattutto, della mancanza di sbocchi. Qui si avverte un deficit di informazione che reclamerebbe invece un giornalismo che smascheri le narrazioni tossiche. I nostri figli che si affacciano alla vita sono attratti da riflessioni che affrontano la precarietà, gli stage non pagati, il carovita, l’emergenza degli affitti per i fuorisede, e il disallineamento (mismatch) tra le competenze possedute e quelle richieste dalle aziende. E’ la sfida più rilevante di un fenomeno sempre più diffuso nel mondo, con il 40 per cento dei Paesi Ocse che ne sono colpiti. Nel nostro Paese, neanche a dirlo, il tasso di posti vacanti aumenta di anno in anno ed è il più alto in Europa.

Le cause: i cambiamenti tecnologici, l’evoluzione delle esigenze del mercato del lavoro e i problemi strutturali del sistema educativo. Risultato: surplus di lavoratori in alcuni ambiti e scarsità in altri. Il divario tra le richieste delle imprese e l’offerta formativa dei laureati è troppo ampio. Nonostante la bassa percentuale di laureati in Italia rispetto alla media europea, le aziende programmano solo un 15 per cento di assunzioni. Allo stesso tempo, molti posti di lavoro rimangono scoperti. Le aziende faticano a trovare i talenti e spesso preferiscono soluzioni temporanee o di minor qualifica. In Italia tutto ciò ha un nome: skill mismatch.

Da questo disallineamento si arriva alla doverosa ammissione di un fallimento del sistema. C’è un fortissimo interesse per le denunce sui limiti del sistema scolastico e universitario, spesso percepiti come rigidi, focalizzati solo sulle performance e distanti dalla realtà, a scapito del benessere psicologico degli studenti. Ma si fa poco per correggerli o abolirli.

Una richiesta che unisce la due sfere cui si faceva cenno in precedenza, viene sintetizzata in una parola: onestà. I giovani sono respinti dalla retorica del “noi ai nostri tempi facevamo così” o del “i giovani non hanno voglia di sacrificarsi”. Al contrario, sono attratti da dati e inchieste reali perché vogliono capire perché le cose non funzionano. Ad esempio, il sistema delle tariffe, le dinamiche di potere, le gestioni opache della cosa pubblica. Sono attratti da storie in cui possono rispecchiarsi, dal racconto senza filtri della realtà del mondo del lavoro. Oggi, l’obiettivo della politica e delle visioni da condividere è arrivare a collegare l’elemento strutturale – lavoro e università – a quello delle emozioni – sentimenti, benessere e tempo libero. E’ quanto vedremo nella terza puntata del nostro viaggio, affrontando il tema del che fare  e di come un programma politico innovativo possa davvero aprire uno spiraglio che interrompa quel triste fenomeno della fuga di cervelli e dei talenti.

2- continua

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