di Piero Di Antonio
— Quella che stiamo vivendo e che ci preoccupa non poco è davvero l’epoca della passioni tristi? Se lo chiedono migliaia di persone che, dinanzi a fatti e fenomeni talvolta incomprensibili, si arrovellano, indecise, sulla risposta da dare a un interrogativo: in quale tornante della vita ci troviamo? Figli e nipoti sono davvero scombussolati e indecifrabili? Un viaggio tra le giovani vite è quanto di più difficile e controverso possa apparire.
La cronaca non aiuta poiché ci pone davanti comportamenti di gratuita ferocia che al loro estremo toccano il cinismo dell’indifferenza. Bullismo, gruppi di gang con coltelli in tasca, aggressioni e vite borderline già alle prime uscite nelle strade, comportamenti a scuola che mettono a dura prova il sistema, soprattutto gli insegnanti. Un riaffermare l’esserci attraverso comportamenti che rasentano a tratti la crudeltà. La linea rossa, convengono i sociologi e gli psicologi, è stata superata da tempo con grande disappunto delle generazioni che hanno vissuto altro e che si trovano davanti personaggi affluenti non sempre come avremmo voluto che fossero. Ma non è tutto qui il problema delle passioni tristi. E’ più esteso ed è difficile afferrarlo.
Un viaggio nell’età dell’adolescenza in cui “si diventa ciò che si è” non è altro che una ricerca del ponte tra l’infanzia e l’età adulta, del percorso della maturazione fisica, psicologica e sociale che ne forma la personalità, sempre a cavallo tra le caratteristiche personali e il contesto socio-culturale. Ciò che oggi ci si presenta davanti, una sorta di smarrimento adolescenziale che si riflette nella sfera famigliare, non è un fenomeno casuale. E’ la società trasformata in altro che sta plasmando, se non l’ha fatto già, l’essere ragazzo oggi. Inevitabile, quindi, il confronto della società tra gli Anni Settanta e Novanta con quella che oggi è sotto gli occhi di tutti e che spesso, non senza una buona dose di ipocrisia, ci scandalizza. Fa capolino nelle cronache, sbuca dai social con liturgie incomprensibili e con linguaggi talmente ristretti, quasi a monosillabi, che ci escludono di fatto dal cerchio delle loro conoscenze.
In quegli anni l’adolescente cresceva in una realtà vincolata a valori tradizionali con vari imperativi: devi obbedire alla famiglia, ai valori dispensati da Stato e religione, devi impegnarti nello studio, cercare un lavoro stabile, formare un proprio nucleo famigliare. Oggi, invece, ed è qui che vengono riflessi i nuovi stili educativi e le nuove emergenze, siamo alle prese con disturbi un tempo negati o ritenuti marginali come depressione, ansia, disturbi alimentari. La salute mentale, invece, è la vera emergenza che il vivere nel Terzo Millennio ci pone davanti. Ci aiutano a capirla i grandi pensatori della modernità, da Zigmunt Bauman a Miguel Benasayag, o pionieri della sociologia come Simonetta Piccone Stella o le analisi storiche di Paul Ginsborg. Questi ultimi ci hanno messo di fronte a un fenomeno inedito: l’autonomia della giovinezza come categoria sociale. Il boom economico portò il grande cambiamento: i giovani diventano un soggetto sociale ben distinto con propri spazi, stili e consumi come musica, vestiti, ciclomotori e auto. Sebbene ancorata nei percorsi di vita alla famiglia, la cosiddetta gioventù della ricostruzione era caratterizzata da una forte tensione verso il futuro. C’era una traiettoria lineare: lo studio o il lavoro erano visti come ascensori sociali certi. I giovani erano il motore della modernizzazione e del cambiamento, un’energia che sarebbe poi esplosa a partire dal Sessantotto, ma questa è un’altra storia.
L’epoca delle passioni tristi
E oggi? Gli studiosi hanno ribaltato del tutto la prospettiva. La sociologia contemporanea e la filosofia sociale si servono di categorie diverse. Le opere di intellettuali come Miguel Benasayag (co-autore de L’epoca delle passioni tristi) e sociologi come Zygmunt Bauman ci devono far riflettere sulla precarietà esistenziale e sull’individualizzazione del disagio. Oggi i giovani che vediamo girare a frotte nelle nostre città vivono in una società liquida. Il futuro non è più vincolato alla promessa di emancipazione ma in una perenne minaccia: la crisi climatica, la precarietà del lavoro e l’instabilità geopolitica con guerre annesse. Se negli anni del boom economico, il malessere e le istanze giovanili diventavano movimenti collettivi, oggi il disagio è stato privatizzato. Beninteso, non vale per tutti, ma di certo occorre tenerne conto.
L’irruzione della tecnologia
La tecnologia digitale e i social network non sono semplici “strumenti”, ma rappresentano il vero e proprio ecosistema in cui i giovani sviluppano la propria identità. Il loro ruolo nel determinare disorientamento e apatia si articola su tre livelli:
L’iperconnessione atomizzata o socialpatia. Le piattaforme digitali simulano una socialità globale, ma spesso producono soltanto isolamento fisico. Gli adolescenti si trovano immersi in relazioni superficiali, intermediate da algoritmi progettati per catturare l’attenzione. Questo riduce la capacità di gestire le relazioni reali, i conflitti e l’empatia corporea, portando a forme di ritiro sociale, come il fenomeno degli Hikikomori, ragazzi chiusi in casa per giorni interi e senza alcun contatto esterno..
La dittatura della performance e la frammentazione dell’Io. I social, oggi la vera agenzia educativa che ha sostituito la famiglia e la scuola, espongono i ragazzi a un flusso costante di vite idealizzate e standard di successo irraggiungibili. Questo genera un profondo senso di inadeguatezza. Per difendersi da questa ansia da prestazione continua, la mente adotta una strategia di ritirata: l’apatia. Se non gioco, non posso fallire.
La crisi del desiderio e il sintomo dell’immediato. Gli algoritmi offrono una gratificazione istantanea (i “like”, lo scroll infinito). Questo meccanismo satura il cervello di dopamina a breve termine, annullando la dimensione dell’attesa. Sociologi e psicoanalisti evidenziano come, senza l’esperienza dell’attesa e della conquista, si assista a una “crisi del desiderio”: i giovani faticano a investire energie in progetti a lungo termine, scivolando in una noia esistenziale e in un disorientamento di valori.
Se nel secondo dopoguerra la tecnologia era lo strumento materiale per costruire il futuro, oggi la tecnologia digitale rischia di essere il rifugio virtuale in cui nascondersi da un futuro che fa paura. Esperti e ricercatori ci dicono che gli smartphone stanno trasformando i legami sociali delle generazioni attuali. I timidi tentativi di limitarne l’uso tra gli adolescenti in vari Paesi non sono altro, però, che la dimostrazione di un’emergenza che disorienta l’intera società, rendendola impotente nel contrasto.
I figli spenti
Benasayag, che è anche psicanalista, racconta di giovani che arrivano nel suo studio e dicono di soffrire di ansia o depressione perché “il loro hard disk è pieno” o perché “hanno un bug nel sistema“. Un tempo, un giovane che andava male a scuola o litigava in famiglia esprimeva una rivolta mossa da una passione calda, seppur conflittuale. Oggi, i genitori portano il figlio dal terapeuta non perché sia ribelle, ma perché è spento. Il ragazzo non contesta l’autorità, si ritira in camera. Benasayag spiega che la crisi odierna è una crisi di futuro: per i giovani di quegli anni il futuro era una “promessa” (studiando avrei vissuto meglio dei miei genitori); oggi il futuro è una “minaccia” (disoccupazione, crisi climatica). Di fronte a una minaccia, l’organismo non si lancia in avanti, ma si contrae e si anestetizza per non soffrire.
Relazioni usa e getta
Bauman usava spesso l’analogia del consumismo applicato ai rapporti umani. In una società solida, se una sedia si rompeva, la si riparava; nella modernità liquida, la si butta e si compra un modello nuovo. Durante una conferenza, Bauman raccontò di aver chiesto a un giovane quanti amici avesse. Il ragazzo, orgoglioso, rispose: “Cinquecento su Facebook”. Bauman ribatté che lui, in ottant’anni di vita, ne aveva avuti forse un paio veri. Il filosofo spiegò che la tecnologia permette di creare connessioni su misura, che si possono “disconnettere” con un semplice clic se diventano troppo impegnative. Questo elimina la fatica del compromesso e dell’ascolto dell’altro, ma lascia il giovane in una profonda solitudine: circondato da contatti, ma privo di legami profondi che facciano da àncora nei momenti di crisi.
Il disorientamento
Per Zigmunt Bauman “la liquidità significa che tutte le istituzioni che un tempo davano stabilità – la famiglia, il posto di lavoro fisso, i partiti politici, lo Stato – si sono sciolte. I giovani si trovano a navigare in un mare senza mappe. In quegli anni c’erano binari sociali chiari: se seguivi le regole, arrivavi alla meta. Oggi le regole cambiano di continuo mentre stai correndo. Questo genera una libertà immensa, che però si trasforma in un’angoscia terribile. Non sapere dove si sarà tra cinque anni non è vissuto come un’avventura, ma come una condanna alla precarietà esistenziale. La risposta a questa ansia è spesso il rifiuto di scegliere per evitare il fallimento. La sfida è far capire che la felicità non si compra nei mercati dei consumi e non si misura con i “like”. Bisogna ricostruire la capacità di abitare l’incertezza, accettando che i legami umani sono complessi e richiedono tempo e sacrificio, ma sono l’unico vero antidoto alla solitudine liquida”
A fargli eco è Benasayag: “Attenzione, la “passione triste” non è la tristezza del pianto, ma è l’impotenza, la mancanza di slancio vitale. Il nostro modello di società ha commesso un errore: ha confuso il funzionamento con l’esistere. Pensiamo che un giovane che sappia usare perfettamente uno smartphone o che sia “performante” a scuola stia vivendo pienamente. Non è così. La tecnologia digitale crea un’illusione di onnipotenza e immediatezza: tutto è a portata di clic. Ma la vita reale ha tempi biologici, fatti di attesa, di noia formativa, di frustrazione. Quando il giovane scopre che la realtà non risponde alla velocità dell’algoritmo, sperimenta un crollo. La tecnologia diventa allora una sorta di anestetico: ci si rifugia nel virtuale non per fare qualcosa, ma per non sentire il peso del vuoto reale”. Dobbiamo smettere di trattare i giovani come macchine da ottimizzare. Un ragazzo non è un computer da riparare. Dobbiamo aiutarli a riscoprire la “resistenza della materia”, la bellezza dell’incontro fisico, dell’impegno sociale concreto e perfino del fallimento. Solo se il futuro torna a essere percepito come un territorio da esplorare insieme, e non come un pericolo da cui proteggersi, le passioni tristi lasceranno il posto al desiderio”.
1 – continua






