Il professor Romeo Farinella, docente di Urbanistica all’Università di Ferrara, ha pubblicato alcune riflessioni sulla bufera che tre giorni fa ha investito la città e parecchi centri del Ferrarese. Un invito agli amministratori di oggi e a quelli del futuro a considerare ormai tali eventi estremi come normalità. Ottime strategie anche per lo sviluppo di una nuova economia delle città.
di Romeo Farinella
Mi pare evidente che non siamo più di fronte a un’emergenza. Quando un fenomeno si ripete con questa crescente frequenza, da oltre vent’anni, significa che siamo di fronte a una nuova condizione climatica. L’estate del 2003 fu uno dei primi grandi campanelli d’allarme per l’Europa.
In questi decenni la comunità scientifica non ha mai smesso di ricordarci che il riscaldamento globale avrebbe aumentato la frequenza e l’intensità degli eventi estremi. La tempesta di ieri fa parte di una serie di eventi si sviluppano all’interno di un contesto climatico profondamente mutato, che li rende più probabili e spesso più intensi. Si pongono allora due domande: arriveranno nuove bufere, mi sento di dire che certamente arriveranno; l’altra è: che cosa abbiamo fatto e stiamo facendo, a ventitré anni di distanza dal 2003?
La risposta purtroppo è evidente in quello che è successo ieri. Continuiamo a rincorrere le emergenze invece di investire sull’adattamento. Abbiamo progettato città, infrastrutture e territori come se il clima fosse rimasto quello del Novecento. Continuiamo a impermeabilizzare i suoli, consumare territori, trascurare la manutenzione diffusa e considerare la prevenzione un costo anziché un investimento. Il PNRR era una opportunità ma l’abbiamo persa. Era un’occasione storica per ripensare le città alla luce della crisi climatica.
L’adattamento poteva diventare uno dei principi guida della trasformazione urbana: più suolo permeabile, infrastrutture verdi e blu, sistemi di drenaggio urbano, rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, riduzione delle isole di calore, ma questo non è avvenuto. Dobbiamo smettere di considerare ogni evento estremo come una parentesi e iniziare a progettare assumendo che questa sia ormai la nuova normalità climatica. Perché la vera emergenza, mi verrebbe da dire non è solo riparare i danni di ieri, ma prepararsi a quelle di domani.
Ferrara dispone di un patrimonio straordinario di competenze: l’Università, i centri di ricerca, il Consorzio di Bonifica, gli enti che si occupano di pianificazione territoriale, protezione civile e gestione delle acque. Queste competenze dovrebbero essere messe a sistema – che significa governale la complessità, andando oltre le logiche settoriali – all’interno di un grande progetto strategico di adattamento climatico, capace di orientare ogni scelta urbanistica, infrastrutturale e ambientale dei prossimi decenni.
Ma l’adattamento non può essere separato dalla mitigazione. Prepararsi agli effetti della crisi climatica significa anche contribuire a ridurne le cause: arrestare il consumo di suolo, incrementare il verde urbano, promuovere la mobilità sostenibile, favorire l’efficienza energetica, tutelare il paesaggio agrario e le aree umide. Ogni città ha una responsabilità globale che si esercita attraverso scelte locali. L’adattamento non è un nuovo settore delle politiche pubbliche. È il nuovo paradigma del progetto urbano e territoriale.
Piantare alberi, come ho già detto, è importante, ma non basta. E soprattutto bisogna chiedersi dove producono il maggiore beneficio climatico e sociale. Se l’obiettivo è l’adattamento, le priorità dovrebbero essere, a Ferrara e in quasi tutte le nostre città, il centro storico e i quartieri più densamente urbanizzati, dove le isole di calore sono più intense, le superfici impermeabili più estese e la popolazione più esposta. Il “Central Bosc”, ad esempio, è certamente un intervento lodevole, aumenterà il patrimonio verde della città, ma rischia di avere un’efficacia limitata se non concepito dentro una strategia complessiva che concentri gli investimenti proprio nei luoghi dove la vulnerabilità climatica è maggiore.
Ferrara dispone già di alcuni strumenti importanti, come il PAESC e il recente Piano di Adattamento Climatico per il sito UNESCO ma la vera sfida, oggi, non è tanto produrre nuovi documenti quanto fare dell’adattamento climatico il principio guida di politiche urbane e territoriali e di azioni progettuali su cui concentrare le risorse. Il punto non è avere un piano, ma una strategia condivisa, capace di orientare le scelte sull’urbanistica, sul verde, sulla mobilità, sulla gestione delle acque, sul consumo di suolo e sugli investimenti pubblici. Che non sia il caso di aprire il dibattito in previsione delle future elezioni?






