C’è un dato che, da solo, racconta la crisi di attrattiva della scuola italiana. Nel 2025, un insegnante di scuola secondaria inferiore con quindici anni di esperienza guadagna circa 66.000 dollari l’anno, a parità di potere d’acquisto. In Germania, lo stesso docente arriva a 111.800 dollari. In Lussemburgo, a 150.900. In Corea del Sud, a 74.300. La media dei paesi OCSE è di 66.583 dollari. Un insegnante italiano con quindici anni di carriera è in linea con la media dei colleghi dei Paesi più industrializzati, ma è molto indietro rispetto ai colleghi tedeschi, olandesi, austriaci e spagnoli. E c’è un dettaglio che aggrava il quadro: dopo i primi dieci anni, lo stipendio di un docente italiano non sale più. La carriera è piatta, bloccata, senza scatti significativi fino alla pensione. Ma se si guarda ai dirigenti scolastici, il discorso cambia radicalmente. Un preside italiano di scuola secondaria guadagna in media 156.372 dollari, contro una media OCSE di 100.867 dollari.
È il paradosso che emerge dal rapporto “Education at a Glance 2026”: i docenti italiani sono tra i meno pagati, i loro capi tra i più pagati. Un preside guadagna circa 2,4 volte un insegnante. In Francia il rapporto è di 1,5 a 1. In Norvegia, di 1,4 a 1. L’Italia ha uno dei divari più alti al mondo tra chi dirige e chi insegna. Il dato più eclatante non è lo stipendio in sé, ma la sua evoluzione. In Italia, un insegnante di scuola secondaria inferiore guadagna circa 36.000 dollari all’inizio della carriera, sale a 66.000 dollari dopo dieci anni e poi si ferma lì. Dopo quindici anni guadagna la stessa cifra. Al top della carriera, idem. Non esiste, di fatto, una progressione economica legata all’anzianità oltre il primo decennio.

 

La media OCSE racconta una storia diversa: si parte da 49.700 dollari, si arriva a 63.000 dopo dieci anni, a 66.500 dopo quindici e a 79.800 al top. La differenza non è solo nei numeri assoluti, ma nella struttura della carriera. In Italia, un insegnante non ha alcun incentivo economico a restare, a formarsi, ad assumersi responsabilità aggiuntive. Lo stipendio è lo stesso, che insegni da dieci o da trent’anni. Ciò spiega perché la professione fatica ad attrarre giovani e a trattenerli. Non è solo una questione di stipendio d’ingresso, che è del 27% inferiore alla media OCSE. È soprattutto una questione di prospettive. Un giovane laureato che sceglie di insegnare sa che, dopo dieci anni, il suo stipendio non crescerà più. Sa che l’unico modo per guadagnare di più è diventare dirigente. Sa che la sua carriera è, di fatto, già scritta.

I dirigenti scolastici, invece, sono tra i più pagati al mondo. Un preside italiano di scuola primaria, secondaria inferiore o superiore guadagna sempre la stessa cifra: 156.372 dollari. Non c’è differenza legata al livello scolastico, alla complessità dell’istituto o al numero di studenti. È una retribuzione uniforme, che colloca l’Italia al secondo posto tra i paesi OCSE, subito dopo l’Inghilterra, dove un preside di scuola secondaria guadagna 159.295 dollari.

Il confronto con i laureati è ancora più sorprendente. In media, un dirigente scolastico guadagna il 39% in più di un lavoratore con laurea. In Italia, il divario è molto più ampio: un preside guadagna il 94% in più di un laureato medio. È quasi il doppio. Un insegnante, invece, guadagna il 33% in meno di un laureato. La forbice è enorme. Ciò crea una distorsione nelle carriere. Molti insegnanti ambiscono a diventare dirigenti non per vocazione pedagogica, ma per la differenza economica. E una volta diventati presidi, si trovano a gestire un ruolo sempre più amministrativo e burocratico, sempre meno legato alla leadership educativa. Il paradosso è che l’Italia paga bene chi dirige la scuola e male chi la fa vivere ogni giorno in aula L’Italia spende circa 14.981 dollari per studente nell’istruzione primaria e secondaria, contro una media OCSE di 16.075. È sotto la media, ma non drammaticamente. Il rapporto studenti-insegnanti è di 11 a 1 nella primaria e 10 a 1 nella secondaria inferiore, tra i più bassi dell’OCSE. Questo significa che le classi italiane non sono affollate, ma gli insegnanti sono pagati poco.

Il capitolo di Education at a Glance 2026 ci dice che la professione docente non è attraente, la carriera è piatta, e l’unico modo per crescere è diventare dirigente, spesso a costo di allontanarsi dalla didattica. La crisi non si risolve solo con aumenti salariali, ma senza di essi è impossibile competere con il settore privato e con gli altri Paesi europei. Il rapporto OCSE lo dice con chiarezza: gli stipendi competitivi sono una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per attrarre e trattenere insegnanti di qualità. L’Italia, su questo fronte, è ancora indietro.

IN SINTESI

In Italia, abbiamo visto, un docente della scuola secondaria guadagna in media il 36% in meno rispetto al resto dei lavoratori laureati nel Paese. Sebbene gli stipendi iniziali siano in parte riallineati alla fascia medio-bassa europea, il divario reale con l’estero e con gli altri settori si amplia drasticamente con l’avanzare della carriera. Mentre nei Paesi OCSE lo stipendio medio di un insegnante continua a crescere in modo progressivo fino alla pensione, in Italia lo scatto salariale tende a stagnare o a bloccarsi quasi del tutto dopo circa 10-15 anni di servizio.

Le cause principali dell’anomalia
  • Meccanismo di progressione legato solo all’anzianità: Manca del tutto una struttura di carriera basata sul merito, su ruoli intermedi di coordinamento o sullo sviluppo di competenze aggiuntive. L’unica leva d’aumento è l’anzianità di servizio, che risulta comunque molto lenta.

  • Mancanza di investimenti pubblici in rapporto al PIL: L’Italia destina alla scuola primaria e secondaria circa il 2,7% del PIL, contro una media OCSE del 3%. Questo minor gettito strutturale penalizza direttamente il rinnovo dei contratti collettivi.

  • Erosione del potere d’acquisto nel tempo: Tra il 2015 e il 2024, gli stipendi reali degli insegnanti nell’area OCSE sono cresciuti mediamente del 14,6% a prezzi costanti. In Italia, al contrario, l’impatto dell’inflazione e i lunghi periodi di blocco contrattuale hanno generato un calo reale del 4,4%.

  • Elevata età media e precariato: Con circa il 40% del corpo docente composto da over 55, il sistema spende molto per la fascia alta di anzianità senza però garantire stipendi d’ingresso o di metà carriera competitivi, scoraggiando i giovani dal percorso d’insegnamento.

Il confronto con le altre categorie di laureati

La penalizzazione economica per chi sceglie di laurearsi e lavorare in Italia non riguarda solo la scuola, ma si estende all’intero mercato del lavoro:

  • Premio salariale della laurea ridotto: In Italia il “premio” stipendiale derivante dal possesso di una laurea è nettamente inferiore rispetto al resto dei Paesi OCSE. Un laureato italiano guadagna in media molto meno di un suo pari grado tedesco, francese o scandinavo, indipendentemente dal settore.

  • Docenti vs altri Laureati: Se nell’area OCSE il divario tra lo stipendio di un insegnante e quello di un altro lavoratore in possesso di titolo terziario si attesta intorno al 17%, in Italia questa distanza raddoppia. Ciò rende la docenza una delle professioni intellettuali con il minor rendimento economico rispetto al titolo di studio richiesto.

  • Disparità interna al sistema scuola: Il rapporto OCSE mette in luce un paradosso strutturale: mentre i docenti figurano tra i meno pagati della fascia OCSE, i dirigenti scolastici (presidi) italiani vantano retribuzioni e progressioni tra le più elevate a livello mondiale.

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