Per la Treccani la parola del 2023 è (purtroppo) “femminicidio”

La Treccani sceglie “femminicidio” come parola dell’anno 2023. L’Istituto dell’Enciclopedia italiana decide quest’anno di evidenziare il vocabolo che ha segnato gli ultimi dodici mesi e lo fa nell’ambito della sua campagna  #leparolevalgono, volta a promuovere un uso corretto e consapevole della lingua.

Nell’anno in cui è stata uccisa Giulia Cecchettin dall’ex fidanzato Filippo Turetta, altre 102 donne sono state assassinate. Negli ultimi dieci anni la media in Italia è stata di 150 l’anno. Anche sui media la parola ha assunto una rilevanza crescente.

Nel Vocabolario della lingua italiana Treccani questa è la definizione di “femminicidio”: “Uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica di una donna in quanto tale, espressione di una cultura plurisecolare maschilista e patriarcale che, penetrata nel senso comune anche attraverso la lingua, ha impresso sulla concezione della donna il marchio di una presunta, e sempre infondata, inferiorità e subordinazione rispetto all’uomo”.

La scelta di “femminicidio” come parola dell’anno, sottolinea la Treccani, “evidenzia l’urgenza di porre l’attenzione sul fenomeno della violenza di genere, per stimolare la riflessione e promuovere un dibattito costruttivo intorno a un tema che è prima di tutto culturale: un’operazione pensata non solo per comprendere il mondo e la società che ci circondano, ma anche per contribuire a responsabilizzare e sensibilizzare ulteriormente lettori e lettrici su una tematica che inevitabilmente si è posizionata al centro dell’attualità”.

Come Osservatorio della lingua italiana, spiega Valeria Della Valle, direttrice scientifica, insieme a Giuseppe Patota, del Vocabolario Treccani “non ci occupiamo della ricorrenza e della frequenza d’uso della parola ‘femminicidio’ in termini quantitativi, ma della sua rilevanza dal punto di vista socioculturale: quanto è presente nell’uso comune, in che misura ricorre nella stampa e nella saggistica? Purtroppo, nel 2023 la sua presenza si è fatta più rilevante, fino a configurarsi come una sorta di campanello d’allarme che segnala, sul piano linguistico, l’intensità della discriminazione di genere”.

Aggiunge Della Valle: “Il termine, perfettamente congruente con i meccanismi che regolano la formazione delle parole in italiano, ha fatto la sua comparsa nella nostra lingua nel 2001 (e fu registrata nei Neologismi Treccani del 2008): da allora si è esteso a macchia d’olio quanto il crimine che ne è il referente”.

Il termine ha cominciato ad avere una certa diffusione soprattutto a partire dal 2008, anche grazie al libro di Barbara Spinelli intitolato appunto “Femminicidio”. Si tratta di una parola non indigena, spiega la Treccani: è un calco dell’inglese “feminicide”, da confrontare con lo spagnolo “feminicidio”, coniato dalla criminologa Diana Russel in un suo saggio e ripresa dall’antropologa messicana Marcela Lagarde in un suo scritto del 1993 per indicare i numerosi omicidi di donne ai confini tra Messico e Stati Uniti. (da professionereporter.eu)

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