di Piero Di Antonio
— La Spagna in semifinale ha dato una lezione di calcio alla Francia. Un 2-0 che non ammette discussioni, anche se Deschamps, memore degli insegnamenti ricevuti durante il suo periodo agonistico in Italia, ha subito chiesto all’opinione pubblica se l’arbitro fosse all’altezza di una semifinale dei Mondiali. Un patetico tentativo, purtroppo frequente dopo qualsiasi sconfitta, di non ammettere un aspetto semplicissimo della gara: gli spagnoli sono stati insuperabili, freschi, dotati di grande tecnica e sagacia calcistica, al cospetto di una Francia un po’ sbruffona che si è accorta a mano a mano che si andava avanti di non sapere come fronteggiare gli scatenati e talentuosi avversari.
Vittimismo nazional-popolare
Prendersela con l’arbitro è un vezzo tutto italiano, espressione di un atavico vittimismo che coglie i perdenti. Nessun calciatore o allenatore, a memoria d’uomo, si è presentato davanti ai microfoni dicendo: “Abbiamo perso perché gli altri sono stati superiori”. Non è esente da questo vittimismo nazional-popolare la marea di tifosi, commissari tecnici e commentatori sportivi che affollano gli stadi e gli studi televisivi: mai un applauso a un gol dell’avversario di indubbia bellezza, ma solo fischi ai propri calciatori con la protervia e l’arroganza di chiamarli davanti alle curve per chiedere scusa della sconfitta o del gol. Nessun calciatore, ormai assorbito da questo malcostume, che si rifiuti e faccia loro un sonoro pernacchio, alla Eduardo per intenderci, e dica: “Andate a lavorare”.
Brava gente, sarebbe il caso di dire ai tifosi urlanti, di che cosa dovrei mai chiedere scusa? Del fatto che nello sport come nella vita c’è qualcuno più bravo di noi o dei nostri eroi? Non siamo più nel pianeta dello sport, siamo precipitati in quello delle recriminazioni, delle sconfitte subite sempre per un errore dell’arbitro o del terzino, quando a non sbagliare è il difensore centrale “che non ha saputo fare la diagonale”. Mai con la pura verità in bocca: siamo stati scarsi nel gioco e nell’impegno o, se vogliamo, sopravvalutati.
Una grande lezioni politica
La vittoria della Spagna sulla Francia e la meritata conquista della finale in una Coppa del Mondo che ci vede perfetti estranei, dovrebbero rappresentare per noi italiani una grande lezione politica. Ci arriva da un Paese che uscito dalla dittatura franchista ha saputo compiere performance, non solo sportive, straordinarie. Lo dicono le cifre e le statistiche, ma lo si legge sulle facce sorridenti e tranquille degli undici che vanno in campo.
Ad aprire gli occhi sull’irruzione della Spagna sulle scena europea e mondiale sono le considerazioni di un ingegnere di Ferrara aduso a riflettere e a documentarsi sui fatti del mondo. Un intellettuale che sa leggere fatti ed eventi: “La Spagna – ci raccontava a cena – è il Paese del futuro perché, dopo la dittatura, ha messo da parte i vecchi. Non solo in termini anagrafici ma anche decisionali. Dove poteva li ha rimpiazzati con i giovani, più freschi, più proiettati al futuro. Quale futuro potrà mai programmare e sostenere un sessantenne-settantenne? Costui penserà solo a perpetuare il suo potere, qualunque esso sia e in qualsiasi ambito si esprima. L’unico orizzonte che gli si para davanti è la pensione e ciò lo costringe a fare di continuo i calcoli per arrivarci”.
Il Paese giovane
Va da Barcellona, a Valencia, da Madrid a Siviglia, e si estende in un gigantesco laboratorio che ha fatto dell’innovazione un principio irrinunciabile, perché vincente. La lezione su cui riflettere è quella di un team che non si è formato da poco, ma che viene da lontano, frutto di scelte coraggiose e lungimiranti come quelle di lasciare spazio e spettacolo a giovanissimi under 18 gettati nella mischia delle competizioni e che riescono a ricambiare la fiducia del manager con prestazioni stupefacenti. La Spagna è giovane sempre. Nel calcio, nella politica – ad esempio sa dire no alla prepotenza del Trump di turno e non tira fuori un euro in più per missili e carrarmati. Lo è anche al cospetto dell’Europa, riuscendo a stupire con la franchezza che uomini e donne manifestano in qualsiasi manifestazione pubblica.
Chi vince esulta, chi perde spiega
Dinanzi al successo contro gli spocchiosi francesi, che si presentano con quattro (diconsi quattro) attaccanti lasciati poi in campo in triste solitudine, spicca la freschezza e la classe degli avversari: tocchi brevi, padronanza della tecnica e della posizione, palleggi eleganti e fondamentali del calcio rispettati alla lettera. Il resto è fuffa, anzi è l’analisi della prestazione arbitrale che conforta i perdenti e i mediocri. Chi vince esulta e chi perde spiega, ci ha insegnato un maestro dello sport, Julio Velasco. Domenica 19 luglio a New York vedremo chi sarà campione del mondo, la Spagna o l’Argentina, ma la lezione che arriva dal Paese giovane è sempre valida, non vincolata alla conquista o meno della Coppa.
Uno spettacolo da rimborsare
Dinanzi alla rappresentazione della modernità alla quale assistiamo da anni, come si pone il nostro Paese? Con il vecchiume della sua classe dirigente e con la ritualità tanto cara a un conservatorismo che ci pone sempre sulla linea della mediocrità, non solo calcistica. L’ultimo campionato della nostra Serie A è stato di livello così basso da rendere giustificabile perfino il rimborso dei biglietti.
Personaggi da copertina
Alla Federcalcio i club di A e B hanno voluto piazzare il mandarino Malagò, buono per tutte le stagioni, perché funzionale al gran bisogno di nuovi stadi dei presidenti delle squadre, come se modesti e tronfi giocatori si trasformerebbero di colpo in fuoriclasse al primo apparire negli stadi ipermoderni. Uno dei primi impegni, si è capito, sarà la modernizzazione degli impianti (leggi appalti) al posto di una crescita e maturazione tecnica e umana dei calciatori. Da Malagò si scende per li rami a Mancini e Antonio Conte, come se questi milionari della panchina fossero in grado di portare un vento nuovo nello sgangherato mondo del pallone (Atalanta e Udinese escluse).
Arriva un certo Baldini, allenatore che valorizza le nostre retrovie calcistiche e ci dice e dimostra che bisogna puntare sulle nuove leve, e le convoca in nazionale, seppure a tempo determinato. Ma Baldini o altri tecnici della federazione non vanno sulle copertine di riviste patinate a raccontare la rava e la fava dell’inutilità. Siamo malati di eccesso di immagini costruite nei laboratori dell’informazione moderna e del marketing. I valori tecnici valgono poco.
Scomparsa la narrazione del gioco
Il ct della Spagna, De La Fuente, è un selezionatore, ovvero un tecnico della federazione calcio spagnola. Da noi, invece, si corteggia il nome da copertina, un Mancini che lascia la nazionale per i milioni dell’Arabia o di un Conte assatanato che in Europa non ha mai vinto alcunché. Personaggi da copertina, da Vanity Fair, da Gazzetta dello Sport, da commentatori che parlano di scarichi, linee, sovrapposizioni e di formule matematiche 4-4-2, 4-3-3… condite con statistiche di interesse nullo. Mai narratori della concretezza e della semplicità del gioco del calcio. Durante Spagna-Francia, ad esempio, il telecronista Rai ci ha sommerso di statistiche su presenze, gol di destro, di testa, di collo pieno, di infortuni, media gol e partite disputate di alcuni giocatori carneadi: sembrava di assistere a una lezione di matematica e geometria euclidea.
Stadi belli e funzionali: ma chi ci giocherà?
Ciò che dovrebbe preoccupare, a Mondiale finito, è un’efficace politica dei giovani nello sport. Non pensare al vertice del triangolo, ma alla base. Come li fai andare avanti i nuovi arrivati? In Italia – ormai colonia dei club spagnoli, Barcellona e Real Madrid ogni anno organizzano campus in molte città a caccia di giovanissimi talenti – giocare a pallone è diventato un lusso, con la perdita di una venatura popolare che un tempo forgiava i talenti dei nostri successi mondiali. Oggi far frequentare a un ragazzino una scuola calcio equivale a dover pagare 600 euro all’anno per allenamenti e divise. Cifra che incide in un bilancio famigliare che ogni anno si assottiglia. Un tempo si giocava nei cortili e negli spiazzi, oggi su campi in erba. Ma con una sicurezza in più che ci viene da Malagò e soci: avremo tanti stadi belli, luccicanti e funzionali, con appalti sempre avvolti, però, nel sospetto come è d’uso nel nostro Paese, da Italia 90. Ma si rischia di vederci giocare osannati campioni che, se ci fate caso, non sanno neanche stoppare un pallone.






