Vannacci, un conformista in linea retta

Il generale Roberto Vannacci è l’uomo del momento: ha lasciato la Lega di Salvini per correre da solo con il suo movimento, Futuro Nazionale. Ecco un ritratto pubblicato sui social tre anni fa alle sue prime apparizioni dopo il successo del suo libro autoprodotto, Il mondo al contrario, che lo ha lanciato a presidiare, oggi, l’estrema destra italiana assieme a Casapound e, in Europa, a formazioni filonaziste che stanno spuntando come funghi.

Prima elementare. Il maestro scrive sulla lavagna una A con un punto sotto
e fa altrettanto con una B, distanziando le due lettere. Poi dice agli
alunni: “Bambini, unite i due punti con una linea”. Tutti al lavoro sul
foglio bianco. Il maestro osserva i risultati: tante linee rette dal punto A al
punto B, tranne un arabesco, un ghirigori, sul foglio di una bambina
attardata rispetto ai compagni. “Ma perché hai unito i due punti in  questo
modo?” le chiede.

Emma, 6 anni appena, non si scompone: “Signor maestro, lei ha detto
soltanto di unire i due punti, non di unirli con il tracciato più veloce. Se
uno ha fretta la linea più veloce è una retta. Ma io ho preferito arrivare da
A a B attraverso un percorso che mi è sembrato migliore e più
interessante”.

“Migliore e interessante perché? Ma così, Emma, perdi tempo…”
“Sì, perderò tempo, ma percorrendo il tragitto da A a B in questo modo
vedrò intorno a me, camminando, tante più cose e incontrerò e conoscerò
più persone”.

Sta in questo dialogo tra il maestro e l’alunna la spiegazione, l’unica che
possiamo fornire oggi, della politica e del potere. La linea retta altro non è
che il percorso veloce, immediato che tutti scelgono per avere nel minor tempo possibile la sensazione di risolvere un problema, di arrivare a un obiettivo. Si potrebbe chiamare la linea retta dittatura, autocrazia, sovranismo, populismo.

Il ghirigori di Emma è di sicuro  più lungo e faticoso, ma è l’unico
che nel tempo ci farà vedere più cose, le migliori, di cui molto spesso non
ci accorgiamo dell’esistenza. Sta qui, in questa non marginale
considerazione, il lungo percorso della libertà e della democrazia. Più cose
si vedono più vicini si è nella comprensione del mondo.

E l’attualità del mondo, di questi tempi, ci pone davanti a un generale
dell’Esercito che ha pensato bene di indicarci i tanti percorsi veloci e meno
pericolosi che occorre fare per giungere a un punto soddisfacente del
vivere insieme. Insomma, con le sue parole, ha tracciato una linea retta,
diritta, da A a B, preferendola all’arabesco di Emma.

Ascoltare le sue parole piuttosto che leggere il best-seller ci rimanda a un’idea più aderente alla realtà italiana. La viva voce arriva
più chiara nella sfera della nostra comprensione. L’occasione l’ha fornita
un’associazione che fa capo a un assessore comunale di Ferrara che ha
invitato Roberto Vannacci, l’uomo del momento. La sala è gremita, c’è
anche in prima fila una vecchia conoscenza, il generale dei carabinieri
Pappalardo. L’organizzazione è efficiente. Chi ha organizzato non
nasconde l’emozione e una certa eccitazione nell’ospitare il generale-che-
parla-chiaro e che ha fissato i suoi principi universali e condivisi da quasi
tutta la platea a imperitura memoria in un libro che va via come le
caramelle.

Ma qual è stata l’impressione nell’ascoltare dal vivo l’alto
ufficiale? Linguaggio asciutto, sintetico, frasi secche e sbrigative come gli
ordini impartiti ai sottoposti. Snocciola dati e percentuali, seppure riferiti a
Paesi non tanto vicini a noi come Australia e Giappone.  Dice di aver
assistito negli anni al declino di Parigi provocato dalla sindaca
ambientalista Hidalgo. E non evita di citare l’altro declino, quello della
California che, non punendo i ladri (sarà poi vero?), ha fatto la fortuna della Florida del governatore molto di destra Ron De Santis (venite in
Florida – è lo slogan – vi farò ricchi) e del Texas.

Simpatie, rispettabili ma ininfluenti in ciò che vogliamo dire. La serata va
avanti sui temi classici del Vannacci-pensiero: aperte critiche
all’ambientalismo e all’emergenza climatica, non tralasciando
l’immigrazione clandestina, la procreazione, l’educazione dei figli, la
scuola, il ruolo della donna – “non ho mai detto che deve rimanere a casa –
l’immancabile riferimento alla patria (in verità è il valore a cui gli italiani
sono meno legati) per finire alla questione delle questioni: l’omosessualità:
“Cari omosessuali, normali non siete fatevene una ragione”.

E qui si entra nel metodo-Vannacci, che piace e affascina tanto la Destra e
quella parte dell’opinione pubblica che, pur di peso, preferisce in genere
starsene in disparte. Stavolta ha decretato il successo di un libro – Il
mondo al contrario – che dice  “pane al pane e vino al vino”.

Qual è la base da cui traspare questo modo di ragionare e di proporre
soluzioni? La statistica. O meglio, la normalità espressa dalla
maggioranza. E qui – in questo assunto in apparenza indiscutibile poiché
legato a numeri e percentuali – sta il limite che fa precipitare la
costruzione di un pensiero che si arroga di essere trasgressivo ma che in
realtà vola basso, rasenta la banalità, che mai e poi mai potrà alzarsi in
volo.

Non serve scomodare Camus quando ci ha detto che le azioni umane
non potranno mai essere spiegate e tollerate con una visione burocratica e
matematica; o quando osserva che ciò che conta non è rispettare o
risparmiare sofferenze agli altri, bensì far vincere una dottrina in un mondo
in cui colui che trionfa ha ragione. Non è la statistica che può offrire la
base ideologica della discussione, né un’uscita di sicurezza.

Molti principi enunciati dal generale evaporano, nonostante gli applausi che riceve dal pubblico che vuol sentire tutto ciò, nobilitandolo con una parola “libertà”.
Libertà di espressione, ossia l’articolo 21 della Costituzione, quello che fa
più comodo citare.

Invece si avverte il portato modesto di questa operazione politica: è dato
dal conformismo e dalla superficialità del tragitto breve che ama accompagnarsi a parole sbrigative e a frasi con meno fronzoli. La linea
retta ci sembra la migliore, ma, ahinoi, è la più scontata e gratuita perché
non tiene conto di ciò che è migliore e interessante per l’intero nostro
percorso di vita.

Essere patrioti, scandisce Vannacci. E dove dobbiamo andare a scavare per
trovare tutto questo patriottismo? Nel sottosuolo? Attenti, basta un
nonnulla per scadere nel nazionalismo, notoriamente “il rifugio delle
canaglie”, per dirla con Samuel Johnson. E poi, quanti di questi patrioti
hanno esaltato ed esaltano davvero il nostro Paese? Ma davvero
patriottismo equivale ad amarlo? Non è automatico. Tra il dire ed esserlo
sul serio esistono comportamenti e atteggiamenti che ci dimostrano il
contrario.

L’analisi da cui muove il generale è solo di facciata numerica,
statistica, matematica, fredda come le cifre che snocciola. Il conformismo
della maggioranza sta tutto qui, non prevede l’anormalità che spesso ha
partorito il genio. Per la maggioranza del tempo la muffa era la muffa,
insalubre. Per Fleming, invece, è stata la penicillina.

La maggioranza su cui azione e pensiero dovrebbero basarsi è la pietra di
paragone di tutto, sebbene non preveda la variabile che muove l’universo:
il fattore umano, più complesso e imperscrutabile. E se la statistica assurge
a unica scienza della politica non possiamo non confutare il
pensiero cult sugli omosessuali. Il numero ci consegna, infatti, una
maggioranza plebiscitaria di eterosessuali, è vero, questa è la normalità da
cui discende qualsiasi giudizio. Ergo, “voi omosessuali non siete normali”.

Ma la statistica, sempre se si sceglie il percorso disegnato da Emma, ci
consegna un’altra verità. Tutto il mondo è contrario alla guerra. La pace è
la vera normalità. “Quindi, cari militari di tutto il mondo, normali non siete,
fatevene una ragione”.  Il modo scelto da noi per andare da A a B può
anche farci capire questo.

Piero Di Antonio

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