Sarà l’economia il fattore principale che inciderà sulle elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Da New York, The Voice of New York ci descrive la situazione del Paese alle prese con un rallentamento dell’economia che potrebbe risultare determinante, più della guerra, alle elezioni di novembre. Per ora, l’opinione pubblica si sta accorgendo che il messia Trump ha moltiplicato i suoi, di dollari, non quelli rimasti in tasca agli americani per via dell’inflazione. La guerra, gli insulti al Papa, le dichiarazioni minacciose, il caso Epstein, l’aumento dei pezzi e dei mutui, tutto contribuisce a dare l’immagine di un potere nervoso e in caduta nei sondaggi.
di Massimo Jauss *
L’America si avvicina al voto di midterm con una sensazione che a Washington si riconosce subito, quella di un potere che perde presa mentre il Paese si innervosisce. I mesi che portano a novembre non saranno una marcia ordinata, ma un percorso accidentato, tra scosse politiche ed economiche. Donald Trump arriva a questo appuntamento nel momento più fragile della sua seconda presidenza. La popolarità è in caduta, la guerra con l’Iran ha aperto una frattura nell’opinione pubblica, il caso Epstein continua a pesare e perfino lo scontro con il Papa, colpevole soltanto di predicare pace e fratellanza, ha restituito l’immagine di un presidente impulsivo, senza misura.
L’economia torna a fare paura. Alla fine il conto arriva sempre nelle tasche degli americani. La frenata dell’economia, il ritorno dell’inflazione, il rialzo dei prezzi di benzina e alimentari stanno cambiando il clima del Paese. Più che le stime del Fondo Monetario Internazionale, contano i segnali concreti, la spesa che aumenta, i mutui più cari, la sensazione diffusa di precarietà. La guerra con l’Iran ha riacceso il costo dell’energia e complicato il lavoro della Federal Reserve, che ora ha meno spazio per tagliare i tassi. È il paradosso politico di questa fase, mentre la Casa Bianca chiede allentamento, i dati spingono verso la prudenza. E c’è un altro dato che pesa, più silenzioso ma politicamente esplosivo.
Da quando è tornato alla Casa Bianca, il patrimonio personale di Trump, sedicente nuovo messia, è cresciuto in modo significativo, con stime che parlano di un aumento tra uno e quattro miliardi di dollari in pochi mesi. Tra rivalutazioni immobiliari, asset digitali e partecipazioni, il presidente si arricchisce mentre una parte crescente del Paese fa i conti con prezzi più alti e prospettive più incerte. È un contrasto che in campagna elettorale non passa inosservato.
La guerra che non convince più. Anche il fronte internazionale si sta rivelando un terreno difficile. I sondaggi mostrano un’opinione pubblica stanca, sempre meno convinta del conflitto con l’Iran. La maggioranza disapprova gli attacchi e, soprattutto, non vede una strategia chiara. È questo il punto più debole della Casa Bianca. La guerra non solo divide, ma appare confusa. Doveva ristabilire sicurezza e forza, ha prodotto ansia e costi. Molti americani ritengono che abbia peggiorato la loro situazione economica e messo a rischio quella futura. Il cessate il fuoco annunciato da Trump non ha chiuso il capitolo, lo ha soltanto sospeso. I negoziati falliti e l’assenza di un accordo mantengono aperta l’incertezza. È una guerra che non mobilita più consenso e una pace che non rassicura.
Il subbuglio nel mondo MAGA. Anche dentro il mondo MAGA qualcosa si muove. Cresce il sospetto che questa guerra tradisca la promessa originaria di evitare nuovi conflitti e di concentrarsi sull’America interna. Quando una parte della base comincia a vedere nella Casa Bianca non una rottura ma una continuità, il problema diventa politico. Trump resta il riferimento, ma il malumore non è più marginale.
Una presidenza sempre più nervosa. Il litigio con il Papa si inserisce in questo clima e lo amplifica. Non è solo un episodio, è un segnale. La guerra, le dichiarazioni minacciose, il caso Epstein, l’inflazione, tutto contribuisce a dare l’immagine di un potere che rincorre gli eventi più che governarli.
Verso novembre con il vento contro. Così l’America entra nella stagione delle midterm con il vento contro. L’economia non aiuta, la politica estera non offre una direzione chiara, la narrazione della forza perde credibilità. Le elezioni di novembre saranno un giudizio complessivo, sul disordine, sulla leadership, sulla capacità di guidare il Paese. Il rischio per Trump non è solo la stanchezza degli elettori, ma qualcosa di più profondo, la sensazione che dietro il rumore non ci sia una strategia, né una visione, né una mano ferma sul timone.
