BCE / Timori per i rischi degli ingenti prestiti delle banche europee ai colossi Usa dell’Intelligenza Artificiale

Quando una banca centrale avvia un’indagine riservata su un settore prima che i mercati comincino a tremare, occorre prestare attenzione. La BCE (Banca centrale europea) ha chiesto a un numero ristretto di banche europee dettagli sui loro finanziamenti ai Data center e sull’uso interno dell’Intelligenza Artificiale generativa. E lo ha fatto in anticipo – scrive Stefano Silvestri sul sito financialounge – rispetto alle turbolenze di febbraio che hanno affossato i titoli di società di gestione patrimoniale, assicurazioni e software, colpite dal timore che l’IA ne automatizzi i processi core. La notizia, riportata da Bloomberg citando fonti anonime, si muove su due binari:vigilanza sul credito erogato al settore dell’IA e comprensione di come le banche stesse stiano adottando queste tecnologie. Il messaggio implicito è chiaro: Francoforte sta chiedendo cautela. E’ bene premettere che da semplici e-mail alle complesse operazioni bancarie, dai Social Media ai servizi di streaming, tutto passa attraverso i Data Center, centri nevralgici che elaborano, archiviano e distribuiscono enormi quantità di dati. Sono infrastrutture sofisticate e di enorme importanza.

La Bce – scrive la piattaforma online delle Ricerche degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano​ – ha inserito l’Intelligenza artificiale tra le priorità della sua vigilanza bancaria per il triennio 2026-2028, e i workshop in corso ne sono la prima manifestazione concreta. I temi trattati (modelli di business, governance e gestione del rischio), fotografano la vulnerabilità delle banche di fronte a una tecnologia che può trasformarle dall’interno prima ancora di minacciarle dall’esterno.

Sul fronte del credito, l’attenzione si concentra sui finanziamenti ai data center, che negli ultimi due anni hanno assorbito investimenti colossali da parte delle Big Tech mondiali. Sul fronte interno, i workshop puntano a fare luce su quanto le singole banche abbiano integrato l’IA generativa nei propri processi. Un’adozione accelerata senza adeguata governance può infatti generare rischi difficili da quantificare.

Il concetto di “esposizione nascosta” all’IA – aggiunge il Politecnico di Milano – è forse il dato più rilevante per chi investe in titoli bancari europei. Un banchiere citato da Bloomberg ha spiegato che mappare queste esposizioni è tutt’altro che lineare: una banca che ha finanziato un data center è esposta non solo al rischio che quel data center non ripaghi il prestito, ma anche a tutto ciò che sta a monte (fornitori di energia, utility locali, produttori di hardware). Se uno di questi anelli si spezza, il rischio risale fino alla banca. 
È un rischio a cascata che i modelli tradizionali faticano a catturare e che ricorda la crisi dei sub-prime: silenzioso e distribuito lungo una catena che nessuno ha mappato per intero, visibile solo quando è troppo tardi.

La Bce ha anche chiesto alle banche cosa farebbero se un fornitore cloud o un data center fallisse improvvisamente; il recupero dei dati e i backup sono stati indicati come aree di particolare attenzione. Quando gli investitori hanno iniziato a interrogarsi su quanta parte del wealth management (la gestione della propria ricchezza) potrebbe essere automatizzata, i titoli del settore hanno subito vendite importanti. Assicurazioni e software hanno seguito la stessa traiettoria: l’IA non è solo un’opportunità, è anche una minaccia ai modelli di ricavo consolidati.

L’indagine della Bce è però partita prima di queste turbolenze, il che suggerisce che Francoforte aveva già identificato i segnali di rischio quando i mercati erano ancora in modalità euforia. Solitamente, quando i supervisori fanno domande riservate su un settore, hanno visto qualcosa che il mercato non ha ancora prezzato. Per chi investe, la domanda non è se la Bce troverà qualcosa di problematico: è quanto grande potrebbe essere.

C’è una dimensione del rischio che va oltre i bilanci delle singole banche e tocca la sovranità tecnologica europea. Il principale regolatore finanziario olandese aveva già avvertito Bloomberg che la dipendenza dai giganti tecnologici stranieri, quasi tutti americani, esporrà le banche del continente a minacce sistemiche crescenti. La concentrazione è strutturale: chip da Nvidia, cloud da Amazon, Microsoft e Google, e modelli fondazionali dalle stesse aziende o da OpenAI. Le banche europee si trovano in una posizione paradossale: prestano denaro agli stessi giganti tecnologici da cui dipendono operativamente. Se uno di questi soggetti entrasse in difficoltà, verrebbero colpite due volte: come creditrici e come clienti.

L’indagine della Bce pone con chiarezza istituzionale la domanda più scomoda: l’IA vale davvero quello che costa? I trilioni investiti globalmente poggiano su proiezioni di rendimento che nessun player ha ancora dimostrato di poter realizzare. Il ceo di IBM ha già osservato che “la matematica non torna”, e IBM la capacità computazionale la vende da decenni. 
La Bce non usa la parolabolla ma quando chiede alle banche di mappare le esposizioni nascoste all’IA, di spiegare cosa farebbero se un data center chiudesse domani, di giustificare i propri modelli di governance, sta facendo esattamente le domande che precedono una crisi. La prudenza suggerisce di non aspettare che quelle risposte diventino pubbliche.

C’è da ricordare che già a novembre dell’anno scorso la Banca Centrale Europea aveva lanciato un allarme: le valutazioni a Wall Street sono troppo elevate e ciò rappresenta un rischio per la stabilità finanziaria. Nella sua Financial Stability Review biennale, l’istituto monetario  ha tracciato un quadro con più ombre che luci del sistema economico e finanziario , alimentando le preoccupazioni degli investitori per una possibile forte correzione di mercato. Tra i fattori principali che avrebbero alimentato la bolla, la Bce segnala il boom dell’Intellgenza Artificiale. L’avvertimento di Francoforte si unisce a quello giunto da diversi banchieri, del Fondo monetario internazionale e dalla Banca d’Inghilterra, che di recente hanno evidenziato come i prezzi delle azioni di molte società quotate alla Borsa americana siano in contrasto con i fondamentali.

Le considerazioni della Bce rafforzano la tesi di chi sostiene che la situazione attuale assomigli a quella di 25 anni fa, quando scoppiò la bolla delle dot-com. Allora le valutazioni raggiunsero soglie del tutto scollegate dai fondamentali delle aziende. Ci si avvia verso lo stesso scenario di una grande bolla?

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