E’ nato in Italia il Sindacato per la dignità psicologica sul lavoro (SDPL) che si presenta come il primo organismo di difesa e tutela della salute mentale sui luoghi di lavoro. La proposta è partita da un giovane studente di psicologia del lavoro, Giacomo Spinadin, che un anno fa aveva chiesto alla sua comunità sui social il parere se dare vita o meno a un sindacato per difendere la salute mentale dei lavoratori, oggi a rischio di burnout. La risposta sui social è stata enorme e l’idea ha preso forma. A differenziarlo dagli altri sindacati è proprio la focalizzazione sulla salute mentale e la trasversalità dei tesserati, che vanno dai lavoratori dipendenti alle partite Iva. I tesserati possono chiedere supporto a tre sportelli: ascolto e sostegno psicologico, consulenza legale, consulenza sociale e lavorativa.
Il coordinamento dello SDPL è formato da 14 persone che hanno lavorato al progetto per un anno dopo aver contattato Spinadin in seguito alla diffusione del post virale. Oggi gestiscono una rete di psicologi e avvocati dislocati dal Nord al Sud del Paese, selezionati dopo una fase di candidatura e colloqui. Gli incontri con i lavoratori sono online, ma con sportelli fisici in 23 città tra cui Bologna, Torino, Napoli, Milano, Roma e Palermo.
“Vogliamo cambiare il modo in cui si affronta il rapporto tra lavoro e salute mentale – ha spiegato di recente in un’intervista il fondatore Spindain – oggi, se hai un problema, vai dallo psicologo o dall’avvocato per conto tuo. È tutto individuale. Noi vogliamo costruire un sistema collettivo, accessibile e strutturato. Il sindacato lavora anche con enti terzi per promuovere corsi e attività dedicate ai temi della salute mentale sul lavoro, come burnout, mobbing, violenza di genere e dinamiche legate al licenziamento”. Il 9 maggio il sindacato per la dignità psicologica sul lavoro patrocinerà un workshop a Padova. “Il messaggio che vogliamo dare è che il benessere psicologico non può essere trascurato sul luogo di lavoro. Avere a disposizione uno sportello significa normalizzare – dice Spinadin – non sempre c’è un bisogno immediato, ma è una forma di tutela. Non dobbiamo essere più costretti ad andare in burnout per sapere che esiste un supporto. La salute mentale è un diritto che va difeso al pari degli altri“.
IL BURNOUT

La sindrome da burnout (dall’inglese “bruciato”) è una condizione di esaurimento emotivo, mentale e fisico causata da un eccessivo e prolungato stress sul posto di lavoro. E’ un problema sempre più diffuso nella nostra società che impone ritmi frenetici e una forte pressione lavorativa e sociale che portano a stress e ansia e che a lungo andafre può minare kil benessere generale. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità la sindrome da burnout influisce in maniera negativa sull’equilibrio del corpo e della mente a tal punto da compromettere la capacità di affrontare la quotidianità con serenità e determinazione.
La sindrome da burnout può dipendere da numerosi fattori. Senza dubbio può avere un peso significativo un carico di lavoro eccessivo (condizione più frequente oggi giorno), oppure scarso o incongruente rispetto ai valori e alle competenze del lavoratore. Allo stesso modo, possono avere un ruolo nell’insorgenza della sindrome il senso di insoddisfazione per il mancato riconoscimento del proprio lavoro o l’insicurezza lavorativa. A lungo andare, tutte queste dinamiche possono tradursi in una perdita di interesse e distacco da parte del lavoratore. Anche la presenza sul luogo di lavoro di un clima relazionale in cui predominino il conflitto e la competizione a scapito della buona comunicazione e della collaborazione non può di certo favorire una predisposizione al lavoro efficiente e coinvolto.
I sintomi possono essere fisici che si manifestano con stanchezza, cefalee, tachicardia, dolori muscolari, disturbi gastrontestinali, insonnia e ipersonnia, cambiamenti nell’appetito e variazioni di peso, oltre a un abbassamento delle difese immunitarie, oppure emotivi e psichici che portano ansia, demotivazione, frustrazione, resistenza nell’andare ogni giorno al lavoro, apatia, distacco emotivo, tensione e nervosismo e dall’assenza di iniziativa. Tutti sintomi che si riflettono nel comportamento come può essere la scarsa produttività, la condivisione del proprio malessere con altre persone, l’assenteismo e nei casi più acuti nella tendenza a sfogare il senso di frustrazione nel cibo, nell’alcol e perfino nell’uso di sostanze stupefacenti. Se trascurati, questi sintomi possono portare a disturbi più gravi come la depressione.
LE PROFESSIONI PIU’ A RISCHIO
Molte le categorie professionali che presentano fattori del rischio di “una sindrome psicologica – come l’ha definita la rficercatrice Christina Maslach – che emerge come risposta prolungata a stressori interpersonali cronici sui luoghi di lavoro. Non ne sono esenti medici, paramedici, infermieri e altre figure della sanità esposti a situazioni stressanti, turni e carichi di lavoro lunghi ed elevati, e a decisioni difficili. A rischio anche insegnanti per via di comportamenti problematici degli studenti, le forze dell’ordine alle prese con situazione pericolose e traumatiche, e gli operatori dei call center costretti a gestire clienti insoddisfatti e arrabbaiti. Non manca la categoria dei giornalisti. Incalzati da scadenze strette, dal dover coprire eventi traumatici e dalla costante pressione per produrre notizie tempestive e accurate, anche i professionisti dei media rischiano la sindrome dell’ansia e stress.
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Fonti: sindacato SDPL, Santagostino psiche
