“IO, BARBARA, madre e vittima due volte di stalking, chiedo a tutti…”

Esiste una violenza sulle donne quotidiana, sottile, carsica, burocratica che non fa rumore che ci annienta: è la violenza di chi fa ricorso alle maglie della legge e il ruolo di genitore come armi per continuare uno stalking (già condannato in tribunale), però psicologico. E’ quanto denuncia Barbara Paron, in passato sindaca di Vigarano Mainarda e presidente della Provincia di Ferrara, parlando della sua vicenda di madre e donna vittima di stalking che non si sente protetta nonostante la condanna del suo carnefice. E’ più sola di prima “costretta a subire una micro-violenza legalizzata”. Un cortocircuito – scrive – che investe la giustizia “che prima riconosce lo status di persecutore a un uomo e poi, in sede civile e minorile, rischia di premiarlo come padre”. Barbara Paron pone il suo caso e alcuni interrogativi all’attenzione della pubblica opinione, non solo ferrarese.
Il testo integrale della lettera
“Affido a queste righe una riflessione che nasce da un’esperienza personale, ma che sento il dovere morale di elevare a questione pubblica. Si parla molto, fortunatamente, di violenza sulle donne. Se ne parla quando lascia segni visibili, quando l’epilogo è tragico, quando il codice penale interviene con la nettezza delle sue definizioni. Esiste però un’altra forma di violenza: una violenza carsica, sottile, burocratica e quotidiana, che non fa rumore ma che annienta giorno dopo giorno. È la violenza di chi usa le maglie della legge e il ruolo genitoriale come armi di prosecuzione di un abuso già condannato.
Sono una donna, una madre, e sono stata vittima di stalking. Questo non è un mio assunto emotivo, ma un fatto sancito da una sentenza di condanna dello Stato Italiano nei confronti del mio ex. Si potrebbe pensare che una condanna segni la fine di un incubo e l’inizio della tutela. Purtroppo, la realtà si rivela molto più ambigua e dolorosa.
La violenza, quando non può più esercitarsi in modo diretto, cambia pelle. Diventa manipolazione, controllo coercitivo o, come viene definita dagli esperti, “violenza vicaria”: l’uso dei figli come strumento per colpire, destabilizzare e torturare psicologicamente la madre. Accade perché l’ostruzionismo non si manifesta con le minacce verbali, ma con il silenzio, con le informazioni omesse, con i piccoli dinieghi quotidiani. Impedire a una madre di accompagnare il proprio figlio agli allenamenti adducendo scuse pretestuose, isolarla dai momenti di normalità della vita del minore, significa perpetuare uno stalking psicologico sotto traccia. Eppure, davanti a queste condotte, le istituzioni spesso tentennano, catalogando tutto come “semplice alta conflittualità genitoriale”.
C’è un cortocircuito logico e giuridico inaccettabile in questo Paese: una giustizia che prima riconosce lo status di persecutore a un uomo, e poi, in sede civile e minorile, rischia di premiarlo come padre, concedendogli spazi di manovra che diventano inevitabilmente strumenti di ritorsione.
I figli, in questo scenario, diventano vittime due volte. Vengono caricati di responsabilità enormi, manipolati con il ricatto dell’abbandono. Vengono spinti a mostrare una felicità da copertina, fatta di uscite continue e musei a favore di relazioni sociali, mentre il tempo sacro della quiete, della normalità domestica e del riposo passato con la madre viene paradossalmente letto dai periti come “apatia” o “mancanza di stimoli”. Un adolescente ha il diritto di stare tranquillo a casa, senza dover dimostrare nulla a nessuno.
Lascio all’opinione pubblica, ai magistrati, agli assistenti sociali e ai consulenti una domanda aperta: può dirsi davvero protetta una donna che, pur avendo in mano una sentenza di condanna per il suo carnefice, si ritrova più sola di prima, costretta a subire una micro-violenza quotidiana legalizzata?
La violenza invisibile si annida nei dettagli, nella burocrazia degli affetti, nel diritto usato come clava. Chiedo alle istituzioni di non guardare solo al sangue o alle urla, ma di imparare a leggere il silenzio ostile e la sottomissione psicologica a cui molte madri sono ancora costrette, nel nome di una genitorialità di facciata che di educativo non ha più nulla.
Una madre, una cittadina, una donna libera che non smetterà di difendere la dignità propria e di suo figlio”

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