Polemiche dopo un’infelice intervista di Gianni Infantino alla tv brasiliana CazéTV, in cui il presidente della FIFA aveva sferzato l’ambiente azzurro. “Abbiamo discusso di un Mondiale con 64 squadre – aveva dichiarato Infantino -. Forse con 64 squadre l’Italia riuscirà a qualificarsi. Chissà, magari dovremmo arrivare a 208…”. Le dichiarazioni non sono andate giù neanche alla Federcalcio, che ha espresso il proprio disappunto. “È stata un’uscita infelice, una caduta di stile che ha ferito il sentimento dell’intera comunità sportiva italiana. Nella vittoria e nella sconfitta il calcio insegna i valori, a cominciare dal rispetto” si legge nel comunicato della FIGC.
Tra i più critici nei confronti di Infantino c’è Marco Tardelli. Intervenuto durante la trasmissione Notti Mondiali su Rai 1, l’ex centrocampista campione del mondo nel 1982 non ha nascosto il proprio disappunto. “Assolutamente ci vuole più rispetto, doveva parlare per l’arbitro somalo e fare qualcosa per riammetterlo”, ha dichiarato Tardelli, aggiungendo poi un giudizio ancora più netto: “Non si deve permettere di dire una cosa del genere”.
L’esclusione dai Mondiali dell’arbitro somalo Omar Artan ha scosso l’immediato inizio della competizione. Al direttore di gara non è stato permesso entrare negli Stati Uniti una volta atterrato a Miami. Le autorità di frontiera lo hanno respinto senza una motivazione ufficiale. Il caso è diventato subito di interesse globale insieme al discutibile trattamento degli States nei confronti di varie delegazioni giunte per giocare i Mondiali e perquisite in modo non propriamente conforme agli standard abituali.
La Fifa – presieduta da Gianni Infantino, che l’Equipe definisce oggi il pupazzo del presidente Usa – sulla vicenda dell’arbitro somalo ha fatto spallucce: “La FIFA – ha detto il nuovo Ponzio Pilato – non è coinvolta nei processi di immigrazione del paese ospitante, comprese le procedure di rilascio dei visti, ed è stata informata dalle autorità che lo status di Omar non subirà modifiche al momento”.
Una farsa che precede un sospetto. Il potere di Infantino e quello di Trump potrebbero convergere in procedure poco cristalline. Siamo sicuri che tutte le gare si svolgeranno con equilibrio e correttezza? Qualcuno ha forse speso una parolina? Il clima non è dei migliori. E se qualche arbitro, più realista del re, fischiasse a sproposito per favorire un team a scapito di un altro, ad esempio gli Stati Uniti, la prima nazionale che viene in mente? ? Vedremo. Per ora, nella vicenda dell’arbitro somalo escluso dalla competizione, Infantino è stato zitto e buono come se fosse l’usciere della Fifa. E gli uscieri, si sa, in certe organizzazioni hanno potere. A pensare male si fa peccato… ma molte malelingue lo pensano e non lo dicono. (PdA)
I Mondiali della discordia
La Coppa del Mondo doveva rappresentare un fiore all’occhiello per la Fifa soprattutto per la presenza tra i tre Paesi organizzatori degli Stati Uniti (insieme a Canada e Messico), invece le cose hanno preso subito una piega negativa e ora i rapporti tra il presidente Usa Trump e Gianni Infantino finiscono sotto la lente di ingrandimento del New York Times e dell’Equipe. Le notizie dagli Stati Uniti non sono la migliore immagine possibile inviata di un Mondiale di calcio. Le nazionali come quella dell’Uzbekistan e del Senegal che vengono perquisite come si trattasse di pericoli pubblici, l’arbitro somalo rimandato indietro perché tacciato di presunti e probabilmente inesistenti legami con il terrorismo, i visti dell’Iran arrivati in ritardo e per giunta parziali: è un Mondiale della divisione piuttosto che dell’unione.
Il New York Times scrive che i segnali per prevedere ciò che sarebbe successo erano tutti lì con la Fifa che ha scelto di ignorarli. E nell’articolo firmato da Adam Crafton ci sono tutte le “briciole di pane” che Infantino avrebbe potuto seguire per prevedere i potenziali problemi: “Gli indizi per la Fifa c’erano a cominciare dal primo atto firmato da Trump come presidente il “Protecting American People Against Invasion”, ma anche quello sui divieti di viaggio o le richieste per 50 Paesi di pagare fino a 15mila dollari per la richiesta di un visto. O sarebbe bastato ascoltare le parole di Trump sui somali e il suo “tornassero da dove sono venuti”.
La Coppa della Morte
Trump e il presidente della Fifa Infantino stringono la ‘Death Cup’, “la coppa della morte”, ossia la coppa dei mondiali di calcio che la posto del pallone presenta un teschio: è l’ultima denuncia della street artist Laika1954. La ‘Death cup’ e una seconda opera sono comparse a Zurigo, in Svizzera: la prima raffigura un tifoso Messicano, perquisito e arrestato da due agenti dell’Ice, la polizia statunitense per l’anti-immigrazione, al centro di polemiche e accuse di deportazioni, arresti arbitrari e violenze. Secondo l’artista, le due opere vogliono denunciare quello che è “uno dei Mondiali più controversi della storia” sul piano dei diritti umani. Laika dichiara: “È il Mondiale di Trump, delle sue bombe che hanno ucciso migliaia di persone, delle deportazioni dell’Ice, delle discriminazioni razziali, del blocco dei visti, delle ispezioni in frontiera solo per alcune delegazioni e del collasso della democrazia. Ma anche il Mondiale della complicità nel genocidio di Gaza, dei bombardamenti in Libano e in Iran, del golpe in Venezuela e delle minacce a Cuba”. Nel mirino dell’artista c’è anche il presidente della Fifa Gianni Infantino: “Ha permesso a Israele di disputare le qualificazioni in pieno genocidio- denuncia Laika- e ha premiato Trump con il Fifa Peace Award nel dicembre scorso, nonostante le politiche violente e razziste dell’amministrazione americana”. Poi, alla luce di perquisizioni e abusi, l’artista lascia un interrogativo: “Quante persone messicane e sudamericane rinunceranno a tifare pubblicamente per le proprie squadre con maglie e bandiere, per paura di finire vittime di retate e deportazioni?”.
Il soccorso del Canada
E per questo motivo che in soccorso del direttore di gara è arrivato il Canada, uno dei tre paesi ospitanti di questi Mondiali insieme a Messico e appunto Stati Uniti. Il Canada, in maniera soprattutto provocatoria, ha offerto il proprio sostegno ad Omar Artan. Il premier della Columbia Britannica, David Eby, ha affermato che Omar sarebbe il benvenuto in Canada e ritiene che dovrebbe essergli consentito di arbitrare le partite dei Mondiali a Vancouver, una delle città ospitanti dei Mondiali del 2026. “Artan sarebbe accolto e celebrato nella Columbia Britannica per ciò che ha superato e per dove è arrivato oggi. Facciamolo arbitrare a Vancouver”, ha scritto Eby sui social.
Nonostante la buona volontà, l’ingresso di Artan in Canada non potrà essere funzionale a farlo arbitrare ai Mondiali. Artan non può arbitrare né in Canada e né in Messico solamente per una questione molto chiara. Il direttore di gara avrebbe dovuto recarsi a un centro di formazione a Miami allestito per radunare tutti i 52 arbitri e gli 88 assistenti scelti per i Mondiali. Tutti gli ufficiali sul campo devono così restare in quel quartier generale in Florida per l’addestramento, la preparazione e per garantire la propria sicurezza. E questo per Artan non sarà possibile prendere parte ai Mondiali entrando dal Canada.
Cos’è successo all’arbitro Artan: 11 ore di detenzione
La vicenda è diventata grave specie per via del racconto dello stesso Artan il quale ha spiegato di essere stato interrogato per 11 ore di notte in una piccola stanza durante prima di essere trasferito in una cella di detenzione aeroportuale e poi rimpatriato con un volo che ha fatto scalo Istanbul e successivamente diretto a Mogadiscio. Una vicenda assurda per il 34enne il quale era destinato a diventare il primo arbitro somalo a dirigere una partita del più importante torneo di calcio, prima che gli venisse negato l’ingresso negli Stati Uniti. La vicenda è ancora avvolta nel mistero dato che Omar si era recato già a Miami per un seminario pre-torneo e un ritiro di allenamento obbligatori organizzati dalla FIFA per gli arbitri selezionati per dirigere le partite della Coppa del Mondo.
L’arbitro somalo era in possesso di un passaporto diplomatico e di un visto statunitense valido per un singolo ingresso e per questo è stato fermato dagli agenti dell’immigrazione al suo arrivo e successivamente gli è stato negato l’ingresso nel Paese. Da capire ora come gestirà la vicenda la FIFA che ha così dovuto rinunciare al miglior arbitro maschile del continente africano nel 2025 protagonista di alcune partite della recente Coppa d’Africa senza poter fare molto. La sua convocazione per i Mondiali era stata accolta con entusiasmo in tutta la Somalia, dove il presidente Hassan Sheikh Mohamud lo ha definito una fonte di ispirazione per i giovani del Paese.
