di Marco Giustiniani *
— Non si tratta più soltanto di arresti arbitrari, di immigrati prelevati per strada o di operazioni condotte al limite della legalità. In Oregon, gli agenti federali dell’immigrazione (l’Ice, la polizia anti-immigrazionedi Trump) hanno ignorato più volte un ordine del tribunale, falsificato documenti ufficiali e fornito testimonianze false per giustificare arresti che non avrebbero dovuto effettuare. È quanto ha accertato il giudice federale Mustafa Kasubhai in una sentenza di 50 pagine, emessa lunedì 2 novembre, che rappresenta una delle più severe censure giudiziarie contro le pratiche dell’ICE, l’agenzia incaricata di applicare le leggi sull’immigrazione. Le parole del magistrato non lasciano molto spazio alle interpretazioni. Senza un controllo esterno, scrive Kasubhai, l’ICE non è in grado di svolgere le proprie attività investigative e operative con integrità e competenza. Un giudizio pesantissimo, che investe non soltanto il comportamento di alcuni agenti, ma l’affidabilità dell’intero sistema di controlli federali sull’immigrazione in Oregon.
L’arresto durante una gita di pesca
La vicenda più clamorosa riguarda un giovane di 22 anni, fermato il 26 luglio nei pressi di Emigrant Lake, nell’Oregon meridionale, dove si era recato con un amico per pescare. Secondo la sua testimonianza, alcune automobili senza contrassegni avevano cominciato a seguirli dopo una sosta in un supermercato Walmart. Arrivati al lago, gli agenti dell’ICE avevano bloccato la vettura, arrestato il conducente e ammanettato anche il passeggero, senza mostrargli alcun mandato e senza spiegargli le ragioni del fermo. Nel rapporto ufficiale, però, l’agente identificato con le iniziali J.G. aveva raccontato una storia diversa. Sosteneva che gli agenti conoscessero già l’identità del giovane e avessero ottenuto un mandato prima dell’arresto. Interrogato sotto giuramento, ha dovuto ammettere che non era vero. Non sapeva neppure chi fosse il ragazzo quando la vettura era stata fermata. Il governo ha cercato di presentare quelle contraddizioni come semplici errori nella compilazione dei documenti. Il giudice ha respinto la spiegazione. Secondo il magistrato, l’agente aveva deliberatamente mentito in un documento ufficiale per dare l’impressione che l’arresto fosse stato eseguito legalmente. E ha giudicato falsa anche la ricostruzione fornita dall’agente durante la testimonianza. La conclusione è inquietante: se un agente ha manipolato un rapporto per giustificare un arresto, quanti altri documenti potrebbero contenere falsificazioni analoghe? È lo stesso interrogativo sollevato dal magistrato, che mette in dubbio l’attendibilità dei rapporti compilati dall’ICE in Oregon.
Un ordine ignorato per otto mesi
La controversia risale al 4 febbraio, quando Kasubhai aveva emesso un’ingiunzione preliminare che limitava gli arresti per violazioni civili delle norme sull’immigrazione senza mandato. Gli agenti potevano procedere soltanto quando esistevano fondati motivi per ritenere che la persona fosse presente illegalmente nel Paese e rischiasse di fuggire prima che fosse possibile ottenere il mandato. Dovevano inoltre documentare le circostanze dell’arresto e trasmettere periodicamente i rapporti agli avvocati di Innovation Law Lab, l’organizzazione che aveva promosso una causa collettiva contro le pratiche dell’ICE. Secondo la sentenza, quelle disposizioni sono state sistematicamente disattese. Tra febbraio e agosto, il governo aveva dichiarato soltanto 13 arresti senza mandato, un numero che il giudice ha giudicato del tutto inattendibile. Dall’esame dei documenti sono emerse incongruenze, informazioni inesatte, descrizioni praticamente identiche utilizzate per arresti differenti e perfino indicazioni sbagliate sul luogo in cui erano avvenuti i fermi. In un caso, un lavoratore addetto alle consegne era stato arrestato e trattenuto per circa tre mesi prima che emergesse uno scambio di persona. Anche i documenti relativi al suo arresto contenevano informazioni errate. Il magistrato ha parlato di un lavoro approssimativo, ma soprattutto di un sistema nel quale gli agenti sembravano preoccuparsi più di giustificare gli arresti dopo averli effettuati che di verificarne preventivamente la legalità.
Le pressioni politiche e le responsabilità dei vertici
La sentenza arriva dopo mesi di operazioni dell’ICE condotte nel quadro della politica di espulsioni di massa voluta da Donald Trump. Un programma che ha imposto alle agenzie federali obiettivi particolarmente ambiziosi, con la prospettiva di arrivare a un milione di espulsioni all’anno. È in questo clima che si inseriscono le violazioni accertate in Oregon. La pressione politica per aumentare gli arresti costituisce lo sfondo della vicenda, anche se il giudice non ha stabilito che le falsificazioni fossero state ordinate direttamente dai vertici dell’amministrazione. Nel procedimento compaiono infatti anche i nomi di Pam Bondi e Kristi Noem, all’epoca rispettivamente alla guida del Dipartimento di Giustizia e di quello della Sicurezza Interna. Entrambe figurano tra i funzionari citati in giudizio nella loro veste ufficiale, ma nessuna delle due è stata riconosciuta personalmente responsabile delle falsificazioni o delle false dichiarazioni. Resta tuttavia una questione politica difficilmente eludibile. Quando un’amministrazione pretende risultati sempre più elevati nella lotta all’immigrazione illegale, fino a che punto gli agenti incaricati di raggiungerli possono sentirsi autorizzati a forzare le regole? E soprattutto, chi controlla che gli ordini politici non si trasformino, sul terreno, in una licenza di ignorare quelli dei tribunali?
La legge vale anche per chi la fa rispettare
Kasubhai ha imposto nuovi controlli, obbligando l’ICE a ricordare ogni 30 giorni agli agenti i limiti degli arresti senza mandato e a consegnare documenti e registrazioni delle operazioni. Una decisione che rivela quanto sia ormai compromessa la fiducia del tribunale nell’operato dell’agenzia federale. La sentenza chiama in causa anche le responsabilità politiche e istituzionali di Kristi Noem e Pam Bondi, che all’epoca dirigevano rispettivamente il Dipartimento della Sicurezza Interna e quello della Giustizia. Nessuna delle due è stata riconosciuta personalmente responsabile delle falsificazioni, ma entrambe erano ai vertici dell’apparato federale che avrebbe dovuto garantire il rispetto della legge e degli ordini dei tribunali. Resta quindi aperta la questione della loro responsabilità di supervisione, in un’amministrazione che ha fatto degli arresti e delle espulsioni di massa una priorità assoluta. Per Kasubhai, il principio è semplice: chi è incaricato di far rispettare la legge non può pretendere di esserne esentato. Perché quando gli agenti ignorano gli ordini dei giudici e falsificano i documenti per giustificare il proprio operato, il confine tra l’applicazione della legge e l’abuso del potere rischia di scomparire.
*The Voice of New York






