di Sara Di Antonio
Ah, ma quelle sono le mie montagne che si vedono dal mare. Fanno sì che quando si mette piede in questo pezzo di Abruzzo Ulteriore (oltre il fiume Pescara, per i Romani), vi sia un’aria mista e strana che sa di spiagge e di neve; dolce, ma fresca abbastanza per avvisarci che dietro di noi ci guardano gli Appennini.Ci osservano e conservano dentro di loro la durezza delle strade di montagna, e i boschi, che però non sono mai così freddi e spigolosi da farci dimenticare che in caso di tristezza si può sempre scendere – o cadere! – verso il mare. Non abbiamo pensieri se non quelli strani della Natura, che contempla silenziosa le nostre miserie e non è in grado di regalarci una pace che di fatto non abbiamo.
Neppure la cima innevata più perfetta, bianca, piena, nonostante sia ormai pieno aprile, può temperare le onde del mare che continuano a suggerire pensieri e perplessità.
Non può farlo neppure questo medio Adriatico, che non è blu abbastanza da farci dimenticare chi siamo, ma sorride trasparente delle nostre sciocche mestizie.
Da lontano, l’aria si riscalda velocemente, e se non ci spostassimo subito verso l’ombra, non crederemmo al fatto che non è ancora estate. Probabilmente a Campo Imperatore, luogo surreale dell’esistenza, qualche pastore abruzzese – non maremmano, per carità! – si diverte con quel poco di freddo e di umido che resta tra le sterpaglie delle sue cime dure.
Ma qui siamo al mare, dunque non saprei, ci sono persone in canotta e hanno l’aria sazia e distratta di chi è capitato qui per caso; come di chi non sa che arriverà un’altra notte, questa volta fredda e ventosa, a raggelarci ancora il cuore.
