DIPENDENTE LICENZIATA / Azienda condannata dal giudice per aver fatto ricorso all’Intelligenza Artificiale

Al Tribunale di Genova si è concluso un processo importante per il futuro del lavoro. In un momento storico in cui le nuove tecnologie stanno ridefinendo ruoli, mansioni e processi aziendali, i giudici sono stati chiamati a esprimersi sul primo contenzioso in Italia per un licenziamento legato all’implementazione dell’Intelligenza Artificiale. E hanno stabilito che la lavoratrice dovrà essere reintegrata: con una sentenza emessa il 21 aprile – che VD (vdnews.it)   ha visionato – il giudice monocratico della sezione lavoro Maria Ida Scotto ha condannato l’azienda al pagamento di un indennizzo.

17 gennaio del 2025. Quattro dipendenti del customer service di Maersk a Genova – alcuni con lunga anzianità di servizio – vengono convocati dal capo reparto con la motivazione di una riunione sui risultati di performance. Si sarebbero invece ritrovati a tu per tu con il responsabile delle risorse umane, che avrebbe comunicato loro la cessazione immediata del rapporto di lavoro.  Nelle comunicazioni di licenziamento Maersk scriveva che «l’attività inerente il cosiddetto reparto Workflow è stata delocalizzata presso il team Gsc (sito in India e Filippine e non dipendente dalla scrivente società) con conseguente soppressione delle posizioni lavorative» ricoperte dai quattro dipendenti coinvolti. Non veniva fatto nessun riferimento all’Intelligenza Artificiale.

La motivazione ufficiale è quindi un piano di riorganizzazione interna, che sarebbe stato comunicato senza alcun preavviso e in termini generici, come una strategia di “trasformazione digitale” e “ottimizzazione dei flussi”. Tre lavoratori accettano una buonuscita economica. La quarta persona, una impiegata cinquantenne (Giulia, nome di fantasia) ha invece deciso di intraprendere una battaglia legale per essere ricollocata in servizio, difesa dagli avvocati Filippo Andrea Zorzi e Chiara Ramberti.

Nel ricorso presentato dai legali si contesta all’azienda di non aver rispettato la normativa relativa ai licenziamenti. I punti da chiarire sono diversi, a partire dalle tempistiche. Sebbene in Italia sia obbligatoria la preventiva comunicazione della procedura di licenziamento all’Ispettorato Territoriale del Lavoro (ITL), ai lavoratori coinvolti il licenziamento è stato comunicato direttamente. Isolati e senza possibilità di essere affiancati da colleghi, sindacati o altre figure, i lavoratori hanno ricevuto un documento che attestava la cessazione del rapporto di lavoro e hanno dovuto consegnare il loro PC aziendale. Hanno poi ricevuto una proposta di indennità economica, comunque legata alla firma di una lettera con cui si rinunciava a ogni contestazione futura.

Oggi è plausibile ritenere che quei licenziamenti siano dovuti all’implementazione dell’Intelligenza Artificiale nei processi produttivi. L’azienda è sempre stata restia a confronti con istituzioni e giornalisti. La verità è emersa solo ora, dopo mesi di silenzio, in conseguenza dell’avvio dell’azione legale.  Ad aprile Marc Degrelle – che guida il Customer Experience (Customer Service) a livello globale – pubblicava un post su Linkedin in cui lodava l’implementazione dell’IA in due centri Gsc a Pune e Mumbai, in India. Entusiasta, il manager di Maersk scriveva: «Vedere l’Intelliegnza artificiale in azione, non più un concetto ma una realtà, con prove concrete: sta migliorando l’affidabilità, la velocità e il CSAT (Customer Satisfaction Score). L’IA, potenziata da interazioni umane significative, è imbattibile».

L’azienda non ha mai confermato né smentito che la delocalizzazione prevedesse il ricorso a sistemi di IA. Ma alla richiesta dell’assessore al lavoro di Genova di avere chiarimento da Copenhagen, nessuno si è presentato all’incontro. Con l’approvazione dell’AI Act avvenuta giugno del 2024, l’Unione Europea ha introdotto una normativa stringente che prevede tutele estese per i lavoratori. Ad esempio, alle aziende viene richiesto di informare i rappresentanti sindacali e i lavoratori prima di introdurre un sistema di IA considerato ad alto rischio. Parliamo di sistemi con capacità simili a quelle di un essere umano, che vengono utilizzati per la selezione del personale, per decidere eventuali promozioni e licenziamenti e per monitorare e valutare i dipendenti.

L’AI Act vieta l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale in grado di desumere le emozioni di una persona sul luogo di lavoro – tranne che per motivi medici o di sicurezza. I lavoratori provano un ampio spettro di emozioni ed è naturale che, durante la complessa gestione delle richieste dei clienti, possano emergere reazioni negative. Ma nessun lavoratore dovrebbe essere giudicato – o discriminato – per via di una mansione intrinsecamente ansiogena che può provocare anche tristezza, rabbia, disgusto, imbarazzo, vergogna e così via.

La regolamentazione europea fa sì che questo non accada. Ma potrebbe favorire, involontariamente, la delocalizzazione verso Paesi con norme più lasche. «Da un punto di vista teorico il licenziamento nell’ambito di una riorganizzazione interna è regolare se rispetta i vincoli normativi», spiega a VD l’avvocato del lavoro Alessio Amorelli. E questo vale anche se l’esternalizzazione coinvolge l’implementazione dell’Intelligenza Artificiale, «perché ad oggi non c’è nessuna norma specifica che lo vieta». Secondo Amorelli, che cura la newsletter Labour Weekly incentrata sui rapporti di lavoro, l’approccio europeo resta comunque fondamentale perché difende i diritti dei lavoratori dalle minacce delle nuove tecnologie. “Ma in un mondo dominato da aziende globali – conclude – il rischio è che queste tutele spingano le società a ridurre la forza lavoro in Europa per delocalizzare in Paesi in cui ci sono meno vincoli”. Saranno le motivazioni della sentenza di reintegrazione a chiarire alcuni passaggi della vicenda, ma intanto è questa la realtà con cui la forza lavoro dovrà fare i conti in futuro.

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