LE OMBRE DEL CASO EPSTEIN / Trump nomina ministro della Giustizia il suo avvocato di fiducia

Donald Trump vorrebbe chiudere la partita in fretta, come sempre. Una cena alla Casa Bianca, un video rilanciato sui social dal fedelissimo Dan Scavino, una frase buttata lì con la sicurezza di chi considera le istituzioni un fastidioso passaggio burocratico: Todd Blanche, oggi Attorney General ad interim, diventerà Attorney General permanente, vale a dire il ministro della Giustizia. “Domani darò istruzioni”, ha detto il presidente, presentando la nomina come una formalità, un processo “molto complicato” ma, nella sua previsione, “molto rapido”. Solo che questa volta, tra l’annuncio e il traguardo, c’è di mezzo il Senato. E soprattutto c’è di mezzo l’affare Jeffrey Epstein.

Blanche non è un nome qualsiasi nell’universo trumpiano. È stato per anni l’avvocato personale del presidente, lo ha difeso nei procedimenti penali più delicati, lo ha accompagnato quando Trump trasformava le aule di tribunale in comizi e le incriminazioni in carburante politico. Era lui che lo difendeva, senza esserci riuscito, dalle accuse di E. Jean Carroll nel tribunale di New York. Poi è entrato al Dipartimento di Giustizia, prima come vice Attorney General, quindi come capo ad interim dopo la cacciata di Pam Bondi, travolta proprio dalla gestione opaca e politicamente esplosiva dei dossier Epstein. Ora Trump vuole promuoverlo definitivamente, affidandogli il ministero più sensibile dell’amministrazione, l’agenzia che dovrebbe difendere la legge e non il presidente.

Il problema è che Blanche arriva al voto di conferma con un bagaglio già pesante. In pochi mesi si è guadagnato la fiducia assoluta di Trump, ma anche l’irritazione di una parte del Congresso. Ha ideato, spinto e difeso la controversa idea di un fondo da 1,8 miliardi di dollari destinato a compensare le presunte vittime della “giustizia politicizzata” dell’era Biden, una formula elastica dietro la quale i Democratici hanno visto subito un fondo nero per premiare amici, alleati e reduci del 6 gennaio. L’iniziativa ha provocato un’alzata di scudi bipartisan, ha spaccato i repubblicani al Senato e ha costretto il Dipartimento di Giustizia a fare marcia indietro. Ma non abbastanza da rassicurare tutti. Alcuni senatori vogliono che il divieto sia scritto nero su bianco, non affidato alla parola di un’amministrazione che cambia versione a seconda della convenienza del giorno. (…)

Sulla carta, i numeri sembrano favorevoli. I Repubblicani controllano il Senato con 53 seggi contro 47 Democratici. Ma per Blanche questo significa che non può permettersi molte defezioni. Il quadro si complica con l’accordo che avrebbe garantito a Trump, alla sua famiglia e alle sue aziende una protezione dai controlli fiscali dell’IRS. Anche questo finirà inevitabilmente sul tavolo. Perché la domanda, in fondo, è sempre la stessa: Blanche è il futuro Attorney General degli Stati Uniti o ancora l’avvocato personale di Trump trasferito dentro il governo federale?

Ma il nodo più insidioso resta Epstein. La Casa Bianca sperava forse di essersi lasciata alle spalle il caos dei documenti pubblicati a pezzi, delle omissioni, delle censure sbagliate, degli interrogatori in carcere mai chiariti con Ghislaine Maxwell, delle promesse di trasparenza trasformate in sospetti di insabbiamento. Invece il caso continua a riemergere. Non come un fascicolo chiuso, ma come una presenza che torna sempre nel momento peggiore. E per Blanche il momento peggiore coincide con l’inizio della sua corsa alla conferma.

Pam Bondi, ascoltata a porte chiuse dalla Commissione di Vigilanza della Camera, ha cercato di prendere le distanze dalla gestione del caso. E nel farlo ha indicato Blanche come l’uomo incaricato dell’intero processo di pubblicazione dei documenti Epstein. Era lui, secondo l’ex Attorney General, il responsabile della procedura, delle carte, delle revisioni, delle censure. Una frase che pesa più di molte accuse dirette, perché sposta il centro della responsabilità. Pam Bondi è stata licenziata, ma prima di uscire di scena ha lasciato sul tavolo una mappa precisa: se volete capire che cosa è successo con i dossier Epstein, chiedete a Todd Blanche.

È un passaggio devastante per la Casa Bianca. Trump può liquidare il caso come una “bufala”, può accusare i media, i democratici e persino una parte dei suoi sostenitori di alimentare una storia che lui vorrebbe seppellire. Ma il problema non viene più soltanto dall’opposizione. Viene anche dai Repubblicani, dalla base MAGA, da parlamentari che per anni hanno promesso ai loro elettori la verità su Epstein e ora si ritrovano con un’amministrazione molto meno interessata alla trasparenza.

Bondi aveva già alimentato il disastro quando, nel 2025, aveva detto in televisione che la famosa lista dei clienti di Epstein era “sulla sua scrivania”, salvo poi spiegare che si riferiva più genericamente all’intero fascicolo. A luglio il Dipartimento di Giustizia aveva ammesso che una vera lista non esisteva. Ma ormai il danno politico era fatto. Nel mondo MAGA, dove Epstein è diventato per anni il simbolo di una presunta rete di potere protetta dall’élite, quella retromarcia è stata vissuta come un tradimento.

La testimonianza di Bondi ha aggiunto altri elementi imbarazzanti. L’ex Attorney General ha ammesso errori nelle censure dei documenti, inclusa la pubblicazione per sbaglio di informazioni relative alle vittime. Ha detto di non aver mai incontrato personalmente le vittime di Epstein. Ha sostenuto di non sapere nulla del trasferimento di Ghislaine Maxwell in un carcere federale di minima sicurezza in Texas, avvenuto dopo il colloquio di due giorni che Blanche aveva avuto con lei in Florida. Alla domanda se ci fosse un legame tra i due fatti, Bondi ha risposto di non saperne nulla.

Anche qui, il nome di Blanche torna. È lui ad aver parlato con Maxwell. È lui, secondo Bondi, ad aver seguito il processo sui documenti. È lui che ora dovrebbe guidare il Dipartimento di Giustizia mentre il Congresso continua a scavare in una vicenda che nessuno è riuscito davvero a chiudere. Nelle stesse ore, la Commissione di Vigilanza ha trasmesso al Dipartimento di Giustizia nuove accuse emerse dalla testimonianza di Sarah Kellen, storica assistente di Epstein, che ha denunciato presunti abusi da parte di figure legate all’ambiente del finanziere. È un capitolo che merita un racconto a parte, ma politicamente basta a rendere ancora più scomodo il calendario di Blanche. Mentre Trump prepara la sua nomina, i repubblicani chiedono allo stesso Blanche di indagare su nuove accuse legate a Epstein. Il candidato deve presentarsi come garante della trasparenza proprio sul caso che lo coinvolge nella gestione più contestata.

Per Trump, tutto questo non sembra un problema. Anzi, forse è il motivo della scelta. Blanche ha dimostrato fedeltà. Ha difeso il presidente da privato cittadino e poi lo ha servito dall’interno del governo. Ha mostrato di capire la logica del secondo mandato: un Dipartimento di Giustizia non più distante dalla Casa Bianca, ma allineato alla sua battaglia politica. Le incriminazioni contro nemici storici di Trump, la revisione dei casi del 6 gennaio, il linguaggio sull’uso politico della giustizia, tutto racconta la stessa trasformazione. Ma il Senato dovrà decidere se quella fedeltà sia una garanzia o un pericolo. Dovrà decidere se confermare un Attorney General che porta con sé la fiducia assoluta del presidente e la diffidenza crescente di chi teme che il Dipartimento di Giustizia sia diventato un’estensione dello Studio Ovale. Dovrà decidere se chiudere gli occhi davanti alle ombre del fondo da 1,8 miliardi, dell’accordo fiscale e dei dossier Epstein, oppure trasformare l’audizione in un processo politico alla giustizia trumpiana.

Massimo Jauss (The Voice of New York)

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