L’ITALIA dice ancora Ciao al Mondiale di calcio

(PdA) — Non esiste un diritto divino a che l’Italia partecipi al campionato del mondo in Usa, Messico e Canadà perché “siamo l’Italia” o perché “lo abbiamo vinto quattro volte”. Ci  è stato ripetuto fino alla nausea da un giornalismo non solo televisivo che ieri sera, lunedì 30 marzo, alla vigilia della sfida finale per la qualficazione, ha dato su Rai Due il peggio di sè. Esibizione di corna e scongiuri, oppure frasi del tipo “la Bosnia non è al livello dell’Italia”, oppure “non voglio pensare a una terza clamorosa bocciatura del nostro calcio”. Pensalo, invece, amico mio, perché parliamo di sport dove spesso si incontra chi in quel momento è più forte di te e che perdippiù non si gonfia il petto con la superbia e la superiorità calcistica.

Esiste una legge dello sport che andrebbe sempre rispettata, che impone di tenere sempre presente che esistono anche avversari più modesti che possono batterti. Così è stato ieri sera. Per la terza volta gli Azzurri sono fuori dalla più importante competizione calcistica, seguita da miliardi di abitanti della terra, battuta ai rigori da una Bosnia Erzegovina che di sicuro non è una delle massime espressioni del calcio, ma che spinta da un pubblico entusiasta e molto caloroso, ha saputo ribaltare il pronostico e, per quel che vale, smentire le tesi ardite e senza fondamento di chi si piazza davanti a una telecamera per informarti e intrattenerti con rispetto e asciuttezza, e che si lascia andare, invece, a grida, a frasi senza senso, a slogan da curva nord, a gesti scaramantici e alla continua esibizione di corna. Si sono visti anche baci sulla guancia dati in diretta.

E’ la ricorrente sindrome del diritto divino alla vittoria, che poggia anche su un certo nazionalismo che fa a pugni con la sportività. Adesso saranno in molti a pretendere dai nostri calciatori le scuse per la sconfitta. E perché mai? Non è avvilente assistere, come spesso è avvenuto, a una squadra che accetta di andare sotto la curva degli ultrà a dare spiegazioni per la sconfitta? Gattuso, in lacrime, ha chiesto scusa. Non doveva.

Marco Mazzocchi, Paola Ferrari (in verità l’unica a tentare, inascoltata, di calmare l’allegra compagnia di esperti ed esperte di calcio, e di luoghi comuni) e gli ospiti del talk  tv hanno offerto lunedì sera uno spettacolo inguardabile, sguaiato, segno di un declino dell’informazione che fa rimpiangere la compostezza, il garbo e la professionalità degli storici conduttori che hanno saputo raccontare sia i trionfi, sia i rovesci sportivi.

Alla vigilia della sfida in Bosnia, presentando un’importante partita di calcio come l’ultima battaglia della vita, non hanno mai smesso i nostri eroi di gigioneggiare, di comportarsi come padroni di casa e di atteggiarsi a spiritosoni della compagnia. E di nuovo hanno creato imbarazzo, lo stesso imbarazzo – come ebbe già a scrivere Aldo Grasso durante gli Europei del 2024 – che in casi simili si prova nei confronti del servizio pubblico.

Al gol di Kean, la partita sembrava in mano alla Nazionale, poi un fallo da ultimo uomo di Bastioni ne ha decretato l’espulsione, cambiando di colpo la gara. A dieci minuti dalla fine i bosniaci hanno pareggiato, mandando la qualificazione ai supplementari. Non dimentichiamo che durante i tempi regolamentari l’Italia avrebbe potuto chiuderla se in alcune clamorose occasioni se il pallone non fosse stato mandato sugli spalti anziché in  porta. Finiamola qui, e godiamoci i Mondiali, il Brasile di Ancelotti, l’Argentina, la Francia, l’Inghilterra…

A noi italiani tocca ora il processo alla Nazionale con tutta una letteratura di “io l’avevo detto che sarebbe finita male”, “io vi avevo messo in guardia” che si riverserà sull’incolpevole spettatore. Scomodando, va da sè, anche moviolisti, esperti di Var che esamineranno al microscopio, ma sempre a babbo morto, episodi che – “come si vede dalle immagini…”- avrebbero a loro dire penalizzato i nostri eroi della pedata “perché l’arbitro…” e via analizzando e giustificando. E’ giunta l’ora della recriminazione, della sfortuna o della fortuna che stavolta non ci ha aiutato. Arriverà il momento dell’indice puntato contro il capro espiatorio: Gattuso, Bastoni che si è fatto cacciare, la Federalcalcio.. il 4-5-2… la difesa… l’attacco… Mai soffermarsi sulle reali cause del declino.

Sui social si stanno sta scatenando gli esperti del dopo partita, i milioni di commissari tecnici e allenatori che si sentono all’altezza di insegnare calcio e di sapere comse si fa a condurre una nazionale ai Mondiali e magari anche a vincerli. Capiscono di calcio poiché hanno fatto esperienza nei campetti dove giocano i figli.

Ragazzini che vorrebbero solo giocare, divertirsi, esprimere vitalità o il talento, poco o molto, che si possiede nei piedi e nella testa. Perché così, si dice, nascono i campioni. Oggi non si gioca più nelle parrocchie, si subisce la quasi totale assenza di cortili e piazze dove farlo in sicurezza. Le emergenza nelle città sono i parcheggi, il traffico. Al diavolo il gioco e il divertimento dei nostri figli. Nei parchi, fateci caso, vigilano anziani che sentono lesa la loro tranquillità e salute se un gruppo di chiassosi ragazzini dà qualche calcio al pallone sollevando polvere. Sono talmente infastiditi dal gioco, i malmostosi frequentatori delle panchine dei parchi pubblici, che ci sono sindaci che hanno dato loro ascolto, vietando, con tanto di minaccioso cartello, le partitelle di calcio. E chi si ostina a voler dare quattro calci a un pallone? Zac, la multa di 600 euro, come quella affibbiata da solerti vigili urbani di una località del Vicentino a un gruppo di giovanissimi trasgressori.

Da oggi, oltre al dispiacere di non poter tifare Italia, ci tocca vedere tante facce tristi, tifosi incarogniti e sentire le giustificazioni di coloro che ci propinano la fiaba ricorrente in una grande manifestazione: il diritto divino alla vittoria. Se vale l’assioma “ci tocca la vittoria perché siamo l’Italia”- che ormai si accetta senza discussione in quanto sarebbe evidente in sè – potrebbe valere anche il suo contrario: “siamo fuori dai Mondiali proprio perché siamo l’Italia”.

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