OGGETTO FANTASMA / ll telefono dorato dei figli di Trump non squilla. I democratici parlano di frode

Il T1 era stato presentato come un telefono Android color oro, schermo da 6,78 pollici, tre fotocamere posteriori, sblocco facciale, sensore di impronte digitali e un prezzo promozionale di 499 dollari. Il piano telefonico, chiamato “Piano 47”, costa 47 dollari e 45 centesimi al mese, un doppio omaggio numerico a Trump, 47esimo presidente e già 45esimo. La confezione politica era perfetta. Non solo un telefono, ma un’affermazione identitaria. Non solo un piano tariffario, ma una tessera simbolica dell’America trumpiana. I clienti avrebbero perfino visto la scritta Trump nella barra di stato della rete, come se anche il segnale telefonico dovesse passare attraverso la fedeltà al capo. Poi però è arrivata la realtà. La certificazione tecnica PTCRB sarebbe arrivata solo a marzo, la produzione si è rivelata molto più complicata di quanto raccontato, e l’azienda, invece di consegnare il T1, ha cominciato a vendere sul proprio sito iPhone e Samsung ricondizionati. Una curiosa scorciatoia per chi aveva promesso di sfidare proprio Apple e Samsung con un prodotto patriottico.

Secondo le informazioni circolate, quasi 600mila persone avrebbero versato cento dollari di deposito, una cifra che, se confermata, porterebbe il totale a circa 60 milioni di dollari. Ma nei termini pubblicati sul sito, Trump Mobile precisa che l’acconto non costituisce un acquisto, non rappresenta l’accettazione di un ordine, non crea un contratto di vendita, non trasferisce diritti di proprietà, non riserva scorte specifiche e soprattutto non garantisce che il dispositivo venga prodotto o reso disponibile. È la formula perfetta dell’attesa senza obbligo. Il cliente paga, ma l’azienda si riserva il diritto di non consegnare. L’operazione è finita così nel mirino dei democratici. Il governatore della California Gavin Newsom ha parlato di “frode”. La senatrice Elizabeth Warren ha chiesto alla Federal Trade Commission di indagare su possibili pratiche ingannevoli e sulle affermazioni legate al “Made in USA”. Sui social, intanto, la pazienza di una parte della base MAGA ha cominciato a incrinarsi. Video su TikTok e post su X chiedono conto a Donald Trump Jr. ed Eric Trump del telefono mai arrivato. Il tono è quello di chi continua a dirsi sostenitore del presidente, ma comincia a domandarsi dove sia finito il prodotto per cui ha pagato.

All’inizio il T1 era stato pubblicizzato con una promessa netta, sarebbe stato prodotto negli Stati Uniti. Donald Trump Jr. aveva spiegato che quei telefoni potevano essere costruiti in America e che l’obiettivo era riportare la produzione in patria. Era la versione tecnologica dello slogan trumpiano, compra americano, produci americano, diffida della globalizzazione. Poi la formula è cambiata. La scritta “Made in America” è stata sostituita da espressioni più prudenti, “progettato pensando ai valori americani”, “plasmato dall’innovazione americana”, con “team americani” coinvolti nel design e nella qualità. Non più una fabbrica, ma un’aura. Non più una promessa industriale, ma una nebbia patriottica abbastanza larga da coprire quasi tutto.

Il telefono fantasma non è un episodio isolatoÈ un altro scaffale della lunga boutique trumpiana. C’è la Bibbia con la firma di Trump, venduta come oggetto di devozione politica prima ancora che religiosa. C’è il profumo “47”, costruito intorno al numero del suo ritorno alla Casa Bianca. C’è la vodka prodotta in Israele, ci sono bicchieri prodotti in Slovenia, ci sono stati nel tempo cravatte, gemelli, arredi e prodotti di lusso confezionati all’estero e rivenduti dentro una narrazione patriottica. È il Made in America farlocco, quello che non nasce necessariamente in America, ma viene avvolto nella bandiera prima di essere messo sul mercato. Il valore non sta nella manifattura, sta nel marchio. Non nel prodotto, ma nell’appartenenza. Chi compra non acquista soltanto un telefono, un profumo, una bottiglia o una Bibbia. Acquista un segno di fedeltà, una piccola reliquia del movimento, un oggetto che trasforma il consumo in dichiarazione politica.

La base MAGA, almeno in parte, continua a comprare proprio per questo. Il telefono può non arrivare, la promessa può cambiare, l’etichetta può diventare più ambigua, ma il richiamo del marchio resta potente. È la forza di un’identità commerciale che ha imparato a mescolare politica, culto personale e merchandising. Il caso Trump Mobile mostra il paradosso dell’economia trumpiana. Da una parte il presidente predica il ritorno delle fabbriche, invoca dazi, accusa gli avversari di avere svenduto l’America. Dall’altra, la sua famiglia costruisce un mercato parallelo dove la retorica patriottica serve a vendere prodotti legati a promesse elastiche, formule contrattuali opache e filiere molto meno americane di quanto raccontato. Il T1 Phone doveva essere il cellulare dell’America che torna grande. Per ora è soprattutto il simbolo di un’America che paga l’acconto, aspetta la consegna e scopre nelle clausole scritte in caratteri minuscoli che nulla era davvero garantito. 

Girolamo Sponzato (The Voice of New York)

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