PREMIO STREGA / Mari il favorito, “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi la sorpresa

Annunciati i sei libri finalisti all’edizione del 2026, l’80esima, del Premio Strega, il più popolare e prestigioso riconoscimento letterario assegnato in Italia. Sei libri in quanto è scattato il regolamento di votazione, che permette di entrare a un libro pubblicato da un editore medio-piccolo se non arrivato tra le prime cinque posizioni in graduatoria. Il favorito è I convitati di pietra di Michele Mari, con 280 voti. Il libro vincitore sarà proclamato il prossimo 8 luglio.

I sei libri sono: Michele Mari, I convitati di pietra (Einaudi), 280 voti; Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli), 242 voti; Bianca Pitzorno, La sonnambula (Bompiani), 195 voti; Teresa Ciabatti, Donnaregina (Mondadori), 184 voti; Alcide Pierantozzi, Lo sbilico (Einaudi), 170 voti; Elena Rui, Vedove di Camus (L’orma), 163 voti.

Nelle note di Einaudi che presentano il romanzo si legge: “Cosa accade quando la realtà si smaglia, e lascia entrare l’allucinazione? Quando la paura ti avvinghia e si accorcia il respiro? Quando l’unico modo che hai per stare al mondo è vivere su un precipizio, nello «sbilico» delle cose? Alcide Pierantozzi si è immerso in quel precipizio, e ne è uscito stringendo tra le mani un libro unico, letterario e ossessivo, capace di raccontarci per la prima volta in modo crudo e vero, da dentro, un male che è di molti. Una storia di una potenza disarmante, che urtica e lenisce insieme, e che una volta iniziata pretende di essere letta fino all’ultima parola. O bevuta fino all’ultima goccia, come una medicina”.

Nella sinossi è scritto: “Alcide ha quarant’anni, a volte dorme ancora con sua madre, prende sette pasticche al giorno (cinque la mattina e due dopo cena), ed è considerato «un paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido». È un essere umano «difettoso» tra i tanti, ma i suoi difetti stanno tutti dentro quattro pagine di diagnosi controfirmate da uno dei piú famosi psichiatri italiani: «disturbo bipolare», «spettro dell’autismo», «dissociazione dell’io», «antipsicotici», «pensieri di mancata autoconservazione»… Dal suo esilio in una cittadina dell’Abruzzo, dove ogni cosa sembra da sempre uguale a sé stessa, Alcide ci racconta il tempo melmoso delle sue giornate. Le ore in spiaggia, o a sfinirsi in palestra, dove va per riguadagnare in muscoli quello che ha perso in lucidità mentale. Soprattutto ci racconta – con tutta la chimica che ha in testa – cosa accade quando l’equilibrio psichico s’incrina: l’innesco della paranoia, la percezione che si sdoppia, il modo in cui il tempo fermo di un’attesa non è mai davvero fermo, perché è lí che arrivano i pensieri. Nel suo resoconto si alternano momenti di un prima a Milano, la città che da sola sembrava poterlo tenere in vita, e di un prima ancora, un’infanzia in cui tutto faceva già troppo male ma a salvarlo c’erano la nonna, la bicicletta, tutto uno zoo di animaletti di campagna. Nel presente, invece, c’è la vita con sua madre, che è insieme origine, scandaglio e unico argine possibile delle sue psicosi.

E poi c’è l’ossessione per le parole: la ricerca quotidiana in biblioteca, nei dizionari, nei libri, dei termini esatti, che sappiano ridurre l’irriducibile, nominare l’innominabile. Questa è la storia di uno sperdimento, una storia che possiede il dono e la condanna di saper parlare davvero a chiunque. A chiunque, almeno una volta, non si sia riconosciuto nel proprio riflesso allo specchio; a chiunque abbia sentito la realtà passargli accanto come un vento laterale; a chiunque abbia messo in dubbio la fondatezza dei propri pensieri e dei propri desideri. Sono pagine brucianti, che Alcide Pierantozzi ha scritto come se il suo corpo fosse un sismografo, registrando il disagio psichico nella sua forma piú pura, descrivendo la violenza – poetica e brutale – di una mente smarrita che cerca di trovare una stabilità impossibile, ma che sempre, sempre, prova a salvarsi. Lo sbilico dà voce a un bisogno collettivo fortissimo: quello di nominare con precisione il malessere psicologico, l’alienazione, la medicalizzazione e la solitudine. Un’impresa che può fare soltanto la grande letteratura. “Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi» ha dichiarato Pierantozzi

L’intervista a Mario Manca su Vanity Fair che Alcide Pierantozzi rilasciò un anno fa all’uscita del suo libro: «Convivo con la malattia: ho un piede nella realtà e l’altro dall’altra parte. Dovrò prendere i farmaci per tutta la vita, ma non lascerò mai la scrittura»

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