(Piero Di Antonio) — Mentre le urne lo bocciavano, Stato dopo Stato, Donald Trump illustrava al mondo la sala da ballo che sta realizzando con il denaro degli americani. Scena surreale, fuori contesto, visti i tempi duri che lo hanno portato alla rovinosa sconfitta. Ci riporta alla mente un film degli Anni Cinquanta, Viale del Tramonto (Sunset Boulevard) con William Holden e Gloria
Swanson (foto). Nel film premiato con gli Oscar, il regista Billy Wilder non nasconde, attraverso la vicenda della star del cinema muto che non si rassegna al tempo che fugge, ai suoi errori e all’oblio delle cose passate, una forte critica ai cinici meccanismi e alle stravaganze di Hollywood.
Adesso una tale stravaganza la vediamo riproposta alla Casa Bianca, al centro del potere americano, dopo un voto che ha stravolto la narrazione trumpiana della politica e della guerra, immergendo di nuovo la vita nel mondo reale, non solo americano. Il viale del tramonto è costellato dalla cecità, del non voler vedere che cosa è cambiato nella società e nell’animo umano a tal punto da farci preferire altre strade a quella che ci viene indicata con prepotenza e arroganza dal potere. Il potere dei miliardi e delle armi.
Vediamo già il presidente dello Stato più potente al mondo mentre accenna a qualche giro di valzer nella sala che tanto ha voluto, più simbolo di un faraone che di un uomo alla guida di una nazione di uomini, donne, ragazzi, immigrati… Il valzer si balla in coppia, abbracciati, in eleganti feste ospitate nei salotti aristocratici. Un’immagine che ci riporta al Gattopardo di Luchino Visconti, ma in quella sala Donald oggi è solo. Non c’è allegria, la musica è triste.
Il suo vicepresidente, Vance, ha subito preso le distanze dalla sconfitta: “Colpa della guerra in Iran” ha ripetuto oggi dopo averlo fatto capire già prima delle elezioni di miterm. Cominciano ad allontanarsi dalla Casa Bianca i condottieri delle tecnologie, preoccupati di come si metteranno le cose con un Congresso (Camera e Senato) che comincerà a chiedere conto di certe loro stranezze a colpi di miliardi di dollari. Non se ne starà fermo neanche Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, che in Texas ha speso una fortuna per fermare l’ascesa di un ex seminarista presbiteriano, tale James Talarico, che ha fatto della lotta ai cinici miliardari la cifra principale della sua politica. E anche nel mondo si comincia a fare calcoli e distinguo.
Trump balla da solo anche in quell’immensa comunità di squali che è Wall Street dove il minimo battito di ali di una farfalla può però trasformarsi in un terremoto. Ecco, i santuari della religione del dollaro sono stati investiti il 3 novembre da uno lo tsunami che ha cominciato a disinnescare le prepotenze di una classe dirigente di pessima qualità, votata più al servilismo e al fanatismo con la Bibbia in mano e con le teatrali e inquietanti preghiere in mondovisione accompagnate dalle mani imposte sulla testa del presidente. Con il libro che sarebbe stato ispirato da Dio, milioni di cittadini sono stati raggirati e migliaia di innocenti in questi giorni continuano a essere immolati al suo altare, come in Cisgiordania. Visto l’uso che se ne fa, sembra un’arma in mano ai fanatici. Ma sulla scena mondiale sta facendo il suo ingresso un altro esercito con un’altra arma, la giustizia sociale. E’ un esercito di giovani candidati divenuti senatori e senatrici che presto entreranno in Senato, spezzando, almeno si spera, una catena di soprusi, corruzioni e violenze che hanno fatto inorridire il mondo.
Trump in quella sala da ballo della Casa Bianca adesso balla da solo. Gli altri, gli adulatori, i predicatori, gli amici dell’Intelligenza artificiale e dei giganteschi data center pensano già a come salvarsi. Pensano alle prossime presidenziali, a come riposizionarsi per far dimenticare gli anni diventati all’improvviso bui trascorsi accanto a un uomo vanitoso e vanaglorioso, da sempre convinto che il mondo giri soltanto attorno alla sua persona di confuso ottantenne e non all’umanità. Non si è ancora accorto che l’umanità gli sta presentando il conto.
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Il giorno dopo l’esito delle midterm non poteva mancara la lucida analisi dagli Stati Uniti di Massimo Jauss, attento e acuto osservatore delle vicende americane. Ecco il suo articolo pubblicato su The Voice of New York.
di Massimo Jauss *
Donald Trump ha trascorso quasi due anni a convincere gli americani che il Paese stava vivendo una nuova età dell’oro. L’economia era in piena espansione, l’America era tornata grande, il mondo rispettava finalmente gli Stati Uniti e lui era il presidente che aveva realizzato tutto questo. Martedì sera, però, gli elettori hanno raccontato una storia diversa, nell’unico linguaggio che nemmeno Trump può ignorare, quello delle urne. Lo tsunami democratico ha travolto il Partito Repubblicano, strappandogli Camera e Senato e conquistando roccaforti considerate inespugnabili. Non è stata soltanto una sconfitta elettorale, ma un verdetto sul suo modo di governare e sulla distanza tra l’America che continua a descrivere e quella in cui vivono milioni di cittadini.
Il presidente che non ascoltava
Accecato dalla propria vanità, Trump ha trasformato la Casa Bianca nel palcoscenico di un interminabile reality show del quale è protagonista, regista e spettatore. Tutto deve ruotare attorno alla sua persona, dalle grandi questioni internazionali alle inaugurazioni dei giardini pubblici. Persino alla vigilia del voto, mentre i sondaggi segnalavano un crescente malcontento, ha preferito celebrare il restauro della Reflecting Pool di Washington, scherzando sulla possibilità di darle il proprio nome. Gli americani chiedevano risposte sui prezzi della benzina, sui mutui, sulla spesa al supermercato e sull’assistenza sanitaria. Trump continuava a parlare dei propri successi e a insultare gli avversari. La protesta non è arrivata soltanto dai Democratici. Giovani, ispanici, lavoratori senza laurea, indipendenti e persino una parte degli elettori che due anni fa lo avevano riportato alla Casa Bianca hanno cambiato orientamento. In Texas, James Talarico ha conquistato un seggio al Senato che i Democratici inseguivano dal 1988, mentre Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore Greg Abbott. In Kansas è caduto un bastione repubblicano che resisteva dal 1932. Le vittorie nelle Caroline, in Georgia e nel Maine hanno confermato che il malcontento aveva ormai superato i confini tradizionali dei due partiti.
La guerra che ha tradito l’America First
Tra le ragioni della disfatta occupa un posto centrale la guerra con l’Iran. Trump aveva promesso di tenere l’America lontana da nuovi conflitti e di occuparsi degli interessi dei cittadini. Ha fatto il contrario, trascinando il Paese in una guerra costosa e impopolare. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha contribuito a far impennare i prezzi del petrolio, trasformando il conflitto in una tassa indiretta sulle famiglie. Secondo i sondaggi, il 63 per cento degli elettori considera sbagliata la decisione di attaccare l’Iran e quasi tre quarti hanno attribuito alla guerra un peso importante nella scelta di voto. È qui che la retorica dell’America First ha mostrato una delle sue contraddizioni più profonde. Mentre la Casa Bianca celebrava i successi militari, milioni di automobilisti vedevano aumentare il conto al distributore. Trump ha ammesso che la guerra ha contribuito alla sconfitta, ma continua a sostenere di aver fatto la scelta giusta. Gli elettori, evidentemente, hanno giudicato diversamente le conseguenze.
L’America dei miliardari e quella del supermercato
C’è poi il confine sempre più confuso tra interessi pubblici e affari privati. Mentre gli americani cercavano di far quadrare i conti, la famiglia Trump ha accumulato enormi guadagni attraverso criptovalute, operazioni finanziarie poco cristalline e rapporti con investitori internazionali. Secondo un’inchiesta della Reuters, le principali iniziative nel settore delle criptovalute hanno fruttato alla famiglia almeno 2,3 miliardi di dollari, mentre gli investitori hanno registrato perdite, anche non realizzate, per una cifra analoga. Numeri che non dimostrano comportamenti criminali, ma sollevano pesanti interrogativi sui conflitti d’interesse. Per anni Trump e i Repubblicani hanno fatto degli affari di Hunter Biden, il figlio dell’ex presidente segnato dalla tossicodipendenza e da discutibili attività finanziarie, un’autentica ossessione politica. Hunter è stato processato e condannato, prima di ricevere la grazia paterna. Ma mentre la famiglia Biden veniva dipinta come il simbolo della corruzione americana, quella di Trump moltiplicava i propri affari miliardari con il presidente nello Studio Ovale. Una contraddizione difficile da ignorare. Trump prometteva prosperità agli americani e intanto la sua famiglia, assai più intraprendente negli affari che nella trasparenza, prosperava davvero. E neppure le centinaia di milioni investiti dai grandi finanziatori repubblicani sono riuscite a impedire la sconfitta.
Il Congresso prepara il conto
Dal prossimo 3 gennaio, con l’insediamento del nuovo Congresso, Washington cambierà volto. Per quasi due anni Trump ha potuto contare su maggioranze repubblicane che, salvo rare eccezioni, hanno evitato controlli incisivi sulla Casa Bianca. Quella stagione sta finendo. I Democratici hanno già annunciato indagini sulle finanze della famiglia presidenziale, sulla gestione dell’immigrazione, sul caso Epstein e sulle decisioni del Dipartimento di Giustizia. Robert Garcia, destinato a guidare la Commissione di vigilanza della Camera, ha riassunto il programma con due parole: “Preparate gli avvocati”. Significa convocazioni, documenti, testimonianze sotto giuramento e interrogatori pubblici. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth dovrà rispondere delle scelte sulla guerra con l’Iran, delle operazioni militari e della rimozione di alti ufficiali. Il procuratore generale Todd Blanche potrebbe essere chiamato a spiegare la gestione dei documenti Epstein e il ricorso ai poteri federali contro gli avversari del presidente. Non significa che siano già state accertate responsabilità penali, ma che decisioni finora protette dalla fedeltà repubblicana saranno sottoposte a controlli ben più rigorosi. Sullo sfondo rimane anche la possibilità di nuove procedure di impeachment. I Democratici dovranno però evitare che la battaglia contro Trump finisca per oscurare proprio quei problemi economici sui quali hanno conquistato la fiducia degli elettori.
I Repubblicani davanti al bivio
La questione più delicata riguarda ora il Partito Repubblicano. Che cosa faranno i suoi dirigenti, i senatori, i deputati sopravvissuti alla disfatta? Continueranno a difendere ogni decisione del presidente oppure cominceranno a prendere le distanze da un leader che rischia di trasformarsi da richiamo elettorale in un peso? Per anni Trump ha governato il partito attraverso la paura: perdere il sostegno della base MAGA, subire i suoi attacchi pubblici, ritrovarsi contro un candidato sostenuto dalla Casa Bianca alle primarie. La fedeltà personale è diventata spesso più importante dell’autonomia politica. Ma il potere di intimidazione di un leader dipende anche dalla sua capacità di far vincere le elezioni. E quando questa viene meno, cambiano inevitabilmente i calcoli di chi gli sta attorno. Trump conserva una base considerevole e ampi poteri costituzionali, ma la sconfitta ha aperto una voragine. Anche il vicepresidente JD Vance, considerato il suo naturale erede, dovrà interrogarsi sul valore politico di un’eredità che oggi appare assai meno promettente di due anni fa.
La fine dell’invincibilità
La prima reazione di Trump è stata perfettamente coerente con il personaggio. Dopo aver trascorso settimane a chiedere agli americani di votare come se il suo nome fosse sulle schede, davanti alla sconfitta ha spiegato che non era lui il candidato. Anzi, ha assicurato che, se lo fosse stato, avrebbe vinto a valanga. Un ragionamento che gli permette di rivendicare le vittorie e attribuire agli altri le sconfitte. Ma questa volta la distanza tra la sua versione dei fatti e il verdetto elettorale è troppo grande per essere cancellata con un messaggio su Truth Social. Trump non è politicamente finito. Ha ancora due anni alla Casa Bianca, il potere di veto, il controllo dell’esecutivo e milioni di sostenitori fedeli. Ma ha perso qualcosa di essenziale: quell’immagine di invulnerabilità che gli aveva consentito di imporre le proprie condizioni ad avversari, alleati, imprese, università e persino governi stranieri. Da gennaio dovrà confrontarsi con un Congresso pronto a chiedere conto delle sue decisioni. Il richiamo al 1974, quando il Watergate travolse i Repubblicani, è inevitabile, anche se la storia non si ripete necessariamente. Trump ha già dimostrato una straordinaria capacità di sopravvivere a sconfitte, inchieste e scandali. Questa volta, però, non gli basterà cambiare il racconto, trovare un colpevole o annunciare l’ennesima vittoria immaginaria. Gli americani hanno dimostrato di saper distinguere tra la prosperità proclamata dalla Casa Bianca e quella che manca nelle loro case. Il reality show presidenziale può continuare ancora per due anni, ma martedì sera il pubblico ha cambiato canale. E Trump, abituato a decidere tutto, ha scoperto che gli americani possono ancora scegliere quando spegnere il televisore. E soprattutto quando mandare a casa il protagonista.
* The Voice of New York




