Massimo Jauss da New York
— C’erano presidenti che bevevano troppo, presidenti che tradivano le mogli, presidenti che facevano affari un po’ sporchi con gli amici degli amici. L’America li ha avuti tutti e in qualche modo li ha anche perdonati, perché dietro i vizi personali restava un confine, un pudore minimo, un rispetto per il Paese che li aveva messi lì.
Questo no. Questo ha deciso che la presidenza è un profilo social e che l’ufficio ovale può essere gestito come il bar sotto casa, con le battute sguaiate, le risate grasse e il dito medio alzato verso un operaio che non applaude. Pubblicare un video in cui Barack e Michelle Obama diventano scimmie non è una gaffe, è un manifesto. È dire al Paese che la disumanizzazione è accettabile, che l’insulto razziale è un linguaggio come un altro, che l’odio può indossare la cravatta e sedersi dietro la scrivania più potente del mondo.
L’ULTIMA VERGOGNA di Trump: in un video trasforma gli Obama in due scimmie
La Casa Bianca che applaude. Peggio del gesto c’è la difesa. La portavoce che parla di “falsa indignazione”, come se la vergogna fosse un capriccio da salotto, come se il problema non fosse il presidente che lancia fango, ma chi si ritrova addosso gli schizzi e osa lamentarsi. È la nuova grammatica del potere, fai una cosa indecente e poi accusi gli altri di essere permalosi. È il bullismo trasformato in dottrina di governo. Non chiedono scusa, non arretrano di un millimetro, anzi spiegano con aria pedagogica che noi non capiamo l’umorismo, che è solo un meme, che bisogna pensare alle cose serie. Le cose serie, per loro, sono sempre altrove, mai nello specchio.
Il filo che non si è mai spezzato. Chi oggi finge stupore dovrebbe ripassare la storia recente. Trump non è inciampato nel razzismo, ci ha costruito sopra un palazzo a più piani. La sua vera nascita politica non fu un comizio, fu la campagna sul certificato di nascita di Obama, l’idea velenosa che un presidente nero dovesse dimostrare di essere americano più degli altri, come se il colore della pelle fosse un visto da rinnovare.
Da lì in poi è stato un crescendo, i messicani stupratori, gli haitiani che mangiano animali domestici, le strizzate d’occhio ai nazionalisti bianchi, le difese ambigue dei neonazi, le cene con personaggi che la decenza avrebbe tenuto fuori dalla porta. Tutto sempre accompagnato dallo stesso ritornello, non sono razzista, siete voi che non capite. E adesso eccoci al capolinea simbolico, un presidente che trasforma gli Obama in caricature zoologiche e un intero apparato che gli fa da scudo umano.
La presidenza come una fogna dorata. La cosa più inquietante non è neppure Trump, è l’abitudine che ci stanno insegnando. Hanno rivestito la Casa Bianca di dorature pacchiane, ori da rigattiere lucidati come fossero reliquie imperiali, stanno costruendo una nuova sala da ballo che nelle foto di presentazione (nella foto) sembra uscita da un casinò dei Poconos, specchi ovunque, stucchi che gridano vendetta, lampadari che luccicano come collane finte al mercato delle pulci.
Sotto quella vernice da scenografia televisiva, però, scorre un linguaggio da retrobottega, un lessico da taverna dove si ride dei deboli e si insulta chi non può difendersi. Ma alla fine quello che conta non è il colore delle tende né lo spessore dei tappeti, è l’operato di chi ci abita dentro. Gli altri, quelli prima, avevano i loro peccati, ma almeno sapevano di peccare. Lincoln entrò alla Casa Bianca con un Paese spaccato e ne uscì con una nazione ricucita a prezzo della propria vita. Roosevelt parlava al caminetto per rassicurare un popolo in ginocchio per la Grande Depressione e usava le parole come ponti, non come pietre. Perfino Nixon, travolto dalle sue menzogne, trovò la decenza di salire su un elicottero e sparire in silenzio.
Questo no. Questo troneggia nell’Oval Office dorato, conta i like come fossero voti e scambia l’odio per coraggio. Ha trasformato la presidenza in un varietà di terz’ordine, con oggetti luccicanti da rigattiere alle pareti e insulti al posto dei discorsi. E allora l’America ha davanti una scelta semplice e terribile: continuare a battere le mani al capocomico o ricordarsi di essere stata, un tempo, qualcosa di molto più serio di una scimmia in un meme.
Commento tratto da The Voice of New York
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NOTA. Le notizie che rimbalzano dagli Stati Uniti stanno mettendo a dura prova la nostra sopportazione. Ormai bisogna cambiare canale o dedicarsi all’alcol, per dimenticare. C’è una casta di commentatori di casa nostra che si è sistemata negli studi televisivi e che si ostina a dirci che la presidenza Trump è espressione della democrazia americana e che sta risolvendo parecchi problemi (quali?) Certi legami, ammettiamolo, sono difficili da recidere. Ma dinanzi allo scandalo di un presidente complessato e razzista, e fuori controllo, si resta esterrefatti dal silenzio della nostra premier e della classe dirigente di Destra che ha piazzato a Palazzo Chigi. Non una parola di critica e di condanna delle volgarità a cielo aperto che arrivano a qualsiasi ora da Washington. Anzi è un continuo ribadire o sfumare l’ammirazione per l’attuale capo di tutto. “Rapporti meravigliosi con gli Stati Uniti” ha detto Giorgia Meloni dopo l’incontro-fiume con Vance. Molti italiani, in verità, non farebbero entrare in casa un tipo come Trump. La nostra premier sarebbe disposta, invece, a dargli il premio Nobel. Morale appresa dai nostri nonni e genitori: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. (PdA)
