E’ L’ORA DI CUBA / L’isola è allo stremo, Trump: “Posso farne ciò che voglio”. Forte terremoto nella notte

Dopo il Venezuela, Cuba. Trump non si ferma. “Credo che avrò l’onore di prenderla” ha detto il presidente americano ai giornalisti alla Casa Bianca. Poi ha precisato: “Voglio dire, che la liberi o la prenda. Penso di poterci fare quello che voglio. È una nazione molto indebolita in questo momento“. Lo stesso giorno, Cuba subiva un blackout nazionale. Le scorte di carburante si stanno esaurendo. Gli ospedali rinviano interventi. Ad aggravare la già difficile situazione, c’è statro in mattinata un forte terremoto: la magnitudo registrata è di 5.8, con un epicentro a una profondità di 15 chilometri e a circa 49 chilometri a sud-sudovest di Maisi, nella provincia di Guantanamo. Lo ha reso noto il Centro sismologico europeo-mediterraneo. Al momento non sono state segnalate vittime o danni ingenti. Il terremoto è avvenuto quando a Cuba era l’1 di notte: in Italia erano le 5.30 di oggi 17 marzo.

Nelle ultime settimane sull’isola si sono verificate proteste rare, quasi inedite. L’amministrazione Trump ha bloccato negli ultimi tre mesi l’accesso cubano al petrolio estero, impedendo le spedizioni dal Venezuela e da altri Paesi. Alcuni esperti stimano che il carburante potrebbe finire entro poche settimane.

In questo contesto, il governo di Miguel Díaz-Canel stava preparando per lunedì sera un annuncio significativo: Cuba si apre agli investimenti stranieri, compresi quelli americani. Lo ha anticipato a NBC News il vice primo ministro Oscar Pérez-Oliva Fraga: “Cuba è aperta a instaurare un rapporto commerciale fluido con le aziende statunitensi, nonché con i cubani residenti negli Stati Uniti e i loro discendenti.” L’annuncio era previsto nel programma televisivo serale Mesa Redonda. Non è andato in onda all’ora stabilita. Forse per il blackout.

I negoziati tra Washington e L’Avana sono in corso, anche se nessuno lo ammette ufficialmente. Una fonte anonima vicina alle trattative ha riferito al New York Times che l’amministrazione Trump sta valutando se i cambiamenti annunciati siano strutturali o di facciata, prima di decidere se rilasciare le licenze necessarie agli investimenti.

Sullo sfondo c’è il precedente venezuelano. A gennaio gli Stati Uniti hanno catturato Nicolás Maduro dopo che si era rifiutato di dimettersi. L’amministrazione ha fatto sapere che Cuba potrebbe andare incontro a una sorte simile se non collaborerà. Díaz-Canel ha già riconosciuto pubblicamente i colloqui in corso con Washington. Nel suo intervento televisivo di novanta minuti della scorsa settimana ha anche aperto ai due milioni di cubani emigrati negli ultimi cinque anni, invitandoli a partecipare allo sviluppo economico dell’isola. Funzionari cubani hanno lasciato intendere che l’annuncio di lunedì avrebbe consentito agli esuli di tornare liberamente e di gestire attività imprenditoriali legalmente riconosciute.

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