METTERE in tasca le lacrime e i ricordi delle cose finite ma preziose

di Sara Di Antonio
Quando le cose finiscono, fa sempre molto male. Le persone scompaiono, e decidono di farlo quando meno ce lo aspettiamo. Mentre siamo impegnati a vivere la nostra vita, oppure a fuggirne, che è esattamente lo stesso. Non ci sorprende però il dolore, il dolore della perdita che proviamo da subito, intensamente.
E il dolore degli amici che vediamo soffrire, su cui non possiamo fare assolutamente nulla, se non assistere impotenti. L’impotenza è la parola giusta rispetto alle cose che non abbiamo il potere di cambiare e neppure di decidere – invecchiare, la malattia, la morte – ma neppure di scegliere – la nostra vita.
E in mezzo a questo turbine esiste una strada piccolissima, che è fatta di ricordi, guardando indietro, e di speranze, provando – almeno provando – ad andare avanti. Sono entrambe cose che non hanno a che fare con il presente, che è il luogo dove ci troviamo ora; per cui un buddista, ma anche un uomo dell’antica Grecia, oppure un materialista, ci sgriderebbero tutti, perché è nell’hic et nunc che bisognerebbe stare, da manuale.
Ma noi proprio non ce la facciamo, tanto più che qualcuno ci guarda e ci dice abbracciandoci e scuotendo la testa: “Sembri una ragasuola”, e lo dice un po’ inclinando il viso, per nascondermi che è malato. Allora, da vera ragasuola prendo le lacrime e me le metto in tasca insieme al fazzoletto, ricordando le cose preziose che certe persone ci hanno lasciato, e provando a ritrovare la via, piccola piccola, davanti a me.
Il cielo proprio non ce la fa a non scurirsi, dopo averci regalato una temperatura quasi estiva prima, come se volesse ricordare che le cose perdute non torneranno. Eppure, da qualche parte qualcuno continua a sorriderci, e a ricordarci, magari pure, chissà, come faceva un tempo, a tifare per noi. E gli amici si ritrovano negli abbracci conditi da una frase che sentiamo solo noi, e in quei fili invisibili che non si spezzeranno mai, nonostante le prove.

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