di Piero Di Antonio
(Terza parte).  I Lidi Ferraresi vivono una fase di allerta massima. L’erosione non è più solo una minaccia, ma una variabile con cui la costa deve misurarsi ogni giorno: le rilevazioni segnalano un arretramento costante della linea di riva che, in alcuni tratti critici — in particolare tra il Lido di Volano, vicino alla foce del Po, il Lido di Pomposa e il Lido di Spina sud alla confluenza del fiume Reno — ha ridotto l’arenile a quote prossime ormai ai livelli dell’alta marea. La Regione Emilia Romagna ha messo in campo uno stanziamento di oltre19 milioni di euro destinati alla manutenzione straordinaria ma non definitiva. Il che equivale a dire che i costi della difesa della costa gravano anche sulle spalle dei privati e sull’intero sistema economico che vive in massima parte di turismo.
Qual è la situazione cui si andrà incontro? Un aumento delle tariffe, poiché il settore dei balneari è spinto all’ inevitabile livellamento dei prezzi verso l’alto per compensare i costi di manutenzione e i premi assicurativi. Il soggiorno estivo sta diventando più oneroso, rendendo i Lidi una meta sempre meno accessibile per la classe media e per chi non può sostenere l’aumento dei costi dei servizi che non si limitano soltanto all’ombrellone ma ai costi ambientanti scaricati sugli utenti finali. Da non trascurare, alla vigilia della stagione estiva, anche lo stato di avanzamento dei cantieri. Nonostante i lavori di difesa procedano con una certa celerità — con interventi mirati anche al dragaggio del canale dello Scannone di Volano — il programma si scontra con una stagionalità che preme sulle varie attività. La sfida resta sempre la stessa: la sicurezza del territorio. Il pilastro su cui si gioca il futuro non solo ambientale, ma sociale, del litorale.
 PRIMA PARTE

La ritirata dei Lidi Ferraresi

La battaglia tra lavoro e speculazione. La natura non fa sconti e l’azione dell’uomo, spesso sconsiderata, ha spinto i Lidi in una condizione di precarietà estrema. E’ uno scontro impari: da una parte la resistenza quotidiana dei balneari, che con il ripascimento stagionale tentano di arginare l’invasione marina con sabbia e ghiaia, e preservare un reddito di sopravvivenza; dall’altra, l’ombra della speculazione, pronta a cavalcare l’emergenza per ridisegnare l’assetto di tutto la costa. Se non arrestata, l’avanzata del mare innescherà senza dubbi un processo di selezione economica. I costi crescenti per la difesa del suolo, gli oneri assicurativi e l’aumento degli standard qualitativi spingeranno i ceti meno abbienti all’abbandono delle residenze, rendendo i Lidi inaccessibili al turismo di come l’avevamo conosciuto finora. Si profila un “effetto Venezia”: la riqualificazione, necessaria per adattare la costa al clima, rischia perciò di trasformarsi in uno strumento di esclusione sociale, creando le premesse per la gentrificazione climatica.

Le infrastrutture di difesa — barriere frangiflutti e pennelli — diventano strumenti dei nuovi asset finanziari in quanto la messa in sicurezza del territorio accresce il valore degli immobili, attirando fondi di investimento che potrebbero sostituire gli attuali gestori. È il fenomeno della “gentrificazione verde”: dove la crisi climatica inasprisce le disuguaglianze e trasforma la sicurezza in un lusso accessibile solo a chi può permetterselo.

E’ l’avvento del “capitalismo dei disastri” con il mercato che reagisce alla fragilità ambientale creando disparità di resilienza. Chi dispone di capitali può resistere all’erosione e attendere che il valore dei beni si stabilizzi o aumenti; i piccoli proprietari, incapaci di sostenere le spese di consolidamento, sono costretti a vendere. Questi beni finiscono spesso nelle mani di grandi gruppi che trasformeranno aree un tempo popolari in enclave esclusive. È il cosiddetto “capitalismo dei disastri”: acquistare a prezzi stracciati zone svalutate dalle varie emergenze, in attesa che la collettività — tramite interventi pubblici di protezione — ne gonfi nuovamente il valore.

Esistono argini in grado di mitigare la prevedibile aggressione dei fondi immobiliari speculativi che subentreranno agli attuali balneatori? L’applicazione della Bolkenstein  potrebbe aprire una strada. L’interrogativo presuppone, però, l’obiettivo di evitare che i Lidi perdano la propria identità sociale, imponendo un salto di qualità della politica e dell’amministrazione pubblica: l’ingegneria costiera è insufficiente, serve una più completa strategia di contrasto dell’ingiustizia ambientale. Come? Controllando i piani urbanistici e vigilando affinché non si autorizzino nuove costruzioni nelle aree ad alto rischio scongiurando quindi che il sistema pubblico finanzi difese private a vantaggio di agguerriti speculatori. Altrimenti si arriverà a un “ambientalismo escludente” riservato alle classi più agiate che spingerà residenti e turisti verso aree più vulnerabili.

Le premesse ci sono. Resta da accertare il ruolo che l’amministrazione pubblica saprà o vorrà ricoprire per impedire diseguaglianze sociali. L’Europa potrebbe ispirare le nostre comunità a favorire i CLT (Community Lands Trusts), oganizzazioni non profit che acquistano terreni per conto della collettività e separano la proprietà del suolo da quella degli immobili, in modo da rendere sopportabili le locazioni e i costi del risiedere nei luoghi riqualificati. Inoltre, si  può ricorrere all’housing sociale integrato o a legislazioni che introducono per le organizzazioni di quartiere il diritto di prelazione sugli immobili. Un’altra arma che le comunità dei Lidi potrebbero brandire contro l’incipiente speculazione che la direttiva Bolkenstein favorirà con i bandi  per le nuove concessioni sarà il coinvolgimento attivo dei residenti e degli operatori nella progettazione di infrastrutture che rispettino le esigenze locali.

Economisti e urbanisti convengono su un fatto: la difesa della costa con le barriere anti-inondazione e altri miglioramenti di sistema fanno sì che la sicurezza delle infrastrutture e delle persone diventi un asset finanziario, una ghiotta opportunità di profitti.  L’andazzo è globale e non si vede perché mai la costa adriatica ne debba restare immune. Ce l’hanno insegnato eventi catastrofici come l’uragano Katrina o gli incendi a Los Angeles, o Copenhagen quando per contrastare l’innalzamento del livello del mare e i frequenti nubifragi il quartiere di St. Kjeld è stato sì risistemato contro le inondazioni, ma gli affitti sono andati alle stelle, colpendo i cittadini più poveri.

SECONDA PARTE

Il paradosso del Po – 2

L’effetto Venezia. Il lavoro di contenimento dei titolari delle concessioni balneari non può che essere una difesa morbida, un ripascimento stagionale che movimenta sabbia per rispristinare l’arenile e tentare di proteggere attività commerciali e infrastrutture. Un lavoro di difesa che si rifletterà sui prezzi del soggiorno per le famiglie. Se a intervenire è l’ingegneria costiera con difese di sistema rigide – come barriere frangiflutti e pennelli perpendicolari – il rischio, una volta bloccata l’erosione locale, è l’effetto catena, ovvero lo spostamento del problema più a valle. Non è da escludere, allora, una versione ridotta dell’effetto Venezia tra costi della vita e manutenzione strutturale, tra aumento delle tasse locali per le opere idrauliche e l’esplosione dei costi assicurativi con il livellamento verso l’alto della composizione sociale. In un simile scenario i fondi speculativi avranno vita facile, saranno i soli a poter scommettere su un territorio ad alto rischio.

Gli urbanisti che lanciano l’allarme gentrificazione prevedono che sui Lidi Ferraresi l’erosione sarà un processo lento e costante che favorirà comunque una “selezione economica”. Sarà un’espulsione silenziosa. I piccoli proprietari o le attività con margini ridotti saranno costretti a vendere. Questi beni vengono spesso acquisiti da grandi gruppi o da investitori che possono renderli “esclusivi” e inaccessibili a quella classe media, non solo ferrarese, che storicamente popolava i Lidi. Si avrà nelle zone del rischio una svalutazione selettiva “non più sanabile” dalle autorità, quindi l’inevitabile crollo. E qui si spianerà la strada alla speculazione che si accaparrerà la terra a prezzi stracciati in attesa che, tramite interventi pubblici di protezione, il valore del terreno venga di nuovo “gonfiato”.

Quali sono gli argini da innalzare?  La premessa è un controllo capillare dei piani urbanistici del Comune per verificare le clausole che limitano la costruzione in aree a rischio in quanto la speculazione si nutre proprio dal contrasto tra la volontà dei privati di costruire in zone fragili e l’obbligo delle amministrazioni di proteggere le stesse località turistiche con fondi pubblici. Il minimo indispensabile da fare sta nel dover evitare che il settore pubblico finanzi la difesa delle aree private appetite dagli abili speculatori, impedendo la trasformazione dei Lidi in zone per “ricchi”

La verità socio-economica risiede in un mercato che sa sempre reagire alla fragilità: la costa che mantiene un valore (o che viene percepita come sicura o protetta) diventa un’enclave di lusso, mentre le aree erose — come nel caso del Lido di Volano — subiscono una svalutazione segno di una preoccupante disparità di resilienza. Chi possiede i capitali può “resistere” e aspettare che il valore dell’area si stabilizzi o aumenti, mentre i piccoli proprietari o le attività con margini ridotti sono costretti alla vendita o all’abbandono. Perciò uno dei compiti di chi è chiamato a difenderla è fin da ora la costante verifica delle offerte di “acquisto a tappeto” soprattutto dove il rischio erosione è più alto ed evidente. E’ il segnale che il “capitalismo dei disastri” è entrato in azione o sta per farlo.

3 – continua

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