ESENTASSE PER SEMPRE

ll Dipartimento di Giustizia americano ha inserito, senza annunci né conferenze stampa, una clausola di una sola pagina in un accordo già di per sé straordinario: Donald Trump, i suoi famigliari e le sue aziende non potranno più essere perseguiti per irregolarità fiscali. Né ora, né mai. Il documento lo dice con una precisione quasi notarile: “Per sempre vietato e impedito”. Uno scudo fiscale.

L’addendum porta la firma del procuratore generale ad interim Todd Blanche, lo stesso che nei giorni precedenti aveva difeso in Senato un fondo da 1,8 miliardi di dollari destinato a risarcire chi ritiene di aver subito torti dal governo federale. Il fondo era stato presentato come una misura di giustizia riparatrice. L’esenzione fiscale era, fino a pochi giorni fa, una voce rimasta fuori dall’accordo ufficiale di nove pagine reso pubblico lunedì.

Che fosse stata tenuta in riserva, o aggiunta in un secondo momento, non cambia molto la sostanza: siamo di fronte a una protezione con un valore economico misurabile. Nel 2024, il New York Times aveva calcolato che una verifica fiscale avversa poteva costare al presidente più di cento milioni di dollari. La clausola azzera quel rischio. Gli esperti fiscali hanno sollevato dubbi sulla legittimità dell’operazione. La legge federale vieta al presidente e ad altri funzionari di interferire con accertamenti fiscali specifici, ma sembrerebbe fare eccezione per il procuratore generale. Un margine stretto, su cui si è costruita una protezione molto ampia.

Nel dettaglio.  Donald Trump, quindi, può finalmente dormire sonni tranquilli. Dopo anni di indagini per la sua attività da immobiliarista e star televisiva, l’Internal Revenue Service – il Fisco americano – sarà costretto ad archiviare tutti i procedimenti pendenti a carico dell’inquilino della Casa Bianca. Lo prevede un atto del dipartimento della Giustizia, che di fatto garantisce a Trump piena immunità fiscale. Nessuno, si legge nella nota del dipartimento, potrà più indagare su possibili reati fiscali del presidente Usa, dei suoi familiari e anche «dei suoi trust, imprese e relative sussidiarie o società comunque collegate».

L’atto che concede l’immunità fiscale a Donald Trump nasce come sviluppo di una causa multimiliardaria intentata proprio dal presidente americano contro l’Irs, il fisco americano. Tutto comincia anni fa, quando un contractor del fisco fece arrivare ai giornali le dichiarazioni dei redditi di alcune personalità note, tra cui lo stesso Trump. Il presidente, in tutta risposta, chiese all’Internal Revenue Service – vale a dire a un ramo della sua amministrazione – un risarcimento da 10 miliardi di dollari. Una cifra che difficilmente i suoi avvocati sarebbero riusciti a sostenere in tribunale.

Nei mesi scorsi, però, il fedelissimo Todd Blanche – che ha sostituito Pam Bondi a capo del dipartimento di Giustizia – ha preparato un accordo che alcuni esperti del settore hanno già definito inaudito. In sostanza, Trump accetta di ritirare la causa da 10 miliardi di dollari. In cambio, l’Irs gli concede una sorta di immunità fiscale perenne e accetta di cessare «per sempre» le verifiche fiscali su «qualsiasi questione attualmente pendente».

Come è facile immaginare, la vicenda ha suscitato un certo scalpore. Se non altro perché Trump, già da tempo, è accusato di approfittare del suo secondo mandato a Washington per arricchire se stesso e la sua famiglia. Si va dagli affari nel mondo delle criptovalute al jet da 200 milioni di dollari regalato dal Qatar. Ma anche gli investimenti in aziende come Nvidia, Oracle o Dell, il cui valore in Borsa spesso è cresciuto proprio dopo alcune decisioni o dichiarazioni di Trump. Infine, c’è tutto il capitolo legato a piattaforme come Polymarket, dove è possibile scommettere letteralmente su qualunque cosa, persino su quante volte il presidente userà la parola «transgender» nel corso di una settimana. Interrogato pubblicamente sulla questione, Trump ha assicurato che il settore non lo entusiasma. Eppure, il figlio Donald Jr è investitore e consigliere proprio di Polymarket.

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