di Piero Di Antonio
— Quella che stiamo vivendo è davvero l’epoca della passioni tristi? E’ la domanda alla quale abbiamo tentato di dare una risposta nella prima parte della nostra inchiesta aiutandoci con le opere di grandi pensatori della modernità come Zygmunt Bauman e Miguel Benasayag, o con pionieri della sociologia come Simonetta Piccone Stella o storici come Paul Ginsborg, questi ultimi ci hanno messo di fronte a un fenomeno inedito: l’autonomia della giovinezza come categoria sociale. Nella seconda parte ci siamo soffermati su come riattivare il coinvolgimento delle nuove generazioni nella politica attraverso nuovi linguaggi. Una verità inconfutabile è l’urgenza di insistere su temi della quotidianità e del futuro, abbandonando le formule retoriche e stucchevoli della tradizione. Questa parte finale punta a definire i concetti necessari per far sì che il disincanto dei giovani si trasformi in partecipazione attiva, al passo con i tempi e con le esigenze reclamate, spesso disattese o eluse.
Come fare leva: la formula vincente
L’obiettivo più difficile da colpire ma essenziale è il collegamento da fare tra la struttura, ad esempio il mondo del lavoro e le università, i sentimenti e il tempo libero. La premessa è che un under 30 è del tutto disinteressato all’analisi asettica dei dati che vengono sfornati dai vari istituti specializzati. Prendiamo il tasso di disoccupazione. Catturare l’interesse soffermandoci su una percentuale o su un modestissimo incremento è del tutto fuori obiettivo: un’inchiesta che spieghi come la mancanza di sbocchi e gli esagerati costi della vita stiano frammentando i sentimenti, impedendo di fare progetti di vita, scardinando il tempo libero, creando perfino un’emergenza di salute mentale, può aiutare a dissolvere la nebbia che si frappone tra le generazioni, generando apatia e incomprensioni. Narrare il quotidiano con linguaggio crudo, documentato e privo di retorica, diventa una calamita per il pubblico più giovane.
La strada che percorriamo in questa terza parte tenta di chiarire i perché in Italia manchino sbocchi di lavoro, non tralasciando altri interrogativi: è ancora possibile avere dei progetti di vita? Come deve comportarsi un neolaureato? Quali speranze nutrire per i propri figli? Che cosa deve ricercare un neo laureato? E in che cosa può sperare una famiglia per i propri figli? Con un ultimo nodo, forse il più difficile da sciogliere: quale compito spetta alla politica per arrivare a una riforma globale?
Cambiano le speranze delle famiglie
Un tempo la parola che un genitore ripeteva era “sistemazione”. Una famiglia oggi non può più sperare di “sistemare” i figli secondo i vecchi canoni. La vera speranza e il vero investimento risiedono nell’autonomia intellettuale e nell’adattabilità. Le famiglie devono sperare che i figli acquisiscano una solida resilienza emotiva e una formazione che permetta loro di essere liberi. Il miglior regalo che i genitori possono fare è sostenere i figli nello studio, viaggiare, imparare le lingue e accettare che la loro strada potrebbe portarli lontano da casa.
Che cosa deve fare la politica
Sperare che una campagna elettorale, ad esempio quella imminente del 2027, possa dare il via a un cambiamento è pura utopia. Non lo si ottiene con un singolo decreto ma con una visione che di questi tempi sembra però mancare quasi del tutto alla classe dirigente che si propone di guidare l’Italia. I pilastri potrebbero essere tre: 1. Salario minimo legale che elimini il lavoro povero, con il taglio del cuneo fiscale che per i primi cinque anni di assunzione renda conveniente alle imprese assumere a tempo indeterminato; 2. Piani di studio tra università e distretti industriali (l’esempio della Motor Valley emiliana resta un caposaldo); 3: Investimenti, non bonus spot e transizione demografica. L’Italia sta affrontando un drammatico inverno demografico. Pertanto, una riforma globale deve prevedere incentivi fiscali consistenti per le aziende che investono in ricerca e sviluppo; politiche strutturali per la natalità e la conciliazione casa-lavoro, con asili nido gratuiti e universali, congedi paritari senza i quali nessun giovane progetterà di mettere su famiglia. E chi ha figli o progetta di averli? Sostanziosi tagli fiscali, fino all’azzeramento delle imposte, come ha saputo fare la Francia. A questo punto si impone una scelta: proteggiamo lo status quo oppure rischiamo sul futuro?
Il sistema non regge più: ecco un possibile programma moderno
L’ambiente come grande opportunità. Un piano nazionale di sicurezza idrogeologica, spostando i fondi delle grandi opere speculative alla manutenzione del territorio, alla difesa della costa dall’erosione e alla rigenerazione urbana. Posti di lavoro non delocalizzabili.
Energia rinnovabile. Consentire ai quartieri, condomini e ai distretti artigiani di produrre e auto-consumare energia pulita, abbattendo le bollette.
Stato sociale, conoscenza, benessere. Il welfare deve entrare nel 21esimo secolo, così come la salute nei livelli essenziali di assistenza (Lea). Istituire lo psicologo di base e potenziare i consultori. La salute mentale è un diritto, non un lusso per chi può permettersi le sedute private.
Diritto allo Studio e Piano casa studenti: Utilizzo del patrimonio pubblico abbandonato per la creazione di studentati pubblici (a costi mensili accessibili, non residenze quasi di lusso), bloccando la speculazione sugli affitti nelle città universitarie.
Tre concetti chiave. 1. Fine della gerontocrazia proponendo riforme senza debiti e costi ambientali per le generazioni affluenti. 2. Diritti civili e cittadinanza. Ius scholae e Ius soli non più battaglie ideologiche ma riconoscimento della realtà nelle nostre scuole. Infine parità salariale di genere e diritti civili europei. 3. Meritocrazia della trasparenza. I giovani sono attratti da chi promette di scardinare i canali di reclutamento basati sulle cooptazioni, sulle parentele, sull’amichettismo e sulle “conoscenze”, introducendo concorsi e selezioni pubbliche del tutto trasparenti e digitalizzate.
E’ possibile una rivoluzione civile nel nostro Paese?
La domanda delle domande. Se per rivoluzione civile intendiamo una fiammata improvvisa, una piazza che rovescia i palazzi del potere dall’oggi al domani, la risposta storica e sociologica per l’Italia è No. L’Italia è un Paese conservatore, vecchio, attraversato da un profondo cinismo rassegnato (“tanto non cambia mai nulla“). Il sistema non crolla di colpo, tende piuttosto a logorarsi ed evaporare, lasciando spazio all’astensionismo (è la vera maggioranza del Paese) e alla fuga all’estero delle forze migliori. Tuttavia, esiste un altro tipo di rivoluzione civile che non solo è possibile, ma è già in atto sotto traccia.
La rivoluzione della capillarità
Il consenso passivo sta collassando. Il sistema attuale (fatto di promesse televisive, reti clientelari e retorica vuota) sta perdendo pezzi perché non ha più risorse economiche per alimentarsi. Il debito pubblico e i vincoli europei impediscono i condoni e le regalie del passato. La rivoluzione civile avviene quando la realtà diventa insostenibile. Quando un aeroporto strategico viene gestito in modo inefficiente, quando le autostrade si bloccano in perenne manutenzione senza una logica di rete, quando il territorio frana al primo acquazzone, quando la cittadinanza attiva – l’associazionismo, il giornalismo d’inchiesta indipendente, i comitati territoriali smettono di chiedere e cominciano a pretendere risposte basate sui dati. E’ la spinta dei fatti. La vera rivoluzione civile in Italia non avrà le barricate, ma la forma di una bonifica metodica: un’opinione pubblica che ricomincia a pretendere rigore, competenza e onestà, togliendo l’ossigeno della credibilità a una classe politica che vive di sola propaganda. È un processo lento, faticoso, ma è l’unico capace di produrre un cambiamento duraturo e di mandare in soffitta un sistema che ha esaurito la sua spinta propulsiva.
3 – Fine






