UNIVERSITA’ / Oggi la Maturità, domani le scelte difficili da diplomati

di Piero Di Antonio

— Superato l’esame di Stato, per centinaia di migliaia di studenti comincerà tra non molto la nuova vita da diplomati che li metterà davanti, però, a un interrogativo e tanti dubbi: quale università scegliere? I consigli si sprecano. Esiste, però, un preambolo che i futuri universitari dovrebbero leggere, magari in famiglia o tra gli amici, riassumibile in una domanda: in quale palude dell’istruzione italiana andremo a ficcarci? Come evitarla? Sì, l’università italiana è simile a una palude che rischia di frustrare ambizioni e legittime aspirazioni. Ma un dato va subito riconosciuto, fa ben sperare: l’eccellenza della ricerca italiana con atenei che competono a livelli internazionali in settori come la medicina, l’economia e la statistica. Il problema non è la qualità dei ricercatori, ma la capacità di valorizzare le scoperte, la carenza di fondi strutturali e il tasso di “fuga” di talenti verso l’estero. A questo punto arriviamo alla geografia dell’illusione accademica.

Atenei, corsi e l’eterno problema dell’accesso a Medicina

Il sistema è composto da un centinaio di istituzioni con gli atenei statali (65) ancora cuore pulsante, con una ventina di università private e 11 telematiche riconosciute dal ministero e in forte crescita. Offrono un migliaia di corsi di laurea, solo nella facoltà di ingegneria si contano mille percorsi (triennali e magistrali). Discorso a parte merita l’accesso alla facoltà di Medicina con la novità scattata l’anno scorso del semestre filtro che si è rivelato un fallimento. Il tentativo di superare il numero chiuso si è scontrato con una realtà complessa. I criteri di idoneità sono stati più volte corretti ex post per evitare esclusioni di massa, trasformando quello che doveva essere un filtro selettivo in una sorta di “imbuto allargato” che non ha risolto né la carenza di medici né la qualità della formazione iniziale.

I problemi che aspettano i nuovi diplomati

La dispersione è il male più evidente: secondo i dati ufficiali, 13 immatricolati su 100 abbandonano tra il primo e secondo anno. Inoltre, la capacità di trattenere gli studenti abbinata alla qualità dell’apprendimento presenta disparità abissali tra Nord e Sud. Una sconfortante verità è che una quota crescente di iscritti arriva dai licei e dagli istituti tecnici senza le competenze di base, soprattutto in italiano, matematica e inglese, necessarie per reggere all’impatto accademico. Si può dire che siamo in presenza di una università del merito? Pura retorica, se non propaganda. L’Italia soffre del deficit dell’ascensore sociale: la probabilità di laurearsi è 12 volte superiore per i figli di laureati rispetto ai figli di chi possiede solo la licenza media.

Il merito tanto strombazzato finisce per premiare chi è avvantaggiato dal contesto famigliare e socio-economico da cui proviene. Una soluzione esiste, ed è arrivare alla gratuità dei corsi. Ma nella palude burocratica e politica si finisce per impantanarsi nel bilancio dello Stato e nella sostenibilità. Esistono sì delle soglie Isee che fino a 22mila euro consentono di non pagare le tasse, ma sono i costi indiretti (affitti, trasporti, costo della vita) a rendere l’università italiana un lusso per una famiglia media. I “fuori sede” devono sopportare spese tra gli 800 e i 1.000 euro al mese. Un muro quasi invalicabile, visto il livello delle retribuzioni che pongono l’Italia all’ultimo posto in Europa.

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La mancata laurea e la scelta da fare

La situazione italiana offre tre certezze: un orientamento carente che fa sì che si finisca per scegliere il corso sbagliato per mancanza di informazioni o per pressioni esterne; le difficoltà economiche che impongono la necessità di lavorare durante gli studi e l’insostenibilità delle spese; e il distacco dal luogo di residenza e le conseguenti difficoltà logistiche. Che fare allora? Se si interpellano intellettuali, giornalisti, esperti, insegnanti e politici spesso si ha come risposta un ventaglio di racconti personali e un po’ narcisistici, un porre sempre se stessi e non gli studenti al centro dell’attenzione: “La mia università…”, “i miei professori di allora…”; ” io lavoravo e studiavo…” “il mio consiglio è…” che li fanno apparire degli eroi.

In verità l’unico consiglio valido che andrebbe dato agli incerti e confusi diplomati di oggi è di non cercare il pezzo di carta, ma la competenza. L’università non è più un ufficio di collocamento garantito; è un luogo dove la selezione è feroce e il rischio di smarrirsi è alto. Quindi, informarsi sul piano di studi, valutare il rapporto tra costi e sbocchi occupazionali reali e, soprattutto, non aver paura di scegliere percorsi tecnici o professionalizzanti se sono più vicini alle proprie attitudini rispetto a un percorso accademico tradizionale. Se a tutto ciò si aggiunge la lettura di giornali, riviste, libri e il dialogo costante anche con i docenti sui temi più stringenti dell’attualità, ritardando di qualche minuto il rito dello spritz, si aprirà davanti a tutti un’autostrada di successi e competenze.

Le università sotto casa

Una università di successo è quella che dialoga con il territorio. Al Nord, molti atenei sono nati o cresciuti in simbiosi con i distretti industriali (si pensi alla collaborazione tra le università emiliane e la Motor Valley). Al Sud, questa osmosi spesso manca. L’università rimane un corpo estraneo rispetto a un’economia locale basata spesso su servizi a basso reddito o agricoltura non trasformata. L’ateneo, invece di fare da incubatore, finisce per essere solo un centro di spesa pubblica.

Gli atenei dei campanili o delle sedi distaccate  sono quindi uno dei nodi critici del sistema. La loro proliferazione in ogni provincia ha risposto, per anni, a una logica di politica territoriale e consenso locale, piuttosto che a una pianificazione strategica nazionale. La tesi che spesso sentiamo ripetere e sulla quale si può in gran parte concordare è che “l’università sotto casa è stata la grande illusione democratica del nostro Paese. Abbiamo scambiato la facilità d’accesso con la qualità dell’istruzione, creando atenei ‘parcheggio’ al Sud che non offrono prospettive, mentre al Nord si consolidano hub che trasformano le competenze in economia reale. Non serve un’università in ogni città; serve che ogni università abbia una vocazione che il sistema possa riconoscere”.

L’idea che l’università “sotto casa” sia un bene è per paradosso un freno. Molte sedi periferiche mancano di massa critica: poche risorse per la ricerca, laboratori sottodimensionati, scarso legame con il tessuto industriale locale. Si crea un’illusione di istruzione. Gli studenti ottengono una laurea che spesso ha un valore legale ma non un valore di mercato, poiché l’ateneo non riesce a offrire quel network di relazioni (aziende, tirocini, centri di ricerca) tipico degli atenei metropolitani o di quelli di solida tradizione.

In sintesi

Indicatore Hub del Nord (Esempio: Bologna/Milano) Atenei Periferici (Centro-Sud)
Tasso di occupazione (a 3 anni) 85% – 90% 60% – 65%
Coerenza tra studi e lavoro Alta (Networking consolidato) Bassa (Disallineamento territoriale)
Attrattività (Mobilità in entrata) Molto Alta (Target nazionale) Molto Bassa (Target locale)
Focus strategico Innovazione e Industria 4.0 Formazione generalista/Umanistica
Destino dei migliori laureati Trattenuti sul territorio Emigrazione (Nord/Estero)

Il flusso migratorio è la misura esatta di questo divario che ci fa assistere a un continuo e inarrestabile travaso di capitale umano. I talenti del Sud si spostano verso Bologna, Milano, Padova, Torino dove l’integrazione tra università e impresa è evidente. In altre parole, il Sud finanzia, con le tasse universitarie e il mantenimento dei figli, la qualità del sistema formativo del Nord. È, di fatto, un trasferimento di ricchezza. Va riconosciuto – e le varie ricerche lo sottolineano – che al Nord gli atenei si sono specializzati, creando poli tecnologici a diretto contatto con i vari distretti industriali, mentre il Sud subisce una eccessiva frammentazione in quanto molte piccole università tentano di offrire “tutto a tutti”, disperdendo le risorse invece di specializzarsi in nicchie dove potrebbero eccellere (ad esempio nell’agroalimentare, nel turismo di alto livello, nelle energie rinnovabili, e nei settori economici del Mediterraneo)

Lo sbocco dell’inflazione accademica: lavori sotto-qualificati

La presenza di un’università in ogni provincia ha abbassato il valore del titolo. Quando l’offerta formativa è sproporzionata rispetto alla capacità del territorio di assorbire laureati, si genera un paradosso: più laureati, ma meno posti di lavoro qualificati. Il mercato del lavoro locale, spesso composto da piccole imprese, non è in grado di offrire sbocchi coerenti con le competenze acquisite. Il risultato? Molti giovani finiscono per fare lavori sotto-qualificati, percependo la laurea come un “pezzo di carta” inutile piuttosto che come un volano di carriera. Ogni ateneo, anche il più piccolo e periferico, richiede costi fissi enormi: strutture, personale amministrativo, manutenzione, utenze. In un sistema di risorse pubbliche limitate, questo comporta una diluizione della spesa. Se i fondi fossero concentrati su pochi poli d’eccellenza, si potrebbero finanziare laboratori d’avanguardia e attrarre talenti internazionali. Distribuendo le risorse “a pioggia” su troppe sedi, il risultato è che nessuno degli atenei periferici riesce a raggiungere la massa critica necessaria per competere sulla ricerca europea, condannandoli a una mediocrità istituzionalizzata.

Per lo studente meridionale scegliere l’università locale è spesso visto — a torto — come una scelta di “serie B”. Questo innesca un meccanismo perverso: i migliori studenti, quelli che hanno le ambizioni e le capacità per trainare l’economia, si trasferiscono al Nord già a 19 anni. Ciò comporta un esodo di capitale umano. Il Sud perde i suoi migliori talenti nel momento in cui formano la propria identità professionale, lasciando il territorio orfano di competenze necessarie per l’innovazione. In pratica si pagano le tasse per formare la classe dirigente del Nord.

La verità scomoda: cambiare rotta è un dovere

“Abbiamo trasformato il diritto allo studio nel diritto a un parcheggio universitario locale. Abbiamo convinto intere generazioni che la laurea fosse la meta, quando è solo la partenza. Risultato? Abbiamo spopolato i talenti del Sud per nutrire le economie del Nord, lasciando al Mezzogiorno una pletora di sedi universitarie che sono, di fatto, solo agenzie di disoccupazione qualificata. È ora di ammettere che la quantità ha distrutto la qualità, e che una chiusura ragionata di alcuni rami secchi sarebbe, in realtà, l’atto più coraggioso per salvare il futuro dei nostri ragazzi”.

*****

LE FONTI: Anvur(Agenzia Nazionale Valutazione università e ricerca). Ministero dell’Università: per i dati su immatricolati, laureati e flussi di mobilità. Fondazione AlmaLaurea: riferimento per capire non solo quanto tempo ci si mette a laurearsi, ma soprattutto quanto — e in che modo — il titolo incida nel mercato del lavoro a 1, 3 e 5 anni. Svimez (Sviluppo industria nel Mezzogiorno): per contestualizzare la crisi del capitale umane. Le valutazioni critiche sono dell’autore, altre attinte dal Censis e dal dibattito accademico.

  • Nota. E’ utile incrociare i dati esposti nell’articolo con le tabelle di Almalaurea sulla “Mobilità dei laureati”. Vedere quanti ragazzi nati in Abruzzo o in altre province del Centro-Sud finiscono per lavorare a Milano, Bologna o all’estero è un argomento per dimostrare che il sistema, così com’è, sta fallendo la sua missione primaria: creare valore sul territorio.

 

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