CAPO VERDE E VOZINHA, le sorprese del Mondiale

di Jacopo Lanciaprima

(da Puntero) L’allargamento delle partecipanti ai Mondiali 2026 e la mancata qualificazione da parte della nostra nazionale ci hanno spinto alla più classica delle domande: per chi tifare? Per chi ama le sfide in cui il piccolo sfida il gigante, la scelta è ricaduta su una squadra tutt’altro che famosa e decisamente esotica. Alla prima partecipazione nella rassegna iridata troviamo, infatti, Capo Verde, un piccolo arcipelago di dieci isole di origine vulcanica dell’Africa Occidentale, più precisamente situate nell’Oceano Atlantico, a circa 500 chilometri dalle coste del Senegal.

Questo Stato conta circa 500mila abitanti, di cui quasi la metà vive sull’isola di Santiago, dove si trova anche la capitale Praia, città con oltre 160 mila abitanti. La sua storia è piuttosto recente: fino al Quattrocento, infatti, i suoi territori erano completamente disabitati ma, una volta raggiunti dai portoghesi, ne divenne una colonia grazie alla posizione strategica nelle tratte di schiavi tra Europa, Africa e Americhe, iniziando da quel momento a popolarsi. Capo Verde è rimasta per secoli sotto il dominio del Portogallo, motivo per cui ancora oggi la lingua ufficiale è proprio il portoghese: ottenne l’indipendenza, diventando una Repubblica, soltanto il 5 luglio 1975 a seguito della rivoluzione dei garofani nel Paese lusitano. Nei suoi primi anni di vita, questo piccolo Stato venne governato da un partito unico di stampo socialista. Oggi, dal punto di vista politico, si sta affermando come uno dei Paesi più stabili dell’Africa.

Una delle peculiarità del calcio capoverdiano è il funzionamento del campionato nazionale. Il Campeonato Caboverdiano de Futebol è una competizione quasi unica nel suo genere: nonostante l’influenza portoghese, ha una struttura totalmente diversa dalla classica formula europea, rivelandosi invece simile a quella brasiliana. La stagione, infatti, ha due fasi. La prima si disputa tra inverno e primavera ed è quella regionale: ogni isola, ad eccezione di Santa Luzia, desertica e disabitata, gioca il proprio campionato, mentre le due isole più grandi, Santiago e Santo Antão, sono divise in due zone, nord e sud. La seconda fase, invece, è quella nazionale composta da dodici squadre: vi prendono parte le undici vincitrici della fase regionale e la campionessa in carica. Il campionato si gioca tra la fine della primavera e l’estate, con tre gironi da quattro squadre, seguiti da semifinali e finale.

Se questa piccola nazione è riuscita a qualificarsi al Mondiale, il merito va in gran parte a giocatori nati e cresciuti fuori dall’arcipelago ma che, grazie alle proprie origini, sono arrivati ad indossare la maglia degli Squali Blu. A causa del complesso percorso economico del Paese, oggi circa un milione di persone di origini capoverdiane sono costrette a vivere in altre parti del mondo. Un fenomeno che ha favorito lo sviluppo calcistico della nazionale, con i Paesi ospitanti che hanno costituito incubatori di talenti di prima fascia a costo zero sparsi per il mondo.

Molti giovani calciatori capoverdiani provengono dai settori giovanili di squadre che militano in Francia, Paesi Bassi, Portogallo e Stati Uniti e, consapevoli della difficoltà di farsi strada con i colori del Paese in cui si sono formati, scelgono di rispondere al richiamo delle proprie radici. Uno degli esempi è il difensore Logan Costa nato a Saint-Denis, in Francia, e cresciuto nel settore giovanile del Reims, prima di esplodere a Tolosa e trasferirsi al Villarreal, suo attuale club, nel 2024. Pur avendo fatto la trafila nelle giovanili dei Bleus, ha preferito un posto sicuro nella selezione africana rispetto alla difficoltà di una chiamata da parte di Deschamps. Analogamente, i fratelli Laros e Deroy Duarte, entrambi centrocampisti nati a Rotterdam, nei Paesi Bassi, e cresciuti calcisticamente nello Sparta Rotterdam, dopo aver giocato nelle giovanili Oranje hanno scelto di rappresentare la terra d’origine dei genitori.

Il pezzo forte della squadra è rappresentato dal reparto avanzato, che conta anche e soprattutto due ex calciatori di Serie A. Il primo è il classe 1998 Jovane Cabral, uno dei pochi calciatori nati nell’arcipelago. Trasferitosi a sedici anni in Portogallo per giocare nelle giovanili dello Sporting Lisbona, ha ottenuto la cittadinanza ed è stato a lungo indeciso sulla nazionale maggiore con cui giocare, fino a che la scelta definitiva è ricaduta su quella di origine. La sua avventura in Italia non è stata delle più fortunate: prima sei mesi in prestito alla Lazio nel 2022 con solamente 3 presenze e un gol, quindi un nuovo prestito la stagione seguente, stavolta alla Salernitana, con appena 12 presenze e un gol nella prima parte della stagione 2023-24, poi conclusa dai compagni con una retrocessione in Serie B.

Il secondo, invece, è Dailon Rocha Livramento, anch’egli di Rotterdam, dove ha vissuto negli anni iniziali della carriera, prima di vestire la maglia del proprio Paese d’origine. Scovato dal solito e consolidato canale di scouting dell’Hellas Verona con i Paesi Bassi, è arrivato dall’MVV Maastricht nella stagione 2024-25 e ha vestito la maglia scaligera, segnando un solo gol in 29 presenze, prima di passare in prestito al Casa Pia, in Portogallo, dove ha giocato l’ultima stagione. Nel frattempo, però, è diventato l’eroe nazionale durante il cammino di qualificazione.

Se questa piccola nazionale si è qualificata al Mondiale, lo deve a un insieme di quattro elementi che, ben bilanciati tra loro, hanno costruito un autentico miracolo sportivo. In primo luogo, come detto, ha avuto un peso la struttura e la disciplina di matrice europea di molti dei protagonisti dei Tubarões Azuis: una maggiore attenzione ai dettagli di natura tattica ha permesso di garantire a difesa e centrocampo il giusto ordine e la capacità di lettura dei momenti chiave della gara, qualità che finora erano sempre mancate alla selezione dell’arcipelago.

Insieme alla fantasia del futebol de rua (il calcio di strada), il mix è stato devastante: Capo Verde è una nazione piccola e povera, dove i ragazzi giocano ovunque: dall’asfalto della strada al cemento, passando per la terra: basta un pallone per riempire le giornate e sono ininfluenti le difficoltà della superficie. Una caratteristica che ha portato i giovani a sviluppare il controllo di palla nello stretto, con abilità nel dribbling e nell’uno contro uno. Giocatori come il veterano Gerry Rodrigues e Jovane Cabral incarnano alla perfezione questa imprevedibilità.

Un terzo fattore è tattico ed è dato dalla fulminea verticalità: la strategia principale che Capo Verde adotta è quella fatta di transizioni lampo. Una volta riconquistato il pallone nella propria metà campo, grazie alla densità nella zona centrale del campo, i creoli distendono velocemente il proprio gioco in verticale e sfruttano la rapidità dei propri esterni, andando così a creare un sistema di gioco fluido e molto rapido.

Infine, non è da trascurare la componente Morabeza: questo termine di origine creola, la lingua non ufficiale ma che tutti parlano nell’arcipelago (unione di parole portoghesi e africane), significa “lo spirito della nazionale”. Un aspetto di natura psico-sociale, fatto di gentilezza e rispetto prima di ogni cosa, che si ritrova anche e soprattutto all’interno di un gruppo in cui si parlano più lingue, formato da persone che arrivano da varie parti del mondo. Questa caratteristica, che in molte squadre africane non si trova a causa delle rivalità interne tra gruppi, nativi e non, della nazione appartenente, ha finito per rafforzare ancora di più gli Squali Blu.

Il raggiungimento di questo grande obiettivo porta anche la firma del commissario tecnico, Pedro Leitão Brito, detto Bubista. Quest’ultimo è nato e cresciuto in arcipelago sull’isola di Boa Vista, da cui deriva il suo soprannome, e in patria è riconosciuto come un monumento della nazionale perché, prima di diventarne commissario tecnico nel 2020, ne è stato capitano dagli inizi degli anni Novanta ai primi anni del nuovo millennio.

Il percorso che ha portato Capo Verde in Nord America è stato tutt’altro che scontato. Inserita nel Girone di D della CAF, la selezione dell’arcipelago ha dovuto affrontare Angola, Libia, eSwatini, Mauritius e soprattutto il temutissimo Camerun. Una difficoltà acuita dal fatto che solamente la prima del girone si sarebbe qualificata direttamente: a causa della presenza del già citato Camerun, il destino sembrava già scritto.

Passo dopo passo, però, la squadra di Bubista è riuscita prima di tutto a vincere tutte la partite giocate in casa nell’insidioso Estádio Nacional di Praia, caratterizzato dal campo sintetico e molto veloce che, anche grazie al clima secco e alle forti raffiche di vento, ha contribuito a mandare in crisi le avversarie. Il punto di svolta è arrivato con la vittoria per 3-1 contro i Leoni Indomabili del Camerun, conquistata grazie alle citate transizioni veloci in fase offensiva e alla solidità difensiva dettata da Logan Costa. Ma non è tutto: se in casa sono state messe le basi e ribaltati di fatto i pronostici, il cinismo della squadra votata all’obiettivo è emerso nelle insidiose trasferte nell’Africa subsahariana, grazie ai fondamentali gol di Livramento e alla maturità dei giocatori cresciuti in Europa. Questi fattori hanno permesso alla piccola squadra dell’arcipelago di raggiungere quota 23 punti, chiudendo a quattro lunghezze dal Camerun e raggiungendo la prima storica qualificazione al Mondiale 2026.

Il successo che ha certificato la qualificazione è quello ottenuto a Praia il 13 ottobre 2025 contro eSwatini: un rotondo 3-0 maturato nella ripresa, con i gol di Livramento, Willy Semedo e Stopira, mentre il Camerun veniva bloccato in casa dall’Angola. Al momento della festa, Capo Verde è diventato il Paese più piccolo e meno popoloso a essersi mai qualificato a una Coppa del Mondo, ma il record è durato pochissimo: appena un mese dopo, Curaçao ha privato l’arcipelago africano di questa curiosità statistica.

E se tutto ciò non basta, un’altra pagina della grande favola di Capo Verde è stata scritta all’esordio nella rassegna iridata: non solo il primo punto, ma addirittura al cospetto di una delle grandi favorite, la Spagna. Gli Squali Blu hanno resistito stoicamente al predominio territoriale degli iberici, irretendoli e concedendo pochissimo, fino a portare il match al triplice fischio sullo 0-0.

Una partita che ha consegnato alla memoria dei Mondiali la figura di Vozinha, al secolo Josimar José Évora Dias, quarantenne portiere nativo dell’arcipelago, con una carriera ai margini del calcio che conta, spesa tra Moldavia, Cipro, Slovacchia e seconda serie portoghese. Dopo un’infanzia segnata dal bullismo, Vozinha ha scelto di tornare in patria ogni estate per poter insegnare beach volley ai ragazzi dell’arcipelago in un centro ricreativo. Le sue parate lo hanno reso il primo MVP della sua nazionale in una fase finale e, al tempo stesso, gli hanno garantito un’inattesa notorietà: prima della sfida con la Spagna aveva 45.000 follower su Instagram, oggi ha superato quota 13 milioni.

La parabola di Vozinha. Josimar José Évora Dias, che il mondo ha imparato a chiamare Vozinha, raccoglie tante di quelle storie affascinanti che ogni quattro anni popolano i Mondiali: parla di riscatto sociale, di un ragazzo che ha reagito al bullismo subito da ragazzo. Arrivare a quarant’anni sul palcoscenico di un Mondiale, bloccando i campioni d’Europa della Spagna, è un paradosso che sfida il tempo.

La sua storia ha la consistenza della sabbia dell’Instituto Reis, dove ogni estate Vozinha insegna beach volley ai ragazzi dell’arcipelago. Ma non quest’anno, ovviamente. Un’assenza giustificata ironicamente sui social da una scuola che lo ha visto prima protettore e poi idolo, che fotografa una dimensione umana sedimentata lontano dai riflettori. L’esplosione digitale, con milioni di follower su Instagram in poche ore, difficilmente può scalfire chi ha costruito la propria corazza nei campionati minori e nelle leghe dimenticate.

L’infanzia di Josimar è stata segnata dal bullismo, un’esperienza terribile che ha preparato il terreno a una sensibilità profonda, traducendo il riscatto in un atto pedagogico verso le nuove generazioni isolane. Cresciuto dalla nonna mentre la madre lavorava per mantenere la famiglia e il padre era lontano in missioni militari, Vozinha ha aspettato quarant’anni per conoscere la gloria. Lo ha fatto con il nomignolo dato dai bambini che lo maltrattavano e poi lo accusavano di andare a piangere dalla sua Vozinha, letteralmente “nonnina”.

Da leader aveva suonato la carica nel 2024, in un’intervista sui canali ufficiali della FIFA in cui aveva cercato di trasmettere ai compagni di nazionale la voglia di scrivere una storia indimenticabile per la propria gente. Un messaggio recepito alla perfezione: Capo Verde ha raggiunto i Mondiali per la prima volta e ha esordito fermando una delle grandi favorite, grazie anche alla prestazione del suo esperto portiere.

Nel pubblico non c’era la madre, i biglietti per raggiungerlo negli Stati Uniti costavano troppo. Ma l’eco delle sue parate è arrivata fino a casa, a restituire dignità a quel bambino che un tempo correva a piangere e oggi ha dato un dolore sportivo a una delle nazionali più forti del mondo, la Spagna.

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