Il miglior film visto a Venezia 83 finora. Con una sceneggiatura pazzesca, tra golpe cileno, moai e sottilette, e un Malkovich da Oscar: questo è Wild Horse Nine di Martin McDonagh nel giudizio che ne dà Benedetta Bragadini su Rolling Stone. Nel 1980 i Clash pubblicano Sandinista!, dentro c’è un pezzo che si chiama Washington Bullets: una cronistoria in rima del modo in cui gli Stati Uniti hanno amministrato il mondo a forza di armi e colpi di Stato. Joe Strummer canta dei drammi del Cile, di Salvador Allende e del cantautore Víctor Jara, torturato e ucciso nell’Estadio Chile subito dopo il golpe militare del 1973. A Londra, un ragazzino lo ascolta. Sì, quel ragazzino era Martin McDonagh. «Mi ha spinto a pormi delle domande e a documentarmi sull’argomento, e quelle domande mi sono rimaste dentro». Wild Horse Nine, presentato in concorso a Venezia 83 e accolto da quattordici minuti di ovazione (vedere Malkovich commosso è di una tenerezza che non si può spiegare), è il miglior film visto finora alla Mostra, quasi certamente uno dei più belli dell’anno.

I CRITICI D’ACCORDO: UN CAPOLAVORO

E’ una commedia, certoscrive Benedetta Bragadini – ma insieme nerissima e malinconica, Wild Horse Nine funziona al contrario: sembra non avere nessun rispetto per le cose serie, e ne ha uno sconfinato per le cazzate. Ovviamente adoriamo. Siamo nei mesi che precedono l’11 settembre cileno. Chris (Malkovich) è un veterano di stanza a Santiago con una diagnosi di cancro appena arrivata e un comportamento sempre più imprevedibile. Lee (Sam Rockwell, una spalla generosissima e pazzesca, otto anni dopo il suo Oscar per Tre manifesti) è il pupillo, il figlio mai avuto, un uomo adorabilmente cornuto e mazziato da una moglie di nome Marge che ha i tempi comici di Parker Posey. Il loro capodivisione in Sud America MJ (Steve Buscemi) se li leva di torno spedendoli sull’Isola di Pasqua nelle settimane meno indicate del secolo. Oltre a qualche centinaio di moai fermi lì da mille anni, a Rapa Nui trovano due studentesse cilene, Monica (Mariana Di Girolamo, la Ema di Larraín) e Alicia (Ailín Salas) – che si sono conosciute a una marcia per i diritti delle donne e alle quali Chris dice più o meno: le marce non servono a niente, solo uccidere può cambiare le cose. Sbam – e decine e decine di cavalli allo stato brado. Il titolo suona come il nome in codice di un’operazione riservata, di quelli che si leggono nei fascicoli desecretati vent’anni dopo. E invece è un cavallo. E i cavalli sono gli unici, su quell’isola, a non dover rendere conto a nessuno.

A Santiago, intanto, sta per succedere la Storia, e noi non la vediamo. La conosciamo certo, e sorridiamo amaramente nei momenti in cui Chris racconta ai quattro venti i piani top secret della CIA, che sono oro cinematografico. Ma McDonagh piazza i suoi due uomini a settemila chilometri dal fatto e li lascia parlare, il mestiere che gli riesce meglio. Siamo in una sorta di sala d’aspetto dell’anima: due tizi in attesa di un ordine che non arriva, in un posto dove non c’è niente da fare, che riempiono il vuoto come meglio possono. Chris, che per la CIA ne ha fatte di cotte e di crude (“Guatemala: un successo! il Congo: un successo! la Baia dei Porci: un po’ meno successo!”) ora vuole scrivere un memoir, partendo da una domanda: in Paradiso ci andranno anche i dinosauri? In fondo alcuni erano vegetariani.

Fa ridere fino a farti male Wild Horse Nine e poi ti devasta dolcemente. La battuta, in McDonagh, è una sorta di anestesia locale, che serve a due che non hanno il vocabolario per dirsi che si vogliono bene, e tanto meno per dirsi addio. Se Gli spiriti dell’isola era un apologo sull’amicizia che finisce, questo è il suo rovescio disperato: l’amicizia che non finisce mai, nemmeno quando uno dei due ha smesso di avere tempo. C’è l’arrendersi alla mortalità, affrontata con l’unico atteggiamento pensabile, e cioè allegro e sboccato.

John Malkovich paga da anni il prezzo di tutti gli attori con una personalità inconfondibile: rischiare di diventare l’imitazione di sé stesso, e nel 1999 Spike Jonze ha messo il paradosso a verbale, titolo compreso. Da allora nessuno si azzardava a chiedergli qualcosa che non sapesse già fare. McDonagh ha osato farlo, e ne è uscita probabilmente la migliore interpretazione della sua carriera. Il veleno nel fraseggio non è una novità, i tempi lunghissimi nemmeno. La novità è la voce, che sembra sempre sul punto di addormentarsi e invece sta prendendo la mira. E poi c’è la cheekiness gustosissima di chi ha visto e sa tutto. Sotto sotto, però, c’è pure un uomo terrorizzato che non lo ammetterà mai, e Malkovich lo lascia affiorare qua e là, quando ascolta I’m So Lonesome I Could Cry di Hank Williams, quando confessa a Lee che vuole morire a Venezia (!) e durante la telefonata-capolavoro al fratello Tom Waits sullo sfondo della Monument Valley. Genio, parte millesima. Due nomination, Le stagioni del cuore nell’84 e Nel centro del mirino nel ’93, ma zero statuette: da Venezia è appena partita la corsa all’Oscar.

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Laura Casagrande fa notare su myredcarpet.it  che “ci sono film che sembrano chiedere allo spettatore di essere decifrati e altri che possiedono invece la rara capacità di accompagnarlo dentro la propria complessità senza mai ostentarla. Wild Horse Nine appartiene alla seconda categoria. McDonagh torna al cinema con un’opera densissima e Limpida, capace di parlare di morte, amicizia, fede, colpa e responsabilità politica senza trasformare nessuno di questi temi in una dichiarazione programmatica, lasciando che siano due uomini, i loro dialoghi e il tempo sempre più breve che resta loro a farsi carico di tutto. In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 83, Wild Horse Nine conferma soprattutto quanto McDonagh sia uno dei più formdabili sceneggiatori del cinema contemporaneo. Perché dietro l’apparenza di un film di amicizia costruito intorno a due vecchi agenti della CIA si nasconde un film profondamente morale, ma mai moralista, che osserva il momento in cui le convinzioni sulle quali un essere umano ha costruito un’intera esistenza smettono improvvisamente di essere sufficienti.

Siamo nel 1973, poco prima del colpo di Stato in Cile. Chris e Lee, interpretati da John Malkovich e Sam Rockwell, lavorano insieme da anni per la CIA quando vengono mandati da Santiago all’Isola di Pasqua. Quello che inizialmente assume i contorni di una trasferta anomala rivela progressivamente una natura molto più intima. Chris è gravemente malato e vuole trascorrere del tempo lontano dal lavoro, anche per provare a mettere ordine nei propri ricordi e iniziare a scrivere le sue memorie. Ma il suo è un archivio umano particolarmente pericoloso: decenni trascorsi nei servizi segreti americani significano informazioni, operazioni, responsabilità e segreti che non dovrebbero finire sulla pagina sbagliata, soprattutto quando la malattia e i farmaci cominciano a rendere incerto il confine tra ciò che può e ciò che non può essere raccontato. La domanda più interessante posta da Wild Horse Nine riguarda la facilità con cui un essere umano può convivere con le proprie azioni quando dispone di una narrazione sufficientemente convincente per giustificarle. Chris e Lee hanno lavorato per un’istituzione che ha consentito loro di pensarsi per anni dalla parte giusta della Storia, uomini chiamati a compiere azioni discutibili perché funzionali a un obiettivo più grande. Ma cosa rimane di quella certezza quando il tempo a disposizione comincia a finire? McDonagh inserisce questa riflessione nel contesto delle operazioni americane in America Latina e della storia dell’interventismo statunitense, senza trasformare il film in una lezione politica. Il punto non è soltanto stabilire che cosa abbia fatto la CIA, ma interrogare gli uomini che hanno partecipato a un sistema nel quale la morale individuale poteva essere sospesa in nome di una presunta necessità collettiva. È proprio qui che Wild Horse Nine incontra un’altra delle sue questioni fondamentali, quella religiosa. Il rapporto tra fede e responsabilità attraversa infatti il film in maniera sottile ma persistente. Se un uomo crede nell’esistenza di principi morali assoluti, fino a che punto può derogare a quegli stessi principi convincendosi di agire per un bene superiore? E soprattutto: quando arriva il momento di fare i conti con la propria vita, basta ancora aver obbedito, aver creduto nella propria missione, essersi raccontati che non esisteva un’alternativa?

McDonagh non pretende di rispondere. Fa qualcosa di molto più interessante: mette i suoi personaggi nella condizione di dover convivere finalmente con le domande. In questo senso la malattia di Chris non funziona mai come dispositivo emotivo. La prossimità della morte modifica il valore del tempo e costringe a guardare retrospettivamente un’esistenza che fino a quel momento poteva essere vissuta soltanto in avanti. Le missioni, i segreti, le decisioni prese e quelle evitate non appartengono più a un curriculum professionale, ma diventano materia morale. E il memoir che Chris vorrebbe scrivere assume così un significato molto più profondo: ricordare significa inevitabilmente scegliere quale versione di sé consegnare agli altri, proprio mentre la sua stessa capacità di ricordare comincia a tradirlo. Se la politica e la mortalità costituiscono il sottotesto più profondo di Wild Horse Nine, il suo cuore è però altrove. È nell’amicizia tra Chris e Lee. John Malkovich e Sam Rockwell sono straordinari proprio perché non interpretano l’amicizia come qualcosa che debba continuamente essere dimostrato. La abitano. Nei silenzi, nelle provocazioni, nella familiarità dei gesti e soprattutto in quel modo tipico delle relazioni lunghissime di utilizzare l’ironia come un linguaggio privato, i due restituiscono l’impressione di persone che hanno trascorso abbastanza tempo insieme da conoscere reciprocamente anche ciò che preferirebbero non sapere. Ed è probabilmente qui che Wild Horse Nine trova il suo equilibrio più difficile e più riuscito. Perché il film parla della morte senza diventare funebre, della malattia senza cercare la commozione facile e del rimpianto senza indulgere nella malinconia. È, al contrario, genuinamente e irresistibilmente divertente.

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Per Mauro Donzelli di ComingSoon.it “l’America imperiale viene messa a nudo con una risata, che la seppellisce con eleganza rara veleggiando con maestria fra i generi, dalla spy story alla commedia, al film dell’amicizia con una spolverata western, in una storia capace di unire i dolori reali della geopolitica aggressiva più vera del vero e la resa dei conti dopo una vita di errori, brillantemente di finzione eppure universale. Wild Horse Nine ha la stessa portata politica elegantemente nascosta sotto la superficie, mentre diventa sempre più un bilancio intimo su un uomo nel crepuscolo della sua vita, proprio come quel sogno americano ormai fiocamente illuminato dagli ultimi raggi di immaginario. Non ci sono più neanche gli antieroi del western, i pionieri che hanno edificato quel Paese e le loro stesse contraddizioni. Anche loro sono stanchi e malati.

Tagliente ed eccentrico il giusto, supportato da dialoghi di rara precisione e senza scrupoli, il Chris di John Malkovich regala dopo anni di routine un guizzo memorabile alla carriera cinematografica dell’attore. E in questo è supportato alla grande da Sam Rockwell, spalla comica capace di sostenere i momenti in cui la storia d’amicizia e comprensione, nonostante tutto, diventa commovente e ci colpisce al cuore. Risate e momenti sorprendenti non mancano, sullo sfondo di una natura magnifica e le emblematiche “testone” dell’isola di Pasqua, che sembrano saperla sempre lunga e non stupirsi più delle assurde avventure anche di questi nuovi venuti, due yankee capitati lì non sanno bene neanche loro come mai, ma che fra quelle pietre imponenti, al tramonto, si impongono – e ci impongono, riuscendoci – di ritrovare quegli ultimi raggi di poesia di chi aveva creduto nel Sogno Americano.

 

 

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