di Piero Di Antonio

— L’inchiostro, come il sangue, sporca e non solo la coscienza. Finanche una nobile professione al servizio di un bisogno che appena qualche decennio fa sembrava connaturato in tutti noi, nel nostro voler essere cittadini informati. Appariva eterno e incrollabile poiché nutrito dal conoscere che cosa avviene intorno a noi, dal farcelo considerare sempre e comunque un quotidiano invito ad aguzzare la vista per vedere, attraverso i fatti, la società degli altri e penetrarvi con ciò che si legge. E capirla.

Tanta acqua è passata sotto i ponti del giornalismo… Quanti errori ha dovuto rimediare… quanti pericoli ha dovuto scansare… Eppure, sebbene malridotto, ha saputo andare avanti, ma che fatica! E oggi? Siamo in un’altra epoca, dove lo spessore morale e caratteriale di noi “sudditi” si è assottigliato a tal punto che bande di sedicenti e tronfi giornalisti compiono quotidiane scorribande nell’informazione senza che nessuno o pochi facciano loro lo sgambetto e farli cadere. Mentono, i più intelligenti e furbi, sapendo di farlo. Oppure mentono perché inconsapevoli o perché volgono lo sguardo verso un orizzonte ridotto o nascosto dalla nebbia della retorica.

Entrambe queste figure salvano carriere spesso immeritate, superstipendi, godono di una vita con modesti sacrifici ma pur sempre brillante perché il luccichio viene dato proprio da coloro che si aspettano che dicano e scrivano ciò che si vuole si dica e si scriva. Il lettore, il telespettatore, chi ascolta la radio in macchina, chi legge manifesti, i conoscenti al bar, o i sapientoni alla cena dei colleghi. Li chiameremo pubblico, cui tocca sorbirsi uno spettacolo sceneggiato da altri e che riesce perfino a strappare applausi e consensi.

Ma che cosa è successo perché costretti a dirci delusi? a essere diventati scettici, o a sentirci in fuga verso il privato nel mentre ci copriamo gli occhi e le orecchie per non vedere o sentire quel megafono attivo 24 ore su 24 che ci descrive come va il nuovo mondo. La spacciano per informazione. Attenzione, è l’impalcatura di una costruzione che attira ormai la metà del mondo. E’ il nuovo Colosseo di una battaglia in corso.

Dal piccolo nascondiglio di cittadino non si riesce più ad alzare lo sguardo, si fissa il terreno perché il resto non piace. E’ il mondo che è stato costruito a immagine di chi ha preso in mano un manganello o un piffero per inculcarti una verità funzionale non alla tua libertà ma al tornaconto che ruota attorno a una parola oggi da disprezzare: il potere. Come ci hanno insegnato i più saggi tra noi: il potere mente sempre. Estendiamola allora questa benedetta verità: l’informazione, a parte alcune nicchie, mente spesso. E se il contorno è lo scandalismo, il piatto è servito.

In Italia la mediocre deriva dell’informazione non ispira più un regista, non la si vede sullo schermo. Meglio discorsi su una vita fatta di mutui, abbandoni, sofferenze e pene d’amore, di tavole imbandite e gente allegra con la forchetta in mano. Eppure gli stimoli vengono forniti a iosa.

A Venezia, e da qui nasce lo spunto sullo stato dei media, il regista Danny Boyle  ha saputo descrivere e appassionare il pubblico con un film incentrato sulla figura di Rupert Murdoch, il magnate australiano della stampa che oltre 50 anni fa diede un colpo quasi mortale al giornalismo dei fatti sostituendolo con ciò che gli altri volevano. Stampa d’informazione? No, meglio e più redditizi gli scandali. Ink, va detto, è in origine la celebre e premiatissima opera teatrale scritta da James Graham che racconta l’acquisto del The Sun da parte di Murdoch nel 1969 e la nascita della stampa scandalistica moderna. Ebbene, l’adattamento cinematografico diretto da Danny Boyle porta sullo schermo questa stessa carica esplosiva.

Resta da chiedersi, a questo punto: sono l’informazione e il sistema dei media a fornire notizie al lettore sapendole anche spiegare, oppure è la massa di lettori, il pubblico, ad alimentare l’informazione con ciò che desidera ascoltare o vedere, e, badate, che lo tranquillizza?

La vera rivoluzione avvenuta mezzo secolo fa è questa. Altro che tecnologie, altro che Intelligenza Artificiale. Il film Ink, che significa inchiostro di cui si accennava all’inizio, è uno specchio perfetto di ciò che Murdoch ha saputo costruire entrando con i suoi tabloid nella testa dei lettori e convincerli che il vero usciva dai suoi giornali e dalla sua tv. Ha creato un mercato a sua immagine e somiglianza, e che aderiva ai suoi interessi di miliardario e politico. A ruota sono seguiti i tanti mardochini del pianeta che non  chiedevano altro che tirare fuori gli artigli e graffiare la vecchia, debole e indifesa informazione, con pochi soldati coraggiosi e con molti disposti  a correre in soccorso dei vincitori. Da noi è arrivato Berlusconi, omaggiato dai tanti berlusconi che pre-esistevano nella società, a convincere la maggioranza degli italiani di essere stati governati dai comunisti, mentre la Destra arraffava di tutto: televisioni, giornali, radio, spazi su internet.

Boyle è andato oltre con Ink, descrivendo come il magnate Murdoch non si sia limitato a comprare un giornale, The Sun, ma da vero padrone ha fatto la rivoluzione. Ha invertito il flusso delle notizie e dei fatti, come i salmoni ha risalito la corrente: non più il racconto e l’esposizione di quanto accaduto e degli eventi, ma fatti e commenti graditi al lettore. Ha solleticato i desideri e le frustrazioni del pubblico, che si è subito mostrato contento di sentirli e vederli scritti. Se sopravviene qualche dubbio su questa verità, basta dedicare qualche minuto ad ascoltare i notiziari di Fox Tv, divenuti ormai le tavole della legge della nuova informazione del potere e del privilegio che hanno rotto gli argini. È la vittoria del verosimile sulla realtà. E quell’inchiostro, che un tempo serviva a denunciare il potere, oggi continua a sporcare: non più le dita di chi legge, ma la dignità di chi scrive.

 

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