di Piero Di Antonio
— Alcune notizie che fanno da cornice ai giorni difficili che stanno vivendo la Spagna, la Francia, la nostra Italia, perfino il padrone temporaneo del mondo, gli Stati Uniti. In sintesi: Mattarella, nel difendere le forze dell’ordine, dice che sulla scena dei disordini e delle violenze sono comparsi “soggetti inediti e che serve quindi una vigilanza attenta”. Salvini, da par suo, non sa fare altro che annunciare l’invio di 500 soldati a Milano, preludio di ciò che verrà fuori dalla riunione del governo che oggi, martedì 20, si appresta a concedere, udite udite, le funzioni di polizia giudiziaria ai militari. Un altro passo verso il restringimento delle nostre libertà, con la paura collettiva a guidarci nelle reazioni e nelle scelte di vita. Non poteva mancare, visto che siamo a Milano, lo sguardo al Quadrilatero della Moda, offeso e devastato dalla violenza. I sontuosi negozi del lusso abbassano le saracinesche nel timore di altri scontri e saccheggi che hanno già provocato danni, feriti e tanti giovani fermati, in gran numero minorenni.
Dal caos sempre funzionale al potere, per scendere ai tg, ai talk tv, ai giornali, ci arriva, amplificato e ripetuto, l’invito a prendere una posizione contro lo scempio. È l’ossessione mediatica che avvolge la politica e i reggicoda del potere spesso con un microfono in mano. Se non si premette il classico “sono contro la violenza” oppure “la violenza va sempre condannata“ si resta bollati come complici dei black bloc. Un giochetto vecchio come il mondo, che è come costringere a giurare “voglio bene alla mamma“. Ipocrita e instrumental. Ipocrita, perché in questo modo si costringe l’interlocutore-elettore a guardare solo un aspetto del problema, a reagire come il potere vorrebbe che si reagisse. Strumentale, poiché sulla pelle delle generazioni affluenti e delle loro famiglie si sta giocando una partita politica di enorme importanza: tra non molto saremo chiamati a votare. E stavolta la posta in gioco è il futuro del nostro Paese, dell’Europa, perfino del mondo a cui ci siamo beati di appartenere.
È necessario allora dire le cose che non vengono dette. Milioni di giovani, adolescenti, studenti hanno incendiato ovunque le città. Perché lo fanno e lo faranno? Solo perché le scuole sono fatiscenti? Riduttivo e superficiale. O perché — come la giornalista di un modesto giornale della Destra ha avuto la sfacciataggine di dire in tv — è tutta colpa del voler insegnare a scuola l’affettività e la sessualità, anziché i pericoli della droga? Ha lasciato intendere che a Milano buona parte degli studenti era sotto l’effetto di stupefacenti. Detto di Milano, capitale italiana della cocaina e dello sballo, fa pensare a visioni che corrono in parallelo senza mai incontrarsi. E addio alla comprensione di un fenomeno nuovo, che scorreva comunque sottotraccia da tempo.
La verità è che i nostri figli e nipoti vedono e sanno ascoltare. Capiscono che sono stati mandati via dalla grande città dove vivere è diventato un’impresa tanto il carovita è insostenibile. A Milano, a Bologna, a Torino, ovunque… A Milano, in particolare, la contraddizione ha raggiunto livelli grotteschi. La capitale morale, la vetrina luccicante del design, l’hub finanziario europeo che si autocelebra nelle fiere e nelle settimane della moda, si è trasformata negli anni in una macchina per espellere i propri abitanti. Viverci per una famiglia con un reddito normale, o per un giovane che prova a costruirsi un domani, è diventato impossibile. Gli affitti sono schizzati alle stelle, divorati dalla speculazione dei brevi periodi e delle piattaforme turistiche. Per una stanza universitaria o per un monolocale in periferia si chiedono cifre immorali, sproporzionate rispetto a qualsiasi contratto di ingresso nel mondo del lavoro. E non si tratta solo della casa: è il costo stesso della vita di ogni giorno a essere diventato un filtro classista. Dalla spesa al carrello del supermercato, dai trasporti alle rette scolastiche e universitarie, fino all’accesso a una sanità pubblica sempre più depotenziata in favore del privato, la città richiede una rendita d’ingresso. Se non ce l’hai, vieni spinto fuori, confinato in cinture periferiche sempre più sfilacciate e prive di servizi.
I giovani tutto questo lo vedono e lo subiscono. Vedono un modello urbano che premia la rendita finanziaria ed esclude il lavoro; che usa la vetrina del lusso come paravento e tratta l’istruzione pubblica come un peso da tagliare. Sentono sulla propria pelle l’ansia di un futuro precarizzato e l’impossibilità di emanciparsi dalla famiglia d’origine. La rabbia che ne scaturisce non nasce dal nulla né dall’influsso di chissà quale sostanza: è l’esplosione di una pentola a pressione il cui coperchio è stato saldato da anni di politiche di esclusione.
Ma la cecità del racconto mainstream non si ferma ai cancelli dei grandi centri urbani. Negli stessi giorni in cui i riflettori dei media si fissano ipnotizzati sulle vetrine infrante del Quadrilatero della Moda, un’altra Italia sta gridando la stessa disperazione, sebbene con forme diverse. Al Sud, e lungo arterie vitali del Paese, le mobilitazioni degli autotrasportatori e degli agricoltori stanno bloccando snodi viari e autostrade. Chilometri di code, camion fermi, magazzini senza più merci e scaffali che cominciano a svuotarsi nei supermercati. È la protesta di chi produce e distribuisce la ricchezza reale, strangolato dai costi del carburante, dal prezzo delle materie prime e dalle speculazioni della grande distribuzione che paga pochi centesimi il lavoro della terra per poi rivenderlo a cifre da capogiro nei centri urbani.
Di tutto questo, però, nelle stanze del potere e negli studi tv si parla il meno possibile. Le “anime belle” si soffermano sul dettaglio di piazza, invocano la repressione, sventolano i decreti sicurezza e inviano l’esercito per rassicurare il ceto medio spaventato. Si preferisce additare e condannare soltanto il sintomo violento anziché analizzare la malattia strutturale: un sistema economico e sociale che sta stritolando sia i giovani privi di prospettive nelle città scintillanti, sia i lavoratori della terra e della logistica che faticano a far quadrare i conti al Sud.
Negli ultimi tempi non ci viene risparmiato nemmeno l’uso dell’immigrazione come arma di distrazione di massa. Quando esplodono le contraddizioni sociali — la rabbia dei giovani esasperati dal carovita, la crisi della scuola, dei trasporti e dell’agricoltura, le disparità economiche vertiginose — la risposta del potere e della Destra, a Roma, a Parigi, a Madrid, come a Washington, è sempre quella di produrre un nemico esterno facile da additare. È un copione globale che si ripete: perfino Oltreoceano, Trump continua a rilanciare il mantra delle “frontiere da chiudere” attribuendo all’immigrazione anche di seconda generazione la colpa di ogni tensione sociale ed economica. È la narrazione comoda usata a ogni latitudine per coprire le responsabilità di chi gestisce il potere e per evitare di affrontare la realtà: il collasso del potere d’acquisto, la speculazione edilizia, la precarizzazione della vita e, per restare al vento che soffia da Sud, l’abbandono dei lavoratori della terra e della logistica.
I giovani hanno capito che il re è nudo. Rispondere alla loro rabbia e ai blocchi sociali solo con la militarizzazione delle città e con la retorica del decoro non servirà a spegnere l’incendio. Servirà solo a nascondere, ancora per poco, la cenere sotto il tappeto di una società che sta perdendo il senso della propria coesione. Fino a quando la politica sceglierà la propaganda e l’ordine pubblico al posto della giustizia sociale, le piazze continueranno a bruciare.






