di Sara Di Antonio
— C’è un’artista a cui è morta la madre da piccola – ma lei non usa queste parole, preferisce l’espressione perdere- e dunque è condannata a smarrire tutte le cose, e le persone attorno a lei. L’unica cosa che non riesce a perdere poiché non l’ha mai posseduta, afferma, è la voce della mamma, poiché non l’ha mai sentita o almeno così le pare: e questo suono non riproducibile e non recuperabile lei lo cerca attraverso l’arte e tutte le trasformazioni che produce.
Per cui noi rimaniamo sotto una tenda buia, illuminata solo dai video che ci proiettano delle immagini lontanissime sullo schermo, mentre a poca distanza da me ci sono dei ragazzi che avranno l’età di mia figlia; uno indossa un cappello arancione con le orecchie buffe, e l’altra, appoggiata a lui, veste ai piedi degli scarponcini improbabili ed è quasi appisolata in un gesto tenero. Sono perfettamente a loro agio tra il dolore raccontato ed espresso dall’autrice, le installazioni, il visivo e la musica.
E io che ero venuta a Venezia a cercare Brodskji (“Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi la torbida pupilla con l’ansia di fissare nel ricordo questo paesaggio”), mi ritrovo con mille bambini in braccia ai loro genitori tedeschi o francesi, che invece di portare i figli a Disneyland gli fanno visitare la Biennale, come pure fece ai tempi il mio amico F.
Avrei dovuto farlo anch’io, mi dico mentre attraverso l’ennesimo padiglione di arte contemporanea africana o vietnamita (l’arte è diventata degli ultimi, o dei penultimi, della Terra), e cerco di osservare gli strati di pietra antica che c’erano sotto Nôtre Dame, ritornando felice a un rassicurante Medio Evo.
Ma qui la modernità avanza furiosa, e davanti all’ingresso leggo un benvenuto alla comunità queer e trans, per cui mi ricordo che vivo in un mondo ostile e cattivo in cui c’è effettivamente bisogno di ricordarlo e di fare presente che nessuno sarà picchiato per strada per questo, come è accaduto di recente a Bologna.
Infatti Venezia sa sempre essere accogliente ma a modo suo, avvolgendoci in un colore di cielo tenue e sorprendente che riesce a confondere anche un’abruzzese fiera come me, in cerca di cieli più meridiani. Questa città gioca con i colori, e fa finta di presentarci una luce pulita e serica quasi come se fossimo altrove.
Con la sua Biennale, la sua pressante voglia di internazionale e di modernità intende farci dimenticare l’atmosfera malinconica e disperata della canzone di Aznavour, “Come è triste Venezia”. Ma io sono troppo scaltra per dimenticarlo, e mentre conto le pietre di Nôtre Dame, non posso fare a meno che sentire dentro di me quei versi che mi toccano il cuore:
“Les musées, les églises, ouvrent en vain leurs portes
Inutile beauté devant nos yeux déçus
Que c’est triste Venise, le soir sur la lagune”.

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