di Sara Di Antonio
da MOSCA – Solo un italiano -per essere precisi un italo-russo – poteva ricostruire, ancora più bello di prima e in pochissimo tempo, un teatro distrutto da un incendio. , figlio dell’artista Vincenzo Giovanni, riuscì a fare resuscitare in soli sei anni quello che sarebbe diventato il tempio del balletto mondiale, il Bolshoj. Giuseppe era chiamato alla russa Osip, perché era nato nel Paese in cui avrebbe realizzato i principali – e bellissimi – teatri dell’epoca. Solo la grazia di un italiano, russo per nascita, poteva dunque sognare un’area verde circostante coronata di danzatrici candide che, duecentocinquant’anni dopo, restituiscono in un attimo tutto il senso del balletto classico, soave e spesso irreale.
Mentre la città affronta la durezza dei tempi, i suoi teatri ci restituiscono la cultura di un’epoca lontana, contaminata dalla Francia e dall’Italia su tutte, nazioni che ancora oggi insegnano al mondo cosa sia la bellezza. Quasi a non dimenticare tanta immensa cultura, le vie della capitale sono piene di statue di bronzo dei grandi pensatori dell’Occidente di cui Mosca è cosparsa. Tra tutti, Brodskij, rappresentato a testa in su mentre scruta il cielo, a volerne ricordare le sue parole cocenti: «Guarda senza vanità / davanti, dietro / senza orrore, guarda. / Sii retto ed orgoglioso / domato dentro / saldo al tocco»(II:193)
Poi, entro in un monastero a testa bassa, come ci arrivano i ladri, o le prostitute. Compro una candela di cera gialla, la stessa che ho acquistato in un viaggio a Salonicco, e poi a Istanbul – che poi è esattamente lo stesso – tanto tempo fa, desiderando qualcosa che non è avvenuto. Questa volta non c’è da fare sprofondare il cero nella sabbia, davanti all’icona in cui è incastonato il volto sacro. Occorre inserirlo in una fessura dorata, e bloccarlo fermo nell’ottone, affinché serva alle preghiere mie e delle tante altre -sono solo donne- come me.
C’è perfino chi bacia il vetro della teca benedetta, più e più volte, ma io non posso perché le mie labbra sono piene di rossetto e in più, visibilmente, non sembro del luogo. Nonostante io abbia i capelli coperti, essi sono eccessivamente neri per i costumi locali; dove, se presenti così scuri, sono accompagnati dalla pelle diafana delle orientali e dai loro occhi sfuggenti.
Qui di orientale c’è tutto. Il monastero, il cui edificio principale è stato progettato da un italiano, Alevisio Lamberti da Montagnano, il che mi fa sorridere e mi riporta immediatamente a casa. Immagino per un attimo le colline toscane e i suoi paesaggi noti, poi i vini e l’olio, e calcolo i chilometri di distanza che ci separano. Poi continuo le mie preghiere silenziosa, mentre un signore vestito di nero controlla che nessuno faccia una foto allo splendore e alla tristezza delle anime racchiuse in questo posto, unite per un istante.
Tra le icone rappresentate vi è pure San Michele, santo orientale per antonomasia, ma soprattutto protettore di tutto ciò che è importante, qui come in Italia. A lui si ricorre nei casi molto gravi, poiché sconfisse il Diavolo riportandolo al proprio posto, cioè sotto un calzare. Il giorno di San Michele di alcuni anni fa mi sono sposata e oggi mi trovo in un monastero invero molto lontano a pregare.
Una volta uscita dal vestibolo, una signora mi chiede – lo intuisco – se il luogo di culto è aperto, e io le rispondo sì con la testa, unita con lei da un fazzoletto e da una profonda fede nel fatto che le cose cambieranno in meglio, anche grazie a una preghiera. Mentre le sorrido, mi avvio svelta all’uscita, calpestando le pietre di questo bell’atrio progettato nella profonda Toscana; per un attimo, ne riconosco l’italica bellezza e poi, svelta, mi eclisso nella strada affollata togliendomi il foulard.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui