di Sara Di Antonio
— Per sapere quanto buio si ha intorno, bisogna aguzzare la vista sulle luci lontane che pure esistono, scriveva Italo Calvino. Il cubo del liceo classico è sparito per sempre, risucchiato dai ricordi. Oggi mi trovo in un immenso stabile giallo, piuttosto labirintico, di cui spesso è difficile intuire l’entrata ed è sempre molto complicato arrivare all’uscita. È composto soprattutto da angoli, piuttosto aguzzi e spigolosi, interrotto da molti corridoi e fornito di immensi laboratori grigi sparpagliati nello stabile.
Le persone da qui decidono di diventare medici, o ingegneri, oppure di tentare dei test, che spesso superano, nelle professioni sanitarie. Per questo amano indossare un camice. Davanti a me, oggi ve ne sono molti e diversi. Nonostante siano simili, non ve n’è unico identico all’altro. Qualcuno è bianco, un altro giallo, molti sono lunghissimi e sembrano quasi nuovi. Sicuramente quello di mia figlia, che chiaramente non riconosco, sarà uno dei più malfatti.
Eppure questa processione scomposta è una delle poche cose che mi diverte, e mi riporta alla dimensione ludica, invero piuttosto invisibile, dell’istituto in cui mi trovo. Mi immagino per un attimo sentirsi a sedici anni, e non avere chiaro nulla, se non la propria confusione. Avere fame, avere sete improvvisamente, avere voglia di baciare qualcuno e poi l’improvvisa ansia di crescere, sempre. Ricordo anche una sottospecie di dolore, che derivava dalla consapevolezza di non sentirsi allineati al mondo che vi era fuori. Una sorta di paura di impazzire, che però veniva mitigata dal truccarsi, dai rossetti e dai dolci, da qualcosa di docile che ci nutriva.
Quell’impazienza è tutta lì, in venti camici allineati tutti diversi e tutti messi di sgambescio, quasi a volere affermare con violenza che nessuna regola vale, nella vita. Nonostante i baker e i laboratori, c’è davvero pochissimo che si possa sinceramente afferrare, e spero che nell’aula riescano a trasmettere questo alla mia piccola scaltra figlia. Nel misurare la vita, nel contenerla nella sua imprevedibilità, vi è qualcosa di violento e vitale che si sottrae alla nostra mente e al nostro cuore. Lascia senza fiato, e nel cercare queste flebili luci navighiamo senza un orizzonte chiaro, e men che meno lieto.
Sono soltanto dei camici che sfuggono alla regola della perfezione anche se magari rispettano meccanicamente gli atomi di Democrito. Ma sono belli così. Spero che glielo insegnino, e volevo dirvelo.

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