di Sara Di Antonio
Non so quando abbiamo iniziato a pensare che le nostre unghie, da sole, non meritassero attenzione e andassero dipinte e rafforzate. Ma so che è un qualsiasi pomeriggio di fine estate, e il mio smalto nero di plastica lucida si è seccato, ho le mani rotte che racchiudo in un pugno stretto, quasi a volermi proteggere.
La signora cinese che mi accoglie siede come al solito in un piccolo negozietto dai colori chiari, mediamente sporco, senz’altro trasandato e sciatto, ma funzionale. Mi prende la mano e mi pone una serie di domande: poi annuendo, con una fresa polverosa, inizia a togliere lo strato superficiale di smalto, e scuote la testa.
Nel frattempo mi guardo attorno e vedo il solito piccolo cane, verso il quale provo come sempre disgusto e timore, ma che ho il pudore di nascondere trattenendo una smorfia. Poi ispeziono con lo sguardo le tracce di una vita passata dentro il negozio: una scatola di assorbenti, qualche bicchiere vuoto, poi le piccole ciotole di ramen in busta, scaldato e mangiato velocemente tra una pausa e l’altra.
Ci sono piccoli segni di un femminile perfino bambinesco: un pupazzo, una pianta in miniatura, piccoli simboli gentili di una giovinezza che si consuma dentro le mura di un qualsiasi negozio di manicure, tra una cliente e l’altra, spesso sbrigativa e capricciosa, mai grata.
Eppure, sono donne anche loro, mi dico, e sogneranno forse di sposarsi, essere portate a cena fuori, avere dei figli. Guardo il sacco di mangime per cani posato sotto il tavolo e sorrido.Nel mentre, la signora mi guarda, mi interroga, mi impone di non usare più smalti colorati per due settimane. Ride perfino, uscendo dalla sua compostezza solita, vedendo il mio volto preoccupato e deluso. Mi chiede se potrò farcela, io ammutolisco e riguardo per la prima volta da mesi le mie unghie rossastre e gonfie, chiaramente rovinate, inservibili a fare paura ad alcuno, tantomeno a sedurlo. Trattengo un sospiro, sono incerta.
E improvvisamente questo luogo diventa un piccolo rifugio, la certezza limpida che possiamo trovare un nido e curarci quando le cose non vanno lisce. Mi sento perfino protetta da questa signora straniera, a me sconosciuta, che probabilmente conosce meno di cinquanta parole di italiano e non sa il mio nome.
Pazientemente, lei non commenta nulla del negozio della concorrenza dove mi recavo spesso, ma mi riprende la mano e sussurra qualcosa in cinese. Sento che lo dice con rabbia e delusione, un po’ come me che in questa giornata non so dove stare.
Ma il suo sorriso è così dolce e materno e i suoi gesti così cordiali che finalmente dimentico la tristezza, e il cane, e il vetro pieno di ditate a poca distanza da me. Fa un commento sulla mia pelle morbida, e io non posso fare che notare la distanza siderale tra la mia carnagione bruna e scurita dall’estate e le sue braccia bianche di porcellana, in realtà fortissime.
Svelta, con un gesto sicuro, scaccia via le polvere dalle mie mani con un pennello morbido, e magicamente sparisce tutto il brutto di questa giornata. Mi invita a ripassare, per vedere se le unghie guariscono prima. La mia anima è già placata, ed è profondamente grata di questa estranea dolcezza, mentre afferro la pesante porta di vetro e mi ributto su una via Emilia caotica, con fare sicuro.

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