(PdA) — I titoli che la stampa non solo di Destra ha dedicato alla cosiddetta mente che avrebbe ispirato, a disordini già avvenuti, le violenze e i saccheggi di Milano meritano attenzione. Il fatto: un italiano di seconda generazione – un maranza nel gergo classista e razzista in uso di questi tempi, perdippiù con il torto di essere istruito e collaboratore di istituti di analisi geopolitiche – è stato fermato dalla polizia per i suoi commenti e una presunta chiamata alle armi su Telegram.
La notizia andava raccontata. Ma in alcuni giornali, una volta avuto a portata di mano il capro espiatorio perfetto, è scattata la caccia dell’islamico che inneggia alla Palestina. Una corsa in cui ha primeggiato la stampa di destra con titoli sparati che sono andati oltre la notizia, ma sempre a beneficio dei creduloni. Il “pericoloso terrorista”, però, è stato scarcerato per ordine di una giudice che ha smentito una pm. Altro fango sulla magistratura. E il trito e ritrito terzo grado di giudizio prima di parlare di colpevolezza è andato a farsi benedire. La Cassazione vale per la Santanché, per Delmastro, così come valeva per il “beatificato” Berlusconi. Per il capro espiatorio ben costruito dal potere basta l’avvio di un’indagine.
Non va trascurata anche la ferocia dei giudizi di alcuni ospiti, ben selezionati, delle varie trasmissioni televisive che hanno riversato sugli spettatori fiumi di bile e rabbia. Più che giornalismo, avanspettacolo, senza freni nello sparare frasi pesanti come il piombo. Il tutto dà l’idea di come si possa vivere male con se stessi e con la comunità civile. Il microfono del solerte conduttore e dell’ospite complice diventa un manganello.
Soffermiamoci, a questo punto, sulla carta stampata, dove i direttori e i redattori-capo hanno tempo a disposizione per riflettere su come titolare la notizia del giorno. Invece, vengono fuori dei veri e propri “capolavori” di comunicazione che – abbinati alla necessità di emozionare e scuotere i lettori (in verità sempre più pochi) – toccano vette altissime di ferocia e cinismo. Il problema non sta solo nella verve di questi “personaggi” schierati con il potere e i soldi, non risiede nell’assoluta ed evidente mancanza di freni e rispetto della deontologia professionale, sta anche nel silenzio dell’Ordine dei Giornalisti, cui è demandato il compito di far rispettare le norme di comportamento che disciplinano l’esercizio di una professione tra le più delicate.
Beninteso, l’Ordine non deve adottare provvedimenti contro una tale deriva, ma una critica, un richiamo all’aderenza dei fatti, alla sobrietà, insomma un distinguo, ce lo saremmo aspettati. Dinanzi a una tale regressione e alla “distrazione” del controllore, ci assale la certezza di trovarci all’inizio di spietate campagne di stampa sempre all’insegna del peggio. Ci accompagneranno fino alle elezioni politiche del 2027. Il fiume di bile e cinismo rischia di straripare, arginarlo sarà sempre più difficile. Prepariamoci.






