AL PUB con le mie figlie non ho più trovato le tracce di me ragazza

di Sara Di Antonio
— Hanno la giacca identica, anche se di diverso colore. Tutto ciò che le accomuna è questo, oltre al disprezzo del latino e della storia, materie da me preferite. Finalmente, dopo mesi di strano vagheggiare, la Sfinge è tornata a essere tale, e sbatte le ciglia nervosamente mentre ascolta sua sorella, la Gazza ladra, che lancia la sua invettiva contro gli oggetti del suo fastidio: essere umani, istituzioni, partiti politici, in vivace alternanza.
Anche questo è indice del fatto che tutto procede al meglio, e la vis polemica rappresenta ciò che per altri sono le gote rosse: un sintomo di buona salute. Perfino gli occhi verdi della Sfinge sono meno fangosi, e vi si può perfino leggere un barlume di sincerità e di meno calcolato tempismo nel dare le risposte -sempre quelle giuste, sempre al momento giusto. Ma ci troviamo pur sempre in uno dei pub più piccoli e immutabili di piazza della Legna, in città, sede di ricordi -i miei – e di pensieri più o meno profondi.
Mentre le loro giacche si sfiorano, le ragazze iniziano a riprendere in mano i telefoni distratte, e io cerco di ricordare un fotogramma di quando erano piccole, e sorridendo ne trovo diversi. Decisa ad andare a fondo, cerco la me stessa della loro età, oppure un po’ più grande, ma giovane; e davvero scruto sopra e sotto le panche di legno, tra i vecchi biglietti di vecchi concerti appesi al muro, dentro il profumo dell’adorata Guinness o una stout simile che ho iniziato a bere alla loro età.
Ma di questa ragazza lontana non vi è traccia, e neppure dare un’occhiata alla lavagna di legno mi aiuta a ricordare alcunché. Cerco perfino nella loro ritirata se ricordo qualcosa di certi sogni – eppure nulla riporta a quella sensazione, mentre loro chiacchierano fitto. Deve essere passato troppo tempo, di certo. Due chiacchiere alla cassa, ma è il tempo di andare.
Poi fuori c’è un freddo bestiale, loro continuano a parlare ignorandomi mentre provvedo a pagare il conto.
Si incamminano svelte non curandosi di me, contente del loro vociare, come quando erano bambine, ma questa volta altissime e pressoché identiche da dietro; e dopo un’ultima occhiata al locale, non avendo trovato alcuna traccia della me del passato, mi dirigo verso l’uscita, appena un po’ più sola e incerta di prima, allungando il passo.

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