P@esia, spazio che intende dare voce alla poesia dei paesi, più in generale dei luoghi, quelli fisici e quelli dell’anima,  ha pubblicato un’intervista ad Alessandro Bergonzoni, comico, cabarettista, drammaturgo, scrittore e umorista.  In questo colloquio a tutto campo ci ricorda che: “il peggio è passato, ci saluta e ci dice che, se abbiamo bisogno, lui c’è sempre”.  Bolognese, dopo aver frequentato l’Accademia Antoniana e dopo essersi laureato in giurisprudenza, comincia la sua collaborazione artistica con Claudio Calabrò. Già dai suoi primi lavori teatrali, Bergonzoni sviluppa i temi comici che lo caratterizzeranno nella sua figura di artista: l’assurdo comico, il rifiuto del reale come riferimento artistico e la capacità di “giocare” col linguaggio per creare situazioni surreali paradossali. Il suo debutto avviene a soli 24 anni con lo spettacolo teatrale Scemeggiata (1982). Cortesia di P@esia

 

di Emilio Varricchio

Alessandro, sembra che le parole abbiano scelto di affidarsi a te perché ti riconoscono la capacità di evidenziare magistralmente quanto i fatti possano prendersi gioco delle parole stesse, del loro senso etico più profondo. È così?

Dico sempre che le parole giocano con noi e che non siamo noi a giocare con loro. Le parole ci stanno chiedendo: “Ma ci capite o no? Ci vedete? Ci sentite?”. Le parole sono i mattoni, non la casa. Il tema è che tipo di casa costruisci con i mattoni. La gente deve fare un po’ di esercizio, non la chiamo fatica: deve fare un certo movimento, una danza attorno a questi mattoni per capire cosa c’è dentro la casa e se questa operazione può far scattare davvero un cambio dimensionale.
 

“Io sono per la chirurgia etica: bisogna rifarsi il senno”. Questa tua esortazione pone l’accento sull’urgenza di ricostruire il buon senso e ritrovare una coscienza collettiva?

BS: buon senso. CC: coscienza collettiva. Altro che IA, intelligenza artificiale!

Io credo che sia necessario praticare una speleologia verso l’alto, verso l’altro. È una questione trascendentale, di scienza ma, soprattutto, di coscienza. È una questione di poetica, non solo di etica. Non esiste l’etica se non c’è la poetica. Vallo a dire nei talk show, vallo a dire a una classe politica di ultima degenerazione. Il complesso lavoro da fare è spirituale, antropologico, artistico e poetico; si dice che siano tutte parole che non trovano presenza negli esigui vocabolari dei giovani o dei politici; ma a me più che il vocabolario interessa l’evocabolario, cioè tutto quello che la parola evoca, muove, sposta e che fa ballare. Deve essere anche una questione piacevole, non deve trattarsi solo di sacrificio, di dolore e di sofferenza quando si parla di speleologia verso l’alto, di recupero spirituale o di arte. Anzi, è qualche cosa di erotico, di molto sensuale: appartiene a tutti noi e ci mette di fronte a una specie di gioietà.
 

I nostri tempi sembrano caratterizzarsi per l’incapacità di abitare la tenerezza e l’attenzione per gli altri. È sempre stato così oppure la gobba dell’indifferenza si è accentuata?

Quello della tenerezza è un tema che mi sta molto a cuore e ne ho parlato in diverse occasioni. Anche Papa Francesco, durante il suo pontificato, ha chiamato a raccolta le persone su questo argomento. Certo è che la tenerezza chiedeva da secoli di essere compresa. Ecco che torna l’urgenza delle parole di essere capite. La tenerezza preesisteva ma nessuno l’aveva evocata. Io stesso mi sento un evocato, non solo un laureato in legge o un artista.

Anche la gentilezza, di cui tutti fanno un gran parlare, è ormai diventata una moda. Il tema è che noi ci siamo arrivati per disperazione; quello che ci manca è arrivarci per rivelazione.

Noi ora parliamo di pace perché abbiamo la guerra alle porte, perché la vediamo e la sentiamo, perché ci obnubila, perché ci toglie soldi, perché ci toglie vita e ci mette paura. Non abbiamo mai avuto la rivelazione della pace in quanto tale. Lo stesso discorso vale, appunto, per la tenerezza e la gentilezza, che sono in contrasto con tutta la violenza a cui assistiamo.

Stiamo molto attenti: rivelazione o disperazione?  Io alle volte parlo anche di disperanza – senza temere di essere tacciato di parolismo – ma il tema è andare a cercare il precostituito, il preesistente. Per questo dico che sono un autorizzato e non un autore e che sono uno scritturato e non uno scrittore. Tutta la mia scrittura preesiste. Io, come tutti gli artisti e i letterati, ho la fortuna di avere delle antenne infinite e sempre in connessione: quindi ricevo, divertendomi come un folle, o due folli, o come una folla, e poi concedo, do, regalo, passo. Non sono il proprietario dei concetti che espongo. Parliamo sempre di concerti ma, invece, bisogna parlare di concetti. Io ho cercato di fare delle serate per parlare di concetti: “Buonasera, siamo qui e stasera assisterete a un concetto”. Ma la gente ne ha paura, la gente ha paura della profondità o meglio ha paura della ricerca della profondità. Io dico che nel profondo ci si può buttare, non si batte la testa. È nel superficiale che si può battere la testa. 

Ci ricordi che “il peggio è passato, ci saluta e ci dice che, se abbiamo bisogno, lui c’è sempre”. Potranno mai i popoli imparare dalla storia e impedire al peggio di rifarsi vivo?

Il peggio ci dice che, quando vogliamo, lui torna. Dipende da noi. Ma non è solo questione di libero arbitrio; qui si ritorna alla parola coscienza. Il lavoro è quello di fare un’analisi personale e una formazione. Oggi si parla di formazione del personale. Ecco, il termine “personale” deve far pensare a ciò che abbiamo interiormente: come siamo messi dentro? Questa è la cosa da capire.

“Popoli con cui stare, non popoli da conquistare”. Questa è una frase che le parole hanno chiesto a me di tradurre. L’uomo intende il potere come comando, controllo. Invece, il potere è energia, frequenza, luce. Il termine potere deve far pensare a quello che possiamo fare. Questo è il lavoro che il cittadino dovrebbe riuscire a realizzare; ovviamente, per motivi di profitto, gli è stata resa complicata la vita da un punto di vista economico e di sostentamento. Per questo il cittadino si trincera, ha paura, vive nel proprio e prova a farcela. Tutto il resto diventa difficile, se non per alcuni privilegiati con la “p” minuscola – tra cui mi metto anche io – come gli artisti, i poeti, gli scrittori, i letterati, gli uomini di spettacolo, che possono permettersi di fare questo. Ma solo l’alibi di essere un privilegiato non mi deve dare la capacità, la voglia e l’entusiasmo di raccontare altro? Solo perché le cose non ci capitano direttamente non possiamo parlare di alcuni temi, affrontarli e prendere posizione? Ne parleremo solo quando ci riguarderanno in prima persona? Penso che dobbiamo fare una pace che ci porti a sentire l’impegno, anche per le cose che riguardano gli altri.

Non dobbiamo vivere questo concetto come un percorso gravoso: dobbiamo fare una pace che chiede di sbellicarsi, cioè smettere di fare la guerra e ridere a crepapelle. Ridere a crepapelle anche per motivi di gioia, di bellezza. Io non voglio smettere la comicità. Anche nelle opere, nelle mostre che faccio, nelle performances e nelle installazioni, ho sempre il desiderio di stare su questo filo, senza rete, per poter far sì che la gente venga depistata. Penso a uno scarrocciamento, o meglio a uno sbinariamento da queste due parallele – i binari, appunto – che non si incontrano mai; invece, secondo me, è l’incontro ad essere centrale.

Non voglio sottolineare temi comuni all’ambito della Chiesa ma la questione non è il suo potere temporale; mi interessa molto invece il ritorno al suo potere spirituale, a quello antropologico e finanche poetico. Non possiamo soltanto parlare di Francesco e di S. Agostino, dobbiamo diventare loro, dobbiamo abitarli. Mancano queste immedesimazioni. Bisogna immedesimarsi, io divento te e tu diventi me. Dobbiamo avvenire, non essere avvenenti. Dobbiamo far succedere, non aver successo. Dobbiamo fare un grande lavoro, dobbiamo capolavorare. Esiste un’imputazione che non dovremmo mai ricevere, che è quella del “non è roba mia”.
 

Fai riferimento alla necessità di “insognare” ai bambini. È possibile farlo nonostante il nostro “escempio”?

Insognare significa rendere si informazione, istruzione, educazione, però sempre con una chiave onirica che dia accesso alla surrealtà, alla dimensione del gioco e dell’impossibile. È da qui che nasce la creatività.

Quando vado nelle scuole il lavoro che cerco di fare con gli studenti è quello di portarli altrove. Nel mio spettacolo parlo di crealtà, cioè della possibilità di creare un’altra realtà, che non significa fuggire, fare l’eremita, mettersi nel proprio studio, scrivere, dipingere e, come dire, il resto del mondo rimanga fuori. È il contrario: esiste già una realtà a cui si aggiunge un’altra realtà.

L’escempio a cui fai riferimento è il vecchio esempio quotidiano che noi vediamo. Ma perché chiediamo ai ragazzi col coltello di andarsene in galera? Dobbiamo credere che c’è prima un lavoro da fare sull’anti-emulazione, cioè fargli vedere meno uomini potenti al mondo che fanno di tutto uno scempio e metterli davanti ad altri esempi. E poi entra in gioco l’elaborazione del concetto di bene: bisogna fare una rivalutazione, una ristrutturazione, una rievoluzione. Ecco, dobbiamo scendere in piazza e fare la rievoluzione, non a tirare mattoni contro le vetrine e spaccare tutto. La rievoluzione parte dalla piazza interiore.

Quindi, è inevitabile che non si possa mettere in galera un quattordicenne e pensare che sia la soluzione. Vanno tradotti in azione dei moventi che l’essere umano dovrebbe già avere: i soldi vanno spesi non nelle armi ma per rieducare, per trovare pene alternative. Quando mi dicono che bisogna buttare la chiave, io sono d’accordo, ma assieme alla chiave bisogna buttare anche la porta, i cancelli e le mura. C’è un libro di Luigi Manconi, Abolire il carcere, che racconta già da anni – dal punto di vista amministrativo, economico, antropologico, politico e scientifico – i risultati positivi che si otterrebbero ad avere altre alternative situazioni, con un conseguente risparmio per i cittadini e maggiore sicurezza. Ma nel libro c’è anche una frase finale che dice: «Non crediate che le persone della “mia parte” o altri abbiano intenzione né di leggere né di capire questo libro». Il senso è che manca la volontà politica, che è tristemente legata all’etica e non alla poetica.

Il problema è che non ci sono anime: si potrebbe pensare a fare un nuovo partito ma il tema è che non ci sono nuove anime, neanche anime vecchie; se va bene ci sono degli uomini, forse delle persone, probabilmente nemmeno degli esseri. E lavorano per il loro quinquennato, per i loro voti. È arrivato il momento di rimetterci, dobbiamo rimetterci in cammino, rimetterci la testa sul collo, rimetterci l’amore addosso e rimetterci qualcosa; dobbiamo tutti perdere qualcosa se vogliamo investire su un concetto profondo e alto.

Siamo arrivati a un livello di sopportazione che non avrei mai immaginato. Solo a pensare ad alcuni video generati con l’intelligenza artificiale o a certe tirate di un capo americano o di un onorevole italiano, credo che tre anni fa non le avrei digerite queste cose. Abbiamo messo su uno stomaco di ferro, siamo diventati degli ingurgitanti che mandano giù delle cose assurde e impressionanti. 

Parliamo di luoghi, della tua città: nascere e vivere a Bologna quali opportunità ti ha dato che magari non avresti potuto trovare altrove?

Sono nato a Bologna ma la mia città è Lecce, la mia città è Napoli, la mia città è la Sicilia, è la Sardegna di dentro; la mia città è il Sud. Io sotto Roma comincio, da un punto di vista di parallelo, a vivere in maniera mia. Non so se in questi luoghi ci sono già stato in altre vite, probabilmente sì. Bologna è per me un luogo di nascita, è una città dove si vive anche bene, dove non mi posso lamentare di nulla. È un luogo dove le cose sono cambiate tanto, sia per gli universitari che per chi ha poche possibilità economiche. È una città abbastanza cara ed esageratamente turistica. Ma parallelamente e contemporaneamente esistono e riescono ad emergere luoghi culturali, di cinema, di arte, di spettacolo, di lettura. Mi legano a questa città anche legami familiari: da sei mesi è nata mia nipote Aria ed essendo diventato nonno ho capito che dove sta lei vado io.

Credo che le opportunità che mi ha dato Bologna le avrei avute anche se fossi nato in altre città. Non mi si accusi di irriconoscenza. Io ho iniziato qua a Bologna il mio lavoro, la mia arte. Ho avuto dei privilegi, soprattutto quello di incontrare il mio primo regista, Claudio Calabrò, colui che mi ha scoperto. Ci sono stati degli incroci e delle coincidenze che mi hanno mosso. Ma poi Roma e Milano hanno mosso altre cose. Devo confessare di non avere questo radicamento che possono avere altri colleghi bolognesi che vivono per la piazza, per le due torri, per San Luca. No, questo radicamento non ce l’ho. Non ho questo richiamo e una radice profonda nella mia città.
 

Secondo te, cosa ha ricevuto in dono Bologna da quei tratti di virtuosa contaminazione culturale che la distinguono?

Bologna sa accogliere. È una città dove il volontariato è una dominante fortissima e importantissima. Il tema dell’attenzione al sociale, all’incontro e all’impegno è molto sentito. Certo è che Bologna deve molto anche a chi l’ha contaminata. Per questo io non sento radici ma sento rami. Bologna per me deve diventare un ramo, muoversi verso l’alto, dare frutti, spostarsi, piegarsi, fare fiori. Per noi la parola gettare vuol dire buttare via. Invece quando un fiore getta vuol dire che sboccia.
 

È consuetudine di Paesìa concludere le interviste con queste due domande: quali sono i tuoi luoghi del cuore? E quelli dell’anima?

Un mio luogo del cuore è quella linea di non fine tra cielo e mare; un altro luogo del cuore lo vivo impugnando una matita, o una penna, e atterrando sul foglio. Un mio luogo dell’anima è il momento in cui un figlio diventa un padre, o quello in cui un padre diventa padre e anche quello in cui un padre diventa madre. Un secondo luogo dell’anima a cui penso sono gli altri, quando si riesce ad abitarli. I miei luoghi dell’anima non sono materiali, sono luoghi a procedere

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