domenica 11 Ottobre 2026

C'è una crepa in ogni cosa. E' da li' che entra la luce (Leonard Cohen)

LIBRO ESTE’ (Bozza)

IL DIRITTO DIVINO ALLA VITTORIA

 Gattuso, dopo la sonora sconfitta dell’Italia prima con la Norvegia – che ci ha spedito ai playoff per l’accesso ai Mondiali – poi con la Bosnia che ce l’ha impedito ai rigori –  si è dimesso da Ct non senza aver chiesto scusa, in lacrime, ai tifosi per la figuraccia. Perché mai, bisogna chiedersi, il responsabile di una squadra di calcio dovrebbe chiederle? perché mai inchinarsi ai voleri di coloro che pretendono, altrimenti si arrabbiano, di vincere sempre, finanche a biliardino, per il semplice fatto che “noi siamo l’Italia” quasi fossimo destinatari di un diritto divino alla vittoria?  La legge dello sport si può riassumere in una considerazione semplice, banale ma semplice: in qualsiasi competizione c’è sempre chi vince e un perdente. In genere chi prevale è più forte, più preparato, più in forma, più intelligente, più qualcosa… In Bosnia abbiamo meritato di perdere. Il lutto nazionale che ne è derivato, che fa il pari con l’ironia dei media internazionali, è il termometro di un Paese di sportivi da bar che nel calcio, non appena si entra a dover fare i conti con la sconfitta, proietta frustrazione, aspirazione all’imbattibilità e tanta vanagloria da atleti da divano. 

Anche la stampa e la Tv non sono da meno. Non sono esenti dal malvezzo di non riconoscere il valore dell’avversario. Cosa purtroppo assai rara nei nostri stadi e nei circoli sportivi di tutta Italia, perfino nelle redazioni di giornali e tv. Un tempo si chiamava sportività. Dalle nostre parti, invece, non si fa altro che dover ascoltare e sopportare esortazioni e commenti gridati ai microfoni in mondovisione del tipo “tirare fuori gli attributi” o “giocare con cattiveria” o l’eterno “calo di concentrazione”. Frasi che nascondono altro: una certa dose di cattiveria – che potrebbe essere interpretata come un dover “spezzare le gambe all’avversario”, e lo si sente spesso anche dai genitori nei tornei dei pulcini. Nella realtà del calcio vissuto e sofferto all’italiana maniera, sono concetti che servono solo a mascherare la mancanza della materia prima: il talento.

 IL RISCHIO MANIPOLAZIONE

Viviamo in un mondo costruito a uso e consumo di poteri che hanno gettato, e non da oggi, la maschera dietro la quale hanno nascosto la vera concezione di un diritto riservato invece a tutti: la libertà di stampa e di essere informati. Poteri decisi a imporre un solo modo di concepire la società, l’economia, la politica: il loro. Sistema fatto di parole garbate – non devono urtare o danneggiare i padroni del vapore – e di notizie occultate a tutto vantaggio di chi vuole nascondere ciò che di giusto viene rivendicato dalla società. La guerra ne è stata la cartina al tornasole così come lo sono state le sconvolgenti tragedie di Gaza (l’eccidio commesso da Hamas, il genocidio perpetrato da Israele).

La stampa italiana non da oggi è sotto attacco grazie all’azione di alcuni direttori di influenti giornali, piazzati nei posti di comando da imprenditori che tutto hanno a cuore meno la libertà di informare. L’avvento di Trump ha liberato del tutto ciò che sonnecchiava nei recessi delle nostre società cosiddette avanzate: i mostri dell’autoritarismo e, ammettiamolo, della volgarità di linguaggio e di comportamento. E il nostro Paese non ne è estraneo. Più che informazione onesta e credibile siamo di fronte a tentativi, a volte raffinati a volte palesi, di manipolazione. L’informazione economica in queste settimane ne è l’esempio più lampante con un epilogo clamoroso.

Va ricordata la vicenda del Sole 24 Ore, non di certo un club di agitatori comunisti, lo spartiacque tra l’onesta e obiettiva ricerca dei fatti, come dovrebbe sempre essere anche a costo di errori mai in malafede, e la notizia addomesticata. La premier che si sceglie da chi essere intervistata (Vespa in Tv, Maria Latella sulla carta stampata) è ormai un fenomeno da ascrivere all’involuzione che si registra nei luoghi dove l’informazione nasce. Non disturbare il potere, in qualsiasi maniera si manifesti. E’ il nuovo comandamento che una stampa di regime  sta imponendo ovunque, forte del potere, dei capitali, delle collusioni con la politica e di clamorosi conflitti di interesse mai arginati. L’architettura dell’informazione nell’era melonian-trampiana è ben nota. Esistono per fortuna sacche di resistenza e di dignitosa salvaguardia della libertà di stampa aggrappata a un articolo della nostra Costituzione, il 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Siamo davvero sicuri che quel che oggi sta avvenendo rispecchi questa grande e insostituibile libertà che ci è stata data ottant’anni fa? (ottobre 2025)

TROPPI BOCCIATI

Una notizia preoccupante arriva dal mondo dell’informazione, senza che giornali,  tv o siti (escluso Professione Reporter) le abbiano dato rilievo. Eppure bisogna parlarne. Riguarda noi e la nostra professione. Il cane non mangia cane ancora una volta si rivela abile sotterfugio per evitare di affrontare un problema di estrema gravità, che investe non soltanto il mondo dei giornali e dei media, ma la nostra società ormai in evidente declino nella sua declinazione più importante: l’istruzione o, più terra terra, la preparazione a una professione fondamentale. Lo spessore culturale di chi aspira a essere protagonista nell’informazione si assottiglia sempre più. 

 La notizia in questione è che mai come quest’anno si sono avuti tanti candidati bocciati all’esame per l’idoneità di giornalista professionista. E’ un esame di Stato, in passato molto duro, l’incubo di tanti giovani praticanti. Per avere un’idea, una bocciatura equivale a rifare le prove. Sotto la gogna della bocciatura sono passati molti affermati giornalisti, molto spesso per errori di distrazione, così veniali che al secondo tentativo sono andati avanti alla grande. Oggi però la questione assume una veste più drammatica, più politica, poiché investe una delle strutture portanti dello Stato moderno: l’istruzione. Nel nostro caso l’università. Fino a qualche anno fa per poter accedere all’esame bisognava aver lavorato come praticante, poco meno di due anni, in una redazione. Oggi è sufficiente frequentare un corso universitario in una facoltà riconosciuta dall’Ordine per avere la chance di affrontare la commissione esaminatrice, composta da alti magistrati e giornalisti. Qui la novità, qui il problema. La riforma richiede, a detta di molti, un’altra riforma. E’ questo che chiedono i più avvertiti e preparati dirigenti dell’Ordine. Nell’ultima sessione dell’esame i  bocciati sono stati più della metà dei candidati, in gran parte provenienti dai corsi nelle università che mettono a nudo una realtà sconfortante, a tratti drammatica: un’ignoranza disarmante come ebbe a dire qualche mese fa Saverio Cicala, giornalista di lungo corso e di talento. Che cosa ha denunciato con chiarezza cristallina Cicala? “Che la preparazione culturale dei giovani è scesa a livelli a dir poco mediocri, come confermano il lessico spesso usato nelle prove scritte e l’ignoranza disarmante dimostrata dai più, in particolare della storia politica e sociale, anche recente, del nostro Paese, per non parlare degli eventi che si sono succeduti nel mondo che ci circonda”. “Fenomeno molto preoccupante – ha precisato – che non riguarda solo i giovani che tentano di affacciarsi alla professione giornalistica, ma che investe molti altri settori della nostra società, dalla magistratura all’avvocatura, settori nei quali i pubblici concorsi e gli esami di abilitazione confermano le difficoltà che incontra la scuola italiana nello svolgere il suo ruolo educativo”. Il problema dei problemi è che c’è un’enorme differenza tra un corso nelle Scuole universitarie e il praticantato in una redazione. In una redazione la stesura di un articolo era ed è sempre una prova del fuoco: c’era il caposervizio che lo leggeva e spesso storceva il muso. Stessa cosa faceva il caporedattore e, se l’argomento era di quelli delicati, il pezzo finiva sulla scrivania del Direttore. Quanti fogli sono finiti accartocciati nei cestini… con il perentorio invito: “Riscrivilo”. E addio serata con gli amici o con la fidanzata. La differenza è notevole. In una redazione il confronto è continuo e a vari livelli, con più esami. Si è soli, con l’articolo in mano e con il timore che finisca cestinato. Non è finita. Se c’è l’ok bisogna attendere l’ultimo giudizio, quello del lettore. Se si scrive un’inesattezza o una sciocchezza, squilla il telefono e son dolori. E la Direzione, in genere, non fa sconti. Quasi due anni di queste quotidiane torture fanno crescere e impongono di aggiornarti, di leggere, sempre, di scambiare esperienze con i colleghi. Insomma, si cresce. A quanto sembra, viste le bocciature all’ultimo esame di idoneità (occorre precisare però che presenta non poche difficoltà), la preparazione dei candidati, pur impegnati in lezioni di teoria e pratica di giornalismo scritto, televisivo, radiofonico e online, non appare incoraggiante. E se si parla di “ignoranza disarmante” qualcosa si deve pur fare.

NOSTALGIA DI CERTI DIRETTORI

A proposito dell’esortazione “Cronisti, scavate nei ministeri, negli ospedali, nello sport. Per salvare i giornali”, bisogna andare indietro nel tempo. I giornali sono alle prese con una crisi acuta, mitigata solo in parte dallo sviluppo del digitale. Non è, comunque la si guardi, una disgrazia piovuta dal cielo. Il declino ha cause molto terrene, come ci dimostra Professione Reporter, ospitando interventi di colleghi che, con lucidità e onestà intellettuale, descrivono il vero stato dell’informazione. La crisi della carta stampata chiama in causa i giornalisti per alcune verità che stentavano a venire a galla perché coperte dal fragore della cronaca, tra cui la mancanza del coraggio di scavare, di perlustrare territori oggi abbandonati ma che custodiscono molti fatti e notizie interessanti, meritevoli di andare in prima pagina. Predomina il conformismo di una stampa normalizzata (è sufficiente seguire la rassegna televisiva dei titoli dei giornali), sempre uguale, piatta, con un preoccupante sospetto sulla deriva professionale: molti giornalisti sono stati intimiditi, piegati al potere politico e a quello economico. Quest’ultimo ha sì la forza per mandare avanti le imprese editoriali, ma non la competenza e l’interesse a gestirle pensando soprattutto ai lettori. Il caso Gedi è illuminante: tanta spocchia e poca resa. Guardare sempre dall’alto il mondo sottostante fa apparire i lettori come formiche. Se guardiamo alle nostre spalle, al nostro passato umano e professionale ci accorgiamo, inoltre, che oggi sono una rarità i Direttori con la schiena dritta. Sono le mosche bianche del giornalismo del terzo millennio che, a ben guardare, potrebbero essere invece determinanti per farci superare la crisi.
 

SOLI, TRISTI, ANSIOSI

 

Secondo la XVI edizione dell’Atlante dell’Infanzia a rischio di Save the Children, oltre il 92% degli adolescenti italiani utilizza strumenti di Intelligenza Artificiale, con percentuali molto superiori rispetto agli adulti. Quasi la metà dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni si è rivolta a chatbot come ChatGPT nei momenti di tristezza, solitudine o ansia, e una quota simile li ha consultati per prendere decisioni importanti su relazioni, scuola e lavoro. L’indagine evidenzia il ruolo crescente dell’IA come supporto emotivo e informativo, ma anche i rischi di isolamento, cyberbullismo e divari di benessere psicologico, soprattutto tra le ragazze. Un indicatore anche dell’assenza affettiva ed educativa della famiglia. Secondo l’Atlante il 41,8% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha chiesto aiuto a strumenti di Intelligenza Artificiale nei momenti di tristezza, solitudine o ansia. Una percentuale simile, il 42%, li ha consultati per prendere decisioni importanti su relazioni, scuola e lavoro. Il 92,5% degli adolescenti utilizza l’IA, contro il 46,7% degli adulti, e quasi uno su tre la usa ogni giorno. 

Adolescenza onlife: tra consapevolezza e isolamento

La vita dei nativi digitali si svolge in una dimensione “onlife”, senza confini tra reale e virtuale. Gli adolescenti cercano spazi di condivisione ma rischiano isolamento e iperconnessione. Il 38% ammette di guardare spesso il cellulare anche in presenza di amici o familiari, mentre il 27% si sente nervoso se non lo ha con sé.

Benessere psicologico e divari di genere

Il 60% degli adolescenti dichiara di essere soddisfatto di sé, ma con forti differenze tra ragazzi (71%) e ragazze (50%). Solo una su tre mostra un buon equilibrio psicologico, contro due ragazzi su tre. Meno della metà complessiva afferma di stare bene psicologicamente, con un divario di oltre 30 punti percentuali rispetto ad altri Paesi europei.

Cyberbullismo e relazioni digitali

Il 47,1% dei giovani tra i 15 e i 19 anni è stato vittima di cyberbullismo, un dato in crescita rispetto al 2018. Il 30% ha fatto ghosting, interrompendo improvvisamente i rapporti online, mentre il 37% frequenta siti pornografici, con una netta prevalenza tra i ragazzi. Nonostante ciò, gli amici restano un punto fermo: oltre 8 adolescenti su 10 sono soddisfatti delle proprie relazioni amicali.

Cultura e tempo libero: Italia indietro rispetto all’Europa

Un adolescente su due non ha visitato musei o mostre nel 2024, il 21% non è mai andato al cinema e il 46% non legge libri al di fuori di quelli scolastici. Il 18% non pratica alcuna attività fisica, con percentuali più alte nel Mezzogiorno. Solo il 47,6% dei giovani tra i 15 e i 24 anni ha fatto una vacanza di almeno una notte, contro l’81% dei coetanei spagnoli e il 90% degli olandesi.

Demografia e famiglie a rischio

Gli adolescenti italiani sono poco più di 4 milioni, appena il 6,8% della popolazione. Sempre più spesso figli unici e in famiglie monogenitoriali, vivono in nuclei fragili e a rischio di povertà. Nel 2024, oltre un quarto dei ragazzi tra 11 e 15 anni era a rischio povertà o esclusione sociale, con punte del 41,9% nel Mezzogiorno.

Scuola e divari educativi

La scuola resta centrale ma evidenzia forti disuguaglianze. Il tasso di dispersione implicita alla fine delle superiori è dell’8,7%, con punte del 17,6% in Campania. Gli early school leavers, cioè i giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno abbandonato la scuola, sono il 9,8%, in calo rispetto al 2020 ma ancora elevati. Gli studenti stranieri hanno tassi di abbandono più alti e una scarsa rappresentanza nei licei.

Un’urgenza educativa e sociale

L’Atlante di Save the Children evidenzia come l’Intelligenza Artificiale sia ormai parte integrante della quotidianità degli adolescenti, svolgendo in alcuni casi un ruolo di conforto emotivo. L’organizzazione richiama l’urgenza di rafforzare i servizi di salute mentale, ridurre i divari educativi e creare spazi di protagonismo per i giovani, affinché possano crescere con opportunità reali e non solo digitali.

6) FAVORISCA IL DOCUMENTO (14 novembre 2025)

Stazione di Ferrara e il piazzale esterno affollatissimi di studenti e pendolari assonnati. Tre agenti di polizia, cortesi e professionali, chiedono a tappeto i documenti. Anche a una educatissima coppia di adolescenti che stavano parlando del loro futuro di studenti. Controlli su un palmare, tutto ok e documenti riconsegnati. La legge e’ stata rispettata, per carita’.
Una domanda, pero’, sorge spontanea: a che servono questi controlli su ragazzi che dovevano raggiungere la scuola? A garantire la sicurezza? Oppure a intensificare il controllo della popolazione fino all’ossessione? E se qualcuno non portava con se’ il documento? Finiva in questura e poi multato? E quel controllo rapido sul palmare serviva forse a verificare se sui controllati (ragazzini…) pendevano per caso mandati di cattura? E il dato del documento inserito nel palmare che fine fa? La sensazione e’ che con i continui giri di vite sui controlli arriveremo tra non molto al potere orwelliano del Grande Fratello.
 

7) NON SE NE PUO’ PIU’ DI RIFORMISMO

 
Un’altra intervista di Prodi. Sul Corsera farfuglia che il “il modello non e’
Mandani” e che ” servono leader credibili”. Qualcuno deve dire all’ex democristiano che in qualche passaggio dell’intervista sarebbero stati graditi anche accenni ai veri problemi dei cittadini. Sono i problemi molto sentiti che hanno attirato i giovani di New York, San Francisco… e che hanno fatto vincere quei modelli che possono contrastare e battere la Destra tracimante, ma che non piacciono all’ulivista bolognese soprattutto quando un Mamdani qualsiasi ha il coraggio di proporre piu’ tasse per i miliardari della Grande Mela.
Con questo stucchevole riformismo, invece, non si va da nessuna parte anche perche’ pochi sanno che in definitiva e’ la ritinteggiatura di edifici fatiscenti. L’ Italia non ha bisogno di Riforme ma di cambiamenti profondi indicati con linguaggio chiaro e finalmente comprensibile.
 
8) Il cantante “iconico” (sic)

La data che i fanatici della cosiddetta musica di Satana tanto assordante quanto banale e oscena dovranno annnotare sull’agenda è quella dell’11 luglio 2026. Quel giorno Marylin Manson si esibirà in Piazza Ariostea a Ferrara per il Summer Festival. La data fa parte del nuovo tour che Manson, pseudonimo del 56enne Brian Hugh Warner, farà in Europa dal titolo ‘Un assassinio sotto Dio”.

Il Ferrara Summer Festival, emanazione del Comune a guida centrodestra, ha scelto di nuovo piazza Ariostea per ospitare i concerti estivi, disinteressandosi del tutto degli innumerevoli disagi che la chiusura della piazza comporterà  ai residenti, sia come mobilità, sia come inquinamento acustico. L’annuncio è stato fatto con enfasi e squilli di tromba: il nome di punta per la prossima edizione del Festival sarà Marylin Manson, definito con disarmante superficialità da certa stampa “iconico e provocatorio artista statunitense, simbolo del rock industrial e tra le figure più controverse della scena mondiale dell’heavy metal”. Più che controverso e iconico, a molti appare più come artista volgare, sboccato, conformista e senza alcuna venatura poetica. Un fenomeno che ha diviso e divide non poco l’opinione pubblica mondiale anche se può vantare decine di milioni di dischi venduti e un esercito di fan entusiasti.

Manson viene descritto come “satanista americano” negli ambienti cattolici e laici. Interessante è ciò che in passato ha scritto Roma Sette, settimanale diocesano della Chiesa di Roma diretto da Angelo Zema, dorso del quotidiano della Cei, Avvenire – che lo ha definito “sacerdote della Chiesa di Satana” presentandolo in questo modo: “È ormai un dato di fatto che il satanismo, per propagare i propri insegnamenti, utilizzi diversi metodi, tra i quali la diffusione di un certo tipo di musica. In alcuni casi il genere heavy metal è un veicolo utilizzato addirittura per adescare e coinvolgere i ragazzi all’interno di gruppi più o meno organizzati (con l’ausilio di internet) che, inneggiando al demonio, oltraggiando la religione cristiana ed esaltando tutta una serie di valori negativi, inducono la persona a compiere e a desiderare il male per sé e per gli altri”.

Un testo tra i tanti che esprime in pieno la personalità e la vocazione satanista, violenta e oscena di Manson e del suo gruppo musicale è, ad esempio, la canzone “Torta e sodomia” dove tra l’altro figura un passaggio inquietante: “… chi ha detto che violentare alla prima uscita non è gentilezza?“. Il testo completo di questa triste canzone ci offre il sottilissimo spessore intellettuale e creativo di questo artista di banale povertà che richiama ovunque folle di giovani ammiratori, cosa che gli organizzatori sperano avvenga a luglio del prossimo anno anche a Ferrara.

“Sono il dio della scopata, sono il dio della scopata
vergini vendute a mucchi ammassate a seconda dell’eredità genetica
ottuso-elimina-mentalità di campagna. chi ha detto che violentare
alla prima uscita non è gentilezza? porno-nazione-svalutazione
Cos’è questo? “l’ora della segregazione” libido, affascinato dalla libido, troppa defecazione orale, schifezza bianca inginocchiati, è tempo per un pò di torta e sodomia è tempo per un po’ di torta e sodomia
(…)
vhs e vaselina, scopato dalla tv dalle checche di plastica, contante in mano e uccello sullo schermo chi ha mia detto che dio era pulito?
Cintura della bibbia intorno al disastro anglo* spedire i peccatori dove si meritano si, giusto, grande se sei in grado di spiegare le macchie di merda che hai sul volto
schifezza bianca inginocchiati è tempo per un pò di torta e sodomia
è tempo per un pò di torta e sodomia.

Ferrara sarà la prima delle tre tappe italiane. Poi Manson si esibirà a Bari il 13 luglio alla Fiera del Levante e il 14 luglio a Roma al Parco della Musica. Gli organizzatori si mostrano entusiasti della scelta e definiscono Ferrara ancora una volta centrale nel panorama musicale nazionale. I biglietti saranno disponibili a partire da domani, giovedì 13 novembre sui circuiti ufficiali di vendita e andranno da 74.75 euro per il posto in piedi, da 97.75 per i posti gold circle fino a oltre 297.83 per il Vip Terrazzina. Prezzi che sopravvalutano il valore dello spettacolo, peraltro in una piazza Ariostea ancora blindata. All’orizzonte si profilano nuove proteste.

9) Bambini su misura

Padroni delle tecnologie più avanzate e ora impegnati nel creare essere umani modificati per via genetica. Per l’esattezza bambini. Obiettivi senza confini etico-morali. Padroni della vita e anche della natura, verrebbe da dire, stando a quanto riporta oggi in prima pagina il Wall Street Journal: i due nomi più influenti della Silicon Valley – Sam Altman, ad di OpenaAI, e Brian Armstrong, ad di Coinbase, colosso nell’exchange delle criptovalute – hanno dato vita a San Francisco a una startup per arrivare a creare un bambino geneticamente modificato. Una specie di pecora Dolly, stavolta però un essere umano. L’azienda si chiama Preventive. Il progetto è stato tenuto nascosto per mesi.

Il WSJ ha scritto: i bambini geneticamente modificati sono vietati, ma i giganti della tecnologia stanno comunque cercando di crearne uno. Le startup finanziate da alcuni dei miliardari più potenti della Silicon Valley stanno spingendo i confini della genetica riproduttiva, sperando di prevenire le malattie e di migliorare le probabilità di avere un quoziente d’intelligenza (QI) elevato e altre caratteristiche preferite. Per mesi, una piccola azienda di San Francisco ha portato avanti un progetto di un bambino moificato mantenendolo segreto per mesi.

Sostenuta dall’amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman e suo marito Oliver Mulherin (si sono sposati nel gennaio 2024 e hanno annunciato di aver avuto un figlio, ndr) insieme al co-fondatore e CEO di Coinbase, Brian Armstrong, la società  chiamata Preventive, sta preparando in assoluto silenzio quella che potrebbe essere considerata una novità assoluta (e inquietante) nell’ambito biologico: la creazione di un bambino nato da un embrione modificato per prevenire una malattia ereditaria. I dirigenti dell’azienda – secondo il WSJ – hanno dichiarato in forma privata di aver individuato una coppia affetta da una malattia genetica interessata a partecipare. Ma il ceo di Preventive ha smentito di aver già identificato una coppia per gli esperimenti, promettendo comunque trasparenza e sicurezza.

La comunità scientifica è divisa.  C’è chi critica gli obiettivi di “miglioramento del bambino”, mentre l’American College of Medical Genetics bolla lo screening poligenico come privo di provati benefici clinici.

Le tecnologie di modifica del codice genetico ora in uso per il trattamento dopo la nascita consentono agli scienziati di tagliare, modificare e inserire il Dna. Ma l’utilizzo del processo in sperma, ovuli o embrioni è molto più controverso – ricorda il quotidiano – e ha spinto gli scienziati a chiedere una moratoria globale fino a quando non saranno risolte le questioni etiche e scientifiche. La modifica dei geni negli embrioni con l’intenzione di creare bambini da essi è vietata negli Stati Uniti e in molti Paesi. Europa compresa.

Il motivo lo spiega lo stesso quotidiano economico statunitense: per gli scienziati si tratta di un settore troppo imprevedibile. Ed è dietro l’angolo il sospetto che possa avviare progetti di eugenetica su vasta scala. Perché l’obiettivo di Preventive è prevenire malattie genetiche e la loro ereditarietà. Ma, secondo quanto è emerso, la startup sarebbe in grado anche di creare strumenti capaci di anticipare quali embrioni avranno un quoziente intellettivo più alto, quali hanno tratti preferiti come altezza, colore degli occhi o spessore delle ossa.

Il Wall Street Journal definisce Preventive la linea di frontiera di una tecnologia e di un numero crescente di startup che stanno attiirando investimenti miliardari nella Silicon Valley per sciluppare una tecnologica che sta spingendo i confini della fertilità e lavorando anche per commercializzare le tecnologie genetiche riproduttive. Alcune società stanno lavorando sulla revisione degli embrioni mentre altre stanno già vendendo strumenti di screening genetico che cercano di tenere conto dell’influenza di decine o centinaia di geni su un tratto.

Preventive è stata costituita a maggio e ha già raccolto 30 milioni di dollari. Ha uno staff ridotto, racconta il Wsj, che ha mantenuto i suoi piani segreti grazie ad accordi di riservatezza totali, ma qualcosa è trapelato.

Intorno a Preventive stanno nascendo aziende in gran parte concentrate sullo screening poligenico, che comporta l’estrazione del Dna da un embrione, l’analisi con algoritmi statistici e la generazione di probabilità per una gamma più ampia di caratteristiche e malattie che il bambino potrebbe avere. E alcuni servizi sono già in vendita, sostenuti  da investitori come Armstrong, il venture capitalist Peter Thiel (è l’uomo con una forte influenza su Donald Trump e Vance) e il co-fondatore di Reddit e venture capitalist Alexis Ohanian.

I genitori ad esempio potrebbero (ma si può dire che già possono) accedere ai portali per visualizzare grafici e diagrammi che mostrano come i loro embrioni si confrontano geneticamente attraverso diverse malattie e tratti. “Ad esempio, vari test potrebbero mostrare un embrione con un QI previsto di 130, o un embrione con una probabilità dell’1,5% di sviluppare schizofrenia, o un embrione con il 14% di probabilità in più rispetto ai suoi fratelli di soffrire di ansia. Punteggi di probabilità simili sono disponibili per disturbi della concentrazione, disturbo bipolare, diabete o persino calvizie maschile”.

Scenari piuttosto frequenti già ora in Silicon Valley. Lo stesso Altman e Elon Musk hanno utilizzato lo screening poligenico per valutare gli embrioni per i loro figli, hanno detto persone informate sulla questione. Il più attivo tra loro è Armstrong. Ha l’obiettivo di usare l’editing genetico per migliorare la prole (meno malattie cardiache, ossa più forti…). Avrebbe immaginato un piano per lanciare il progetto in segreto per forzare l’accettazione mondiale, dice il Wsj, ma una portavoce ha smentito che Preventive abbia fatto nulla del genere.

C’è da aggiungere che l’editing genetico degli embrioni è vietato in molti Paesi a causa dei rischi sconosciuti e della possibilità che gli errori vengano trasmessi alle generazioni future. L’unico precedente noto è lo scienziato cinese He Jiankui (2018), finito in prigione per aver creato bambini resistenti all’HIV. C’è il timore che le aziende private stiano accelerando un futuro distopico e senza un serio dibattito pubblico. Non sarebbe la prima volta.

10) Un figlio? Ci pensa il robot

Prima gravidanza al mondo ottenuta tramite spermatozoi identificati da un complesso sistema guidato dall’Intelligenza Artificiale. A riuscire nell’impresa sono stati i ricercatori statunitensi del Columbia University Fertility Center (nella foto), che in un nuovo studio hanno raccontato l’unico caso al mondo di gravidanza ottenuta con una combinazione di tecniche innovative, tra cui appunto l’IA (e un robot), su una coppia che da circa 20 anni provava a formare una famiglia e in cui l’uomo, di 39 anni, era affetto da azoospermia (scarsissima se non inesistente disponibilità di spermatozi) e la donna, una 37enne, con una ridottissima riserva ovarica. I dettagli sono stati pubblicati sulla rivista The Lancet.

Il sistema denominato Star è stato testato su una coppia che stava cercando di formare una famiglia da quasi 20 anni. In circa due ore gli scienziati sono riusciti a fare una scansione di 2,5 milioni di immagini, riuscendo a individuare due spermatozoi vitali utilizzati poi per creare due embrioni e avviare la prima gravidanza ottenuta tramite spermatozoi identificati da un sistema guidato dall’Intelligenza Artificiale.

Circa il 40% delle coppie che non riescono a raggiungere una gravidanza è riconducibile – scrive il magazine Wired – a problematiche maschili. Di queste, circa il 10-15% degli uomini con infertilità presenta azoospermia, condizione appunto in cui c’è una scarsissima disponibilità di spermatozoi e che può essere affrontata tramite una procedura chirurgica che, tuttavia, spesso non ha successo e può causare altre problematiche.  “Un campione di sperma può apparire del tutto normale, ma quando lo si guarda al microscopio si scopre solo un mare di detriti cellulari, senza spermatozoi visibili”, ha commentato l’autore Zev Williams. Per questo motivo “a molte coppie con infertilità maschile viene detto che hanno poche possibilità di avere un figlio biologico”.

Come funziona il sistema Star. I ricercatori della Columbia University hanno sviluppato  Sperm Tracking and Recovery, un innovativo metodo automatizzato e non invasivo che combina diverse tecnologie per identificare e recuperare spermatozoi rari da uomini affetti da azoospermia. “Il nostro team comprende esperti in tecniche di imaging avanzate, microfluidica ed endocrinologia riproduttiva per affrontare ogni singolo passaggio necessario per trovare e isolare spermatozoi rari”, ha raccontato Hemant Suryawanshi, tra gli autori dello studio. In particolare, Star si basa su una tecnologia di imaging ad alta potenza in grado di analizzare un campione di sperma, acquisendo oltre 8 milioni di immagini in meno di un’ora. A questo punto entra in gioco l’Intelligenza Artificiale, che identifica gli spermatozoi vitali che vengono poi inviati in un chip microfluidico provvisto di minuscoli canali. In pochi millisecondi, un robot rimuove delicatamente lo spermatozoo in modo che possa essere utilizzato per ottenere un embrione oppure congelato e conservato per essere utilizzato in futuro.

FONTI: Columbia University Fertily Center, The Lancet, Wired

11) Andiamo a vivere nel bosco

ìCHIETI.  E’ giusto togliere tre bambini a due genitori che hanno deciso di vivere nei boschi dell’Abruzzo, in provincia di Chieti, lontani dalla civiltà, senza luce né acqua e affidandosi all’istruzione in casa fuori dal contesto scolastico tradizionale? Il caso, che sta dividendo l’opinione pubblica, è scoppiato dopo la scoperta che in un casale isolato nel bosco, nel Vastese, vive  una famiglia intenzionata a “preservare il rapporto uomo-natura” e a non farsi influenzare dalla società contemporanea che considera “tossica”.

La coppia ha tre figli, tra i 6 e gli 8 anni, e ha deciso di stabilirsi nel casolare in un bosco, dove hanno sistemato alcune roulotte con l’intenzione di vivere lontano dalla città. Dopo aver vissuto nel “mondo civilizzato”, hanno deciso di crescere i loro tre figli in un ambiente incontaminato, lontano dalla tecnologia e a stretto contatto con la natura. È così che l’ex cavallerizza australiana Catherine Birmingham, 45 anni, passaporto maltese, e l’ex chef e poi imprenditore nella vendita di mobili pregiati Nathan Trevallion, britannico, 51 anni, (nella foto pubblicata dal Messaggero) hanno abbracciato – come ha scritto la giornalista Silvia Pollice – il mito del cosiddetto “buon selvaggio” di Jean-Jacques Rousseau, scegliendo di rinunciare a tutte le comodità della società contemporanea. I due genitori sostengono che «questa società è troppo tossica, noi vogliamo solo stare di più con loro”. La svolta si è avuta quattro anni fa. “I nostri ragazzi non sono isolati dal mondo, ma hanno socializzato”.

La vicenda riporta al film Captain Fantastic con Viggo Mortensen (nella foto, una scena del film) che parla di una famiglia che ha creato per i sei figli in una foresta quello che consideravano in piccolo paradiso.  L’uomo insegna ai figli le competenze necessarie per sopravvivere nella fitta foresta, impartendo loro anche una rigorosa educazione fisica e intellettuale.

La scoperta della coppia che vive nel Vastese è avvenuta dopo un’intossicazione di funghi. La Procura minorile dell’Aquila  ha chiesto però un intervento urgente per “grave pregiudizio” nei confronti dei minori ma la famiglia rivendica, attraverso un avvocato, la “scelta di vita” per “preservare il rapporto tra uomo e natura”.

L’’intossicazione è stata dovuta da funghi raccolti nei boschi che fatto scoprire un’intera famiglia con figli piccoli in un casale sperduto e malridotto del tutto isolata dal mondo esterno. Una situazione che, come ha ricostruito il giornale Il Centro, va avanti dallo scorso anno, quando la scoperta del nucleo famigliare ha portato all’intervento dei servizi sociali e poi dell’autorità giudiziaria. Dopo il ricovero per l’intossicazione, sul posto è stato fatto un sopralluogo che avrebbe portato alla luce un contesto di forte criticità: un casale fatiscente e la mancanza di acqua e bagni, unita alla totale mancanza di istruzione scolastica dei piccoli, ha messo in allarme le autorità del posto che si sono mobilitate per dare sostegno.

I tentativi degli assistenti sociali si sono rivelati un fallimento perché l’intera situazione in realtà non è frutto di problemi economici ma di una scelta della coppia. I genitori si sono trasferiti nella zona isolata e nel casolare fatiscente e non agibile per applicare i principi dell’un-schooling, l’educazione a casa, non permettendo ai figli di frequentare liberamente altri bambini perché ritenuti influenzabili. La legge in Italia consente ai genitori di istruire i propri figli fuori dal contesto scolastico tradizionale.

Tra i vari tentativi di dialogo, il caso nell’aprile scorso è finito cosi sulla scrivania del magistrato con una relazione allarmante. Secondo gli assistenti sociali, la famiglia vive in due piccole roulotte senza bagni né elettricità con solo una stufa a legna e materassini a terra per dormire. Non solo, a preoccupare è il grave isolamento, con i minori che non frequentano la scuola né altre attività e soprattutto non avrebbero nemmeno un medico.

La famiglia però si difende e attraverso un legale sottolinea che non c’è violenza e i piccoli stanno bene, rivendicando una “scelta di vita” per “preservare il rapporto tra uomo e natura” per evitare una società “avvelenata”. “Non si è in presenza di violenza”, né di quel “disagio o devianze che caratterizzano certi nuclei famgiliari”, ha spiegato l’avvocato, aggiungendo che i genitori sono economicamente indipendenti e che i piccoli stanno bene.

La palla passa nelle mani dei giudici dopo che la Procura dell’Aquila ha chiesto un intervento urgente per “grave pregiudizio” nei confronti dei bambini. Il pm ha chiesto l’affidamento dei tre bambini e una limitazione della responsabilità genitoriale per la coppia che però è pronta a difendersi in tribunale. La vicenda ha diviso l’opinione pubblica, scatenando sui social reazioni contrastanti tra chi difende la scelta della famiglia e chi invita ad allontanare i bambini dalla coppia. FOTO: cortesia del Messaggero

12) LA GRANDE MELA ROSSA

di Piero Di Antonio

— Un fantasma si aggirava da tempo a New York, la capitale del mondo e di tutto, dalla ricchezza smisurata e ostentata alla povertà estrema, entrambe ben visibili nei locali e nei luoghi dove tutto fa tendenza oppure nei rifugi dei senzatetto e dei senzadollari.

Il candidato dem, un alieno che Trump oggi fermerebbe nella baia degli immigrati a Ellis Island, aveva le sembianze di un giovane sulla trentina, barba, ben vestito, mente ed eloquio veloci, con addosso la determinazione accumulata da immigrato dall’Uganda,  padre marxista, come dire un bestemmiatore in chiesa, e madre indiana, regista di fama. Di lì a poco avrebbe sconfitto l’elite di New York, disarmandola e riuscendo nell’impresa – così scrivono i giornali made in  Usa – di rassicurare parte dell’establishment senza perdere consensi nella sua base.

Un giorno – e qui occorre dare sfogo all’improvvisazione – il giovane eroe, Zohran, incontra giovani come lui. Infelici come lo possono essere solo coloro che si dibattono nelle ristrettezze e sono costretti ad arraggiarsi in una metropoli nervosa, veloce, mai ferma, sfiancante e illusoria, con l’unico credo legato alle banconote e al grande luogo comune che si portano appresso la felicità, inserita nella Costituzione ma insita nelle aspirazioni di tutti.
LEGGI LA CRONACA (in fondo all’articolo il discorso della vittoria)

 

E che comincia a dire? “Amico mio, sei contento di come vivi in questa giungla? Che cosa ti riserverà il futuro? Non ti senti per caso escluso da questa comunità di milionari e miliardari in limousine?”. Continuerà incontrando altri ragazzi disillusi ma legati allo studio, convinti di farcela e soprattutto di incidere, stanchi di aspettare le briciole che, secondo il ritornello dei propagandisti dell’American way of life,  sarebbero cadute dal banchetto dei miliardari. Campa cavallo, si sono detti a un certo momento i gruppi sempre più numerosi. Un fiume in piena. E alla fine la decisione: “Basta starsene a casa quando la storia, fuori, la fanno e la vincono i soliti privilegiati”.
 
Erano e sono gli under 35 che faticavano e faticano a spostarsi con i mezzi pubblici nella giungla dei servizi mai sentiti come essenziali, costretti a pagare affitti da gran hotel per stanberghe, orribili a vedersi, nelle arrugginite periferie, dove a tutte le ore si sentono lo sferragliare dei treni e le sirene di ambulanze e polizia.
 
A quel punto, riuscendo a catalizzare l’attivismo di migliaia di ragazzi e a concentrarlo su alcuni problemi che dovevano essere sanati, Mamdani non era più per l’establishment un fantasma. Era diventato visibile, la mucca era già nel corridoio. Troppo tardi però per correre ai ripari e fermarla. Con un sindaco socialista, musulmano, immigrato, New York si sarebbe trasformata da Grande Mela a Grande Mela Rossa. Così è stato.
 
Il candidato dem, fin dalle primarie, si è imposto subito facendo suonare campanelli d’allarme per primo a Donald Trump, poi ai ricchi newyorchesi, poi ai repubblicani e ai dem, i due eterni pilastri della storia americana, gonfia di retorica ma anche cruda, sbrigativa, a tratti feroce. Il tutto con centinaia di video girati per strada e nei quartieri dimenticati subito immessi in Rete, con migliaia di interviste ai nuovi affluenti del voto che davano il la all’irruzione sulla scena politica, per troppo tempo dominata da autentici  tromboni. E poi i comizi, sempre più animati dagli esclusi dal banchetto che i miliardari allestivano nella metropoli delle opportunità grazie a ben oliati meccanismi di elusione delle imposte, o a sgravi fiscali concessi con generosità senza pari.
 
L’immigrato ugandese ha vinto le primarie costringendo all’angolo un vecchio arnese del sistema, Andrew Cuomo, schiatta politica sempre in piedi. I Dem lo hanno tirato fuori per costrastare un 34enne che se ne andava in giro per le strade di New York a parlare con migliaia di persone a far capire che era finito il tempo degli endorsement, ovvero del sostegno (interessato) delle persone e dei politici influenti.
 
Era arrivato il tempo giusto per aggredire i problemi di una città diventata invivibile, esclusiva, quasi privata, che mai si era posta il problema degli ultimi. La città che non dorme mai ha preso sottogamba coloro che di lì a poco sarebbero entrati, compatti, nel meccanismo elettorale, rompendolo. Per troppo tempo la città dove si è sempre detto che tutto era possibile si era rifiutata, nonostante sindaci che si definivano progressisti, di dedicare tempo per tutelare i diritti dei più deboli, degli ultimi arrivati, dei giovani, e dar corpo ai loro sogni.
 
Pur provocando un terremoto politico, Zohran non si è fermato a scuotere le giovani coscienze, ma ha detto e ripetuto con chiarezza esemplare che da sindaco avrebbe costruito migliaia di alloggi, per far abbassare in questo modo i prezzi degli affitti stellari dando un colpo agli avidi immobiliaristi (uno si è insediato alla Casa Bianca) che amano volare in elicottero sopra i loro possedimenti; avrebbe favorito l’apertura di supermercati popolari, negozi per famiglie bisognose di avere cibo a basso prezzo; avrebbe reso gratuiti i trasporti urbani; e, udite udite, una bestemmia: avrebbe tassato i ricchi, il 2 per cento in più per chi guadagna un milione di dollari. “Tassare i ricchi” era lo slogan durante le manifestazioni.
 
Ai piani alti dei grattacieli di Manhattan la paura si è trasformata in terrore, e in molti hanno fatto l’unica cosa che sapevano fare, evitando di comprendere quel che di nuovo stava avvenendo nei piani sottostanti: hanno messo mano ai libretti degli assegni per inondare di dollari il candidato ex dem, oggi indipendente: il rassicurante Cuomo, nonostante le ombre sul suo passato non cristallino. Milioni gettati al vento, la marea non si sarebbe fermata.
 
La fortuna del neo sindaco è stata anche l’aver incontrato una giovane donna, genitori portoricani, nata nel Bronx, Alexandria Ocasio-Cortez, una cattolica senza i fanatismi che la religione ti incolla addosso. Per pagarsi gli studi e tirare avanti faceva fino a qualche anno fa la cameriera in un bar. Forse ha preparato anche un espresso per il giovane Mamdani, non lo sapremo mai, ma di sicuro sarebbe la  sceneggiatura ideale per un film sulla nuova American way of life nell’era Maga. Sappiamo però che nel giovane immigrato musulmano, sia AOC, sia l’anziano ma vitale senatore socialista Bernie Sanders hanno intravisto la persona che avrebbe potuto scardinare il sistema di potere arrogante, persecutorio e fanatico impersonato da Trump.
 
Lo hanno appoggiato con l’entusiasmo di ragazzi alle prime armi, ben consci dell’obiettivo da colpire. La New York dei miliardari che si spostano in limousine con i vetri oscurati non ha capito che sotto i suoi occhi si stava mobilitando la generazione Z, la  generazione dei nati a cavallo del nuovo secolo. Hanno detto, le migliaia di volontari, che avrebbero votato e lo hanno fatto in quel martedì del 4 novembre 2025, arrivando a quadruplicare i numeri del voto anticipato. Per un momento si sono affievolite le parole e le minacce di Trump, costretto ad ascoltare la sfida che Mamdani gli lanciava dal palco della vittoria: “Donald Trump, so che stai seguendo, ho quattro parole per te, turn uo the volume, alza il volume”.
 
Nella metropoli dove succede di tutto, stavolta il mondo ha assistito a una rivoluzione che forse contagerà il resto dell’America, con la speranza di vederla in Italia. Sarebbe la rivoluzione, con l’arma del voto, dei nostri figli. Non la restaurazione dell’eterno potere di chi ha troppo e lo ostenta, di coloro che parlando e occupandosi sempre di affari non si accorgono di non avere figli ma solo eredi.
 
*****
Il discorso di Mamdani dopo la vittoria
 

“In questa nuova era, rifiuteremo chi sguazza in odio e divisione. Che tu sia un immigrato, una persona trans, una madre lavoratrice, una donna nera licenziata da Trump o chiunque abbia le spalle al muro: la tua lotta è la nostra lotta.

Saremo una città dove più di un milione di musulmani sapranno di appartenere non solo alle strade, ma ai luoghi del potere. Dove non si vince più alimentando islamofobia. Dove si difende la comunità ebraica senza esitazione nella lotta contro l’antisemitismo.
Per anni, a City Hall hanno aiutato solo chi poteva ricambiare. Dal 1° gennaio, avremo un governo che aiuta tutti. So che molti hanno sentito il nostro messaggio attraverso il filtro della disinformazione.
Decine di milioni sono stati spesi per convincere chi guadagna 30 dollari l’ora che il suo nemico è chi ne guadagna 20. Vogliono che ci combattiamo tra noi, così non sfideremo un sistema rotto.
Insieme, inaugureremo una generazione di cambiamento. E se restiamo su questa strada coraggiosa, non ci limiteremo a fermare Trump: impediremo la nascita del prossimo Trump.
Dopotutto, se c’è una città capace di mostrare al Paese come battere Trump, è la città che lo ha generato. E se c’è un modo per spaventare un tiranno, è smantellare le condizioni che lo hanno creato.
Donald Trump, so che stai guardando. Ho quattro parole per te: Turn the volume up!
Alza il volume. Terrai bene le orecchie aperte mentre:
– riterrremo responsabili i landlord predatori, perché i Donald Trump della nostra città si sono sentiti fin troppo a proprio agio nello sfruttare i loro inquilini;
– metteremo fine alla corruzione che permette ai miliardari come Trump di evadere le tasse;
– staremo al fianco dei sindacati ed espanderemo le protezioni del lavoro perché sappiamo, proprio come Donald Trump, che quando i lavoratori hanno diritti ferrei, i capi che cercano di estorcerli diventano davvero piccoli.
New York resterà una città di immigrati, costruita dagli immigrati, alimentata dagli immigrati e da stasera, guidata da un immigrato.
Quindi ascoltami, Presidente Trump: se vuoi arrivare a uno di noi, dovrai passare su tutti noi.
Quando entreremo a City Hall tra 58 giorni, le aspettative saranno alte. Le realizzeremo.
Si dice che si faccia campagna in poesia e si governi in prosa. E sia. Ma che la nostra prosa abbia ritmo.
La saggezza convenzionale vi direbbe che sono lontano dal candidato perfetto. Sono giovane, nonostante i miei migliori sforzi per invecchiare. Sono musulmano. Sono un socialista democratico. E, cosa più dannosa di tutte, mi rifiuto di scusarmi per ciascuna di queste cose.
Eppure, se stasera ci insegna qualcosa, è che la convenzione ci ha trattenuti. Ci siamo inchinati all’altare della cautela e abbiamo pagato un prezzo enorme.
Troppi lavoratori non si riconoscono nel nostro partito. E troppi tra noi si sono rivolti alla destra per risposte sul perché sono stati lasciati indietro. Lasceremo la mediocrità nel nostro passato. Non dovremo più aprire un libro di storia per la prova che i Democratici possono osare essere grandi.
La nostra grandezza sarà tutto tranne che astratta. Sarà sentita da ogni inquilino con affitto stabilizzato che si sveglia il primo di ogni mese, sapendo che l’importo da pagare non è aumentato dal mese precedente.
Sarà sentita da ogni nonno che può permettersi di rimanere nella casa per cui ha lavorato e i cui nipoti vivono vicino perché il costo dell’assistenza all’infanzia non li ha mandati a Long Island.
Sarà sentita dalla mamma single che è al sicuro nel suo tragitto e il cui autobus corre abbastanza veloce da non dover affrettare la consegna a scuola per arrivare al lavoro in tempo.
E sarà sentita quando i newyorkesi apriranno i giornali al mattino e leggeranno titoli di successo, non di scandalo. Soprattutto, sarà sentita da ogni newyorkese quando la città che amano finalmente ne ricambia l’amore.
Che le parole che abbiamo pronunciato insieme, i sogni che abbiamo sognato insieme, diventino l’agenda che realizziamo insieme. New York, questo potere è vostro. Questa città appartiene a voi. Grazie”. (Zohran Mamdani)
 
13) LA FIGURACCIA
 

Un immigrato si toglie la vita per aver perso il lavoro e i giornali, obbedendo a un riflesso su tutto ciò che è immigrazione, che poco ha a che vedere con la deontologia professionale, hanno subito scritto di una morte per un regolamento di conti tra bande rivali. Solo due testate, Open e Riviera 24, hanno riportato la vera notizia, salvando la faccia a un’informazione che anche nei suoi più importanti rappresentanti cade nei toni allarmati e allarmistici. Insomma, una figuraccia.

Tale riprovevole atteggiamento della quasi totalità dei media italiani è stato messo in risalto da Piero Santonastaso sul sito professione reporter.eu. Scrive il giornalista: “Sono finiti i tempi in cui un giorno sì e l’altro pure i media si occupavano di immigrazione e immigrati con toni allarmati o allarmistici (a seconda dell’orientamento politico). Acqua passata, il governo Meloni ha risolto il problema con il contrasto alle ong, la negazione dei soccorsi, gli accordi con i satrapi nordafricani (e albanesi) e il varo dell’indefinito Piano Mattei. Insomma, nell’immaginario collettivo l’immigrazione clandestina è scomparsa, anche se i numeri dicono altro: al 29 ottobre 2025 +6,6% di sbarchi rispetto allo stesso periodo del 2024. Però le redazioni continuano a soffrire di riflessi pavloviani. La parola “immigrato”, in qualsiasi contesto di cronaca, provoca reazioni automatiche poco compatibili con la deontologia di cui tutti amano riempirsi la bocca”.

L’ultimo, triste esempio è quello di MD Nur Alam, un trentaseienne del Bangladesh trovato con la gola tagliata su una sponda del fiume Roja, a Ventimiglia, nella notte di lunedì 27 ottobre. Modalità tali da far scattare i riflessi condizionati di cui si accennava: Corriere della Sera, Repubblica, Stampa, Secolo XIX, Primocanale e altri media hanno puntato subito sul regolamento di conti tra bande criminali rivali, ovviamente di extracomunitari, e lì si sono fermati (sul sito del Corriere della Sera, sabato 1° novembre, in calce alla notizia compare ancora la scritta “in aggiornamento”).

Per fortuna, qualcuno ha difeso l’onore della categoria, Open e Riviera 24 su tutti. Grazie a loro si è scoperto, dopo l’accurato controllo della notizia che dovrebbe essere sempre al primo posto nella stesura di una notizia, che non di guerra per bande si era trattato, “ma della devastante storia di un immigrato arrivato in Italia per guadagnare il necessario a mantenere moglie e figlio, rimasti in patria. MD (sta per Mohammed) Nur Alam ha provato diversi lavori, tutti interrotti a causa delle sue pessime condizioni di salute. L’ultimo era quello di magazziniere in un emporio gestito da cinesi, da dove però lunedì 27 dopo l’ennesimo malore era stato cacciato su due piedi (lavoro nero, nessuna formalità). Nur Alam è tornato a casa, ha raccontato l’accaduto al cognato,ha preso un coltello, è andato al Roja e si è tagliato la gola”.

L’epitaffio è del Comitato di Ponte San Ludovico per il Memoriale delle Vittime della frontiera: “Un’altra persona migrante ha perso la vita nel nostro territorio. Stavolta non per passare il confine ma perché squalificata dal razzismo, dalla fatica di trovare un proprio posto e realizzare dignitosamente il proprio progetto migratorio”. Alla voce “razzismo” includiamo gli atteggiamenti più o meno condizionati di una parte consistente delle nostre redazioni”.

*****

FONTI: Professione reporter, Comitato Ponte San Ludovico, Memoriale Vittime della frontiera

14) COSA VUOLE TRUMP?

Pacifico che Maduro sia un tipo poco raccomandabile. Pacifico anche che Trump voglia il petrolio su cui galleggia il Venezuela.

15) La rivoluzione dei notai

CCCP – Fedeli alla linea, uno dei più importanti gruppi italiani degli Anni Ottanta, scioltisi nel 1990, oggi CSI, sono sul punto di riunirsi e tornare sul palco. E’ stato Giovanni Lindo Ferretti a suggerire che l’ipotesi di un ritorno non era poi così assurda. Il musicista ha confermato che “la reunion è nell’aria” e che il ritorno della storica formazione reggiana potrebbe concretizzarsi nell’estate 2026, in occasione dei principali festival italiani. Il ritorno del CSI viene accolto con entusiasmo dai fan. 

Che i CCCP siano stati innovatori e anticonformisti negli Anni in cui era facile esserlo è indubbio. Ma dinanzi alla constatazione che quelle masse di giovani con lo scorrere del tempo siano approdate alla cultura di Destra, diventandone in parecchi casi la struttura portante (si pensi al berlusconismo), non si può simpatizzare più del lecito con Giovanni Lindo Ferretti. Troppe involuzioni, troppi approdi incomprensibili: dalla linea anticonformista e dura  al più scontato quieto vivere abbracciando la Lega e la Destra meloniana. Aspettiamoci un endorsement per Trump e il viaggio è completo.

Il leader dei CCCP, Giovanni Lindo Ferretti da Cerreto, fa tornare alla mente l’invettiva di Eugene Ionesco quando a Parigi, vedendo sfilare i giovani contestatori del Maggio Francese – che rivendicavano una società e un mondo diversi – si affacciava dal balcone e urlava loro: “Diventerete tutti notai”.

Più che notai, i CCCP, oggi Csi, sono diventati culturalmente inoffensivi, con poche tracce lasciate nell’animo dei Minnellians e della Generazione X, la “generazione dimenticata” che a sua volta dimentica troppo, perfino la coerenza. Ecco perché non è piaciuta la recente e criticata esibizione di Bologna, in una Piazza Maggiore recintata. Ecco perché continua a non piacere lo scontato “essere vero” di un Ferretti più guru o reduce che trascinatore di idee, più prigioniero dei moderni luoghi comuni e delle sintesi orientaleggianti che profondità e originalità di pensiero. Meno freschezza e tanti calcoli, come usa oggi: ecco i CSI.  In quanto alla musica punk e al culmine culturale dell’Italia anni Novanta poi… questione di gusti e di visione del mondo.

16) LADRI E SCROCCONI

Un popolo di evasori fiscali, ladri e scrocconi. Questa è l’Italia descritta dall’Osservatorio sulle dichiarazione dell’Irpef 2024 (redditi 2023) curato da Itinerari previdenziali con il sostegno della Cida he è la Confederazione Italiana dei dirigenti e delle alte professionalità e presentato alla Camera dei deputati un mese fa e senza alcun rilievo sulla stampa italiana.Il 43 per cento degli italiani non versa neanche un euro di Irpef (tassa sulle persone fisiche), perché non ha redditi o non li dichiara. A mantenere, invece, il Paese, gli ospedali, le scuole le strade, le forze dell’ordine è appena il 27 per cento che copre il 76 per cento del totale delle tasse. Quindi, un italiano su due vive sulle spalle degli altri, molti con auto potenti, moto, barche e cene al ristorante. E’ quanto scrive professionereporter. eu.

UNA NOTIZIA QUASI NASCOSTA. Il giorno dopo, la Repubblica ha fatto un titolino in prima pagina e tutta pagina 31. Il Corriere della Sera ha messo la notizia verso la fine, a pagina 39, quarta e ultima del Servizio Economia. Il Messaggero: richiamo in prima e tutta pagina 9. Il Sole 24 Ore, titolino in prima. La Stampa a pagina 20. Avvenire, manifesto, Il Foglio, Domani, neanche una riga. Fra i giornali che sostengono il governo, Il Tempo apre l’Economia a pagina 14. Libero e la Verità neanche una breve.

Insomma, di fronte all’enormità dei dati, un po’ poco. Si tratta di materia su cui media dovrebbero insistere ogni giorno, fino al raggiungimento di risultati meno scandalosi di quelli presenti, sempre gli stessi -più o meno- da decenni. I dati dimostrano che il Paese si regge su un patto traballante, fasullo fra i cittadini. Da una parte, in linea di massima, i furbi che lo Stato non persegue in modo efficace, dall’altra i costretti, lavoratori dipendenti che subiscono il prelievo delle tasse da parte dei datori di lavoro.

Materia per inchieste, approfondimenti, appelli, indicazioni di responsabilità (solo un ministro in vari governi di centrosinistra provò davvero a colpire gli evasori, Vincenzo Visco, ma fu chiamato “Dracula”). Invece, qualche articolo di prammatica, un giorno e via. O addirittura la cancellazione dei dati.

Per sapere come stanno le cose veramente – aggiunge professionereporter.eu – occorre leggere le analisi che Roberto Seghetti (autore de “Le tasse sono utili”) su Appunti, newsletter di Stefano Feltri su Substack. “Di fatto -scrive Seghetti- il 78 per cento della comunità italiana o non versa nulla o comunque dipende dal contributo degli altri italiani per integrare il costo della sola sanità, senza contare pensioni assistite, assistenza vera e propria, formazione (dall’asilo nido all’Università)”. Quindi, “o siamo in crisi nera e abbiamo una povertà di fatto molto, molto più estesa di quella pur drammatica che indicano sia i dati dell’Istat che quelli della Caritas, cioè siamo di fronte a un impoverimento storico degli italiani; e allora bisognerebbe prenderne atto con umiltà e intervenire con determinazione invece di magnificare ad ogni occasione le straordinarie performance del Paese”. Oppure -prosegue Seghetti- “dobbiamo ammettere che c’è uno stuolo troppo grande di ‘ladri’ che si nascondono tra i poveri veri, evadendo il fisco e quindi scaricando sugli altri italiani il peso dei propri consumi; e allora bisognerebbe finirla con il regalare soldi agli evasori con un condono dietro l’altro”.

Condoni fiscali. Paroline tragiche, che pesano sulle spalle di governi di ogni colore, purtroppo. Perdoni a chi ha evaso le tasse, vale a dire sberleffo a chi le paga e incoraggiamento a continuare a non pagarle, tanto nel futuro ci sarà il prossimo condono. Dal 1973 ad oggi sono stati varati diversi condo

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