“Il 13 febbraio un mio congiunto doveva fare una visita prenotata da mesi. Il giorno prima riceve disdetta per malattia del medico. Nuova data della visita: 18 maggio. Il 5 marzo è la data in cui farò, fuori Bologna, una visita prenotata a settembre. Tempi di ordinaria attesa per le prestazioni sanitarie se dovessero essere erogate dal servizio pubblico. Il fatto è, però, che una è programmata in ospedale in regime di intramoenia e l’altra nell’ambulatorio privato dello specialista. Anche nel settore privato si stanno, dunque, formando le liste d’attesa. È l’effetto della mancanza di investimenti pubblici in infrastrutture e personale di fronte all’evoluzione della domanda”.
di Raffaele Lungarella, giornalista Cantiere Bologna
All’origine di questo articolo c’è l’attesa. Il 13 febbraio un mio congiunto doveva fare una visita medica prenotata da alcuni mesi. Il giorno prima riceve una telefonata di disdetta dell’appuntamento per malattia del medico; cose che capitano. Qualche giorno dopo un’altra telefonata comunica la nuova data della visita: 18 maggio, con uno spostamento, quindi, di oltre tre mesi. Il 5 marzo è la data in cui io farò, fuori Bologna, una visita prenotata alla fine di settembre dell’anno scorso. Sono tempi di ordinaria attesa per le prestazioni sanitarie in non pochi casi. Per certe patologie e per alcune indagini strumentali possono essere molto più lunghi: a luglio del 2025 il Cup mi trovò come prima data utile per una risonanza magnetica un giorno di maggio 2027; maggio 2027, non maggio 2026, che già non sarebbe stato dopodomani.
“E allora?”, potrebbero dire in tanti. In effetti ci si potrebbe non meravigliare se i ritardi nelle due prestazioni indicate per quest’anno dovessero essere erogate dal servizio sanitario pubblico. Il fatto è, però, che per ottenerle io e il congiunto non pagheremo un ticket all’Asl, bensì l’intero loro costo perché una è programmata in ospedale, in regime di intramoenia, e l’altra nell’ambulatorio privato dello specialista.
Non sono casi isolati quelli in cui per le visite a pagamento si deve aspettare qualche mese. Anche nel settore privato si stanno, dunque, formando le liste d’attesa. Un fenomeno da non sottovalutare perché è una manifestazione della privatizzazione della sanità. Che sta avvenendo senza clamore, silenziosamente spinta dalle scelte nel settore pubblico, con meccanismi a volte non immediatamente percepibili.
Per evitare equivoci è bene precisare che non deve esserci alcuna avversione preconcetta verso l’offerta privata in campo sanitario. Stato e mercato coesistono. Chi vuole e ha la possibilità economica di farsi curare in un ospedale privato non deve essere per nessuna ragione ostacolato. Ma non deve essere neanche limitato il diritto di ognuno a farsi curarsi nelle strutture pubbliche.
La ragione principale della formazione di liste d’attesa anche nel settore privato è che diventano sempre più lunghe quelle nel servizio sanitario pubblico. E ciò è dovuto alla mancata realizzazione degli investimenti, in infrastrutture e personale, necessari per adeguare l’offerta dei servizi all’evoluzione, in quantità e tipologie, della domanda. Certo occorre fare i conti con le ristrettezze della finanza pubblica, ma esse derivano a monte da scelte politiche, che hanno privilegiato, per non fare torto a nessuno, il Superbonus del 110%, il ponte sullo stretto di Messina, la struttura detentiva degli immigrati in Albania. Più lunghi diventano i tempi di attesa nel servizio sanitario nazionale più si abbassa la soglia di reddito di quelli che sono spinti a rivolgersi a professionisti e strutture private, per pagare le cui prestazioni possono essere anche costretti a rinunciare ad altre spese, pure non voluttuarie.
Oltre a quella indicata come la principale, vi sono altre ragioni “complementari” che spiegano la migrazione verso la sanità privata di persone sempre meno abbienti.
La sola alla quale qui si accenna è la ricerca da parte del paziente di una continuità diagnostica e terapeutica, che la sanità pubblica non garantisce più a causa del sistema di smistamento dei pazienti ai medici. Diversamente da quanto succedeva in passato, quando uno va al Cup o in una farmacia per prenotare non può più scegliere il medico da cui vuole essere visitato. Deve prendersi quello che passa il convento. Può capitargli un dottore bravo o un asino di dottore. Chi, per dirne una, ha bisogno del cardiologo non ha nessuna certezza che la seconda visita gliela faccia il medico che l’ha visitato la prima volta, e che alla terza ci sia lo stesso dottore della seconda; di volta in volta può cambiare. Anche l’ospedale o la struttura dove erogano il servizio richiesto.
A chi deve dare retta il paziente se a ogni visita cambia la terapia che viene prescritta? Resta disorientato ed è costretto a chiedersi perché ha un meccanico di fiducia per i problemi della macchina e non può avere un cardiologo di fiducia. Se lo vuole deve pagarlo, come fa con il meccanico.
La ragione per cui il sofferente di cuore non può avere un cardiologo del servizio sanitario pubblico di cui si fida, sta forse nel fatto che tutti i pazienti sceglierebbero i medici più bravi e non si saprebbe cosa far fare a quelli non proprio del mestiere. Ma se questa fosse la ragione ci sarebbe da chiedersi: è bene che i pazienti facciano le spese per l’inadeguata preparazione di una parte dei medici? E la fiducia non conta niente nella terapia?
Sul destino del servizio sanitario nazionale incidono, in misura determinante, le decisioni assunte a livello statale con riferimento prima di tutto al suo finanziamento. Ma a livello locale è possibile intervenire sugli aspetti relativi alle modalità di erogazione delle prestazioni, come quella appena indicata, che hanno un certo rilievo sulla privatizzazione della sanità.
