Preso il boss, adesso nomi, cognomi e segreti

Catturato Matteo Messina Denaro, ci si aspetta ora una lotta alle mafie vincenti facendo i nomi e cognomi, scoprendo e rivelando i segreti e le ricchezze della borghesia bianca.

Mafia è una parola troppo generica, servono le foto, i ruoli e le ricchezze dei figuri e dei colletti bianchi che l’hanno fatta prosperare. I magistrati hanno parlato di una borghesia che ha aiutato l’ultimo boss a sfuggire alla cattura per trent’anni. L’interrogativo che ci sta aspettando parte da una semplice considerazione: quale dovrà essere la nuova strategia dei media? Dopo politica, economia, magistratura, è infatti maturo lo scoppio fragoroso di una questione che chiuderà il cerchio delle emergenze che in parecchi fingono di non vedere, esclusi i lettori che l’hanno afferrata da tempo: l’informazione. Tanto per non farci mancare nulla, bisogna prendere in esame l’aspetto forse più inquietante dello stato dell’informazione: l’abbraccio che lo lega da vari anni, e indissolubilmente, al potere e, in alcune realtà, a organizzazioni di alto profilo malavitoso. Ce lo ha descritto tempo fa in un ampio e ancora attuale articolo sul quotidiano Domani, Attilio Bolzoni, uno dei giornalisti più intelligenti, coraggiosi e preparati sui fenomeni mafiosi. Il titolo già dice tutto: Gli “influencer dell’antimafia” non fanno male alla mafia.

Un’analisi del giornalismo sulla mafia senza lupara, che prende in esame le distanze accorciate tra mondo legale e mondo illegale, la cosiddetta mafia “trasparente”. “E così – scrive Bolzoni – un giornalismo siciliano che sembra più pigro e… anche un po’ più furbo sceglie la narrazione di quella che ormai è una “mafia degli emarginati”. Un giornalismo “copia e incolla permanente di richieste di custodia cautelare spacciate come scoop, retroscena esclusive che sono veline”.

Bolzoni prima ricorda gli otto giornalisti uccisi in Sicilia da Cosa nostra e poi lancia un’accusa, circostanziata e fondata, al “giornalismo marpione… che non sfiora mai i fili dell’alta tensione, ricicla informazioni altrui, spalleggiato da una macchina della propaganda che rilancia e amplifica. Quando poi finalmente c’è l’occasione di scrivere qualcosa con nomi e cognomi e personaggi in carne e ossa, cala il silenzio”.

E qui viene il salutare giornalismo di Bolzoni che fa nomi e cognomi, in particolare quello di Antonello Montante, ex vicepresidente nazionale della Confindustria, arrestato per associazione a delinquere e dossieraggio, condannato in primo grado a 14 anni, e ancora indagato per concorso esterno mafioso, corruzione e chissà quanto altro. La gran parte della stampa isolana, esclusa la Sicilia con Mario Barresi, è stata muta fino all’arresto.

“Eppure – spiega Bolzoni – era tutto alla luce del sole, un sistema dii architettura perfetta, come si agisce dentro certe istituzioni (copyright Montante) con commistioni fra ministri dell’Interno e imprenditori “nel cuore” di boss, magistrati, prefetti, alti comandi dell’Arma, generali della Finanza, servizi segreti. Il giornalismo, e non solo siciliano, ha aspettato solo la sentenza per sbilanciarsi un po’ e neanche tanto. Forse anche perché una ventina di colleghi, alcuni abbastanza noti, si sono ritrovati in un’informativa di Squadra mobile, un capitolo di 62 pagine riservato solo a loro per i favori ricevuti. Meglio occuparsi della mafia del muro basso, la mafia nota. Che non querela, non cita per danni, abituata ai titoloni e alle urla”.

I problemi della professione giornalistica quindi non sono soltanto di natura previdenziale, come denunciano le Associazioni regionali di stampa della Fnsi, ma anche di contenuti e schiene dritte. E Bolzoni non fa sconti alla sua (e nostra) categoria. “In Italia – e come non sottoscrivere un’affermazione così chiara e veritiera? – è in piena attività un giornalismo innocuo, conformista, galleggiante, che piace al potere perché resta sempre in superficie, non affonda mai”.

E ritorna a questo punto, irrisolto, l’interrogativo di sempre: che fare? Non voglio però far mancare una mia risposta che vale solo uno: selezionare una nuova e più coraggiosa classe giornalistica con l’invito a molti di noi (me compreso, of course) a farsi da parte e andare a leggere i giornali del futuro ai giardinetti. Largo ai meno compromessi con un modo di fare giornalismo non più efficace: il giornalismo dei bersagli mancati.

                                         Piero Di Antonio

 

  

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