Gli occhi di tutto il mondo e non solo dell’America sulle elezioni di midterm. Trump si gioca moltissimo ma non sembra avvedersi di essere precipitato nei sondaggi. Martedì 3 novembre sarà il giorno del voto che mette in palio tutti i seggi della Camera e un terzo di quelli al Senato. Oggi i repubblicani sono maggioranza in entrambi i rami del Congresso: 218 seggi su 435 alla Camera (rispetto a 214 in mano ai democratici) e 53 seggi su 100 al Senato contro i 45 dei Democratici. Trump fin dall’inizio è entrato a gamba tesa nelle primarie del partito per impedire che le nomination andassero a candidati non allineati sulle sue posizioni. Molto atteso il voto in Texas dove il presidente ha imposto la candidatura del reazionario Ken Paxton, inseguito da accuse di corruzione, trasformando la vittoria certa dei Repubblicani in una competizione aperta che attribuisce al dem James Talarico, secondo i sondaggi, il 76,9% di successo. Nel suo delirio di onnipotenza, Trump non sembra avvedersi di essere precipitato nei sondaggi ad appena il 34% di approvazione. Il carovita costituisce la maggiore preoccupazione degli elettori. L’inflazione è cresciuta in modo significativo a causa soprattutto di due fattori: prima le guerre commerciali e poi l’impennata del prezzo dei carburanti dopo la guerra all’Iran. Ma la vittoria dem non determinerebbe un’inversione delle politiche di Trump, intenzionato a porre posto il veto a qualsiasi norma fosse varata da un Congresso a guida dem: “Accetterò il responso delle urne se tutto sarò onesto”. Tradotta, significa che Trump riconoscerà il risultato solo in caso di vittoria dei Repubblicani. Del resto, prima ancora che i voti siano scrutinati, Trump sta già gridando a brogli, senza fornire prove, e ha promesso un milione di dollari a chi fornisce prove di irregolarità. A seguire il punto sulla situazione negli Stati Uniti alla vigilia del voto.
Massimo Jauss da New York *
Donald Trump arriva all’ultimo fine settimana di una campagna elettorale che ha voluto trasformare in un referendum sulla sua presidenza, ma che potrebbe consegnargli un Congresso molto diverso da quello con cui ha governato negli ultimi due anni. I sondaggi non gli sorridono, i Repubblicani temono di perdere le maggioranze alla Camera e al Senato e il presidente continua a denunciare brogli elettorali senza presentare prove di frodi diffuse. Alle accuse si è aggiunta un’offensiva del Dipartimento di Giustizia per contestare migliaia di schede e minacciare conseguenze penali per i funzionari che dovessero conteggiarle. I giudici, finora, hanno risposto con una serie di decisioni contrarie all’amministrazione. Ma il clima di sospetto alimentato dalla Casa Bianca potrebbe sopravvivere anche alla chiusura delle urne.
Quasi 50 milioni hanno già votato
Mentre Trump mette in discussione l’affidabilità del sistema elettorale, gli americani votano in massa. Secondo l’Election Lab dell’Università della Florida, oltre 49 milioni hanno già espresso la propria preferenza, superando i circa 46 milioni del voto anticipato nelle precedenti elezioni di metà mandato. Un’affluenza senza precedenti che non permette però di stabilire quale partito ne trarrà vantaggio. Molto dipenderà dalla partecipazione di martedì e soprattutto dagli indipendenti, spesso decisivi nelle competizioni più equilibrate. In gioco non c’è soltanto il controllo del Congresso, ma la possibilità per Trump di governare altri due anni con maggioranze favorevoli oppure di dover affrontare una o entrambe le Camere controllate dai democratici, con nuove inchieste parlamentari e il possibile ritorno della questione dell’impeachment.
I sondaggi e le paure della Casa Bianca
L’ultima rilevazione dell’Emerson College ha registrato un indice di gradimento di Trump del 37%, il più basso mai rilevato dall’istituto durante questa presidenza. Ancora più preoccupante per i repubblicani il generic ballot, il sondaggio che chiede quale partito si voterebbe per il Congresso senza indicare i candidati: i democratici sono avanti di dieci punti, 52% contro 42%. Secondo Civiqs, Trump registra un saldo positivo tra approvazione e disapprovazione soltanto in otto Stati, mentre negli altri 42 prevalgono i giudizi negativi, compresi territori tradizionalmente repubblicani come Kentucky e Carolina del Sud. A preoccupare la Casa Bianca sono soprattutto gli indipendenti, molti dei quali ancora indecisi e poco soddisfatti dell’operato del presidente.
Trump a Mar-a-Lago, tra comizi e polemiche
Dopo settimane trascorse ad attraversare il Paese, Trump passerà il sabato a Mar-a-Lago, sostenendo alcuni candidati attraverso collegamenti virtuali. Domenica dovrebbe tornare in campagna in Kansas e Iowa, due appuntamenti inizialmente cancellati e poi recuperati. Il presidente conclude così una lunga maratona elettorale segnata da attacchi agli avversari, polemiche con la stampa e continue denunce di elezioni truccate. Ma questa volta alle parole si sono aggiunte iniziative giudiziarie che stanno provocando uno scontro tra la Casa Bianca, gli Stati e i tribunali.
I giudici fermano il Dipartimento di Giustizia
Il caso più clamoroso riguarda la California, dove il Dipartimento di Giustizia ha cercato di bloccare oltre 20.000 schede di elettori sospettati di non possedere la cittadinanza americana. Le autorità statali contestano l’attendibilità degli elenchi utilizzati dal governo, avvertendo che potrebbero essere esclusi cittadini perfettamente in regola. Il giudice federale David O. Carter ha respinto la richiesta e venerdì anche la Corte d’Appello del Nono Circuito gli ha dato ragione, ricordando che la gestione delle elezioni spetta principalmente ai singoli Stati. Un’altra sconfitta è arrivata da San Francisco, dove il giudice Trina Thompson ha vietato al Dipartimento di Giustizia e a quello per la Sicurezza Interna di minacciare i funzionari elettorali o costringerli a bloccare lo scrutinio. Il provvedimento, valido fino al 16 novembre, è stato accolto con soddisfazione dal governatore democratico Gavin Newsom, mentre l’amministrazione ha annunciato ricorso.
Le frodi denunciate e quelle accertate
Dall’inizio del secondo mandato di Trump, il Dipartimento di Giustizia ha intensificato le indagini sulle presunte irregolarità, chiedendo agli Stati gli elenchi degli elettori, compresi dati personali sensibili. Molti si sono opposti e il governo ha perso i 27 procedimenti finora arrivati a sentenza. L’amministrazione sostiene di voler impedire il voto illegale dei non cittadini e ha annunciato quasi 200 incriminazioni in 22 Stati. Numeri che, rapportati alle decine di milioni di elettori, non dimostrano l’esistenza di brogli diffusi. Il Dipartimento respinge le accuse di intimidazione e sostiene di voler difendere la democrazia. Ma i tribunali continuano a contestare i metodi utilizzati perché le accuse del presidente non sono suffragate dalle prove.
Anche Epstein entra nella campagna
Nella battaglia degli ultimi giorni è tornato anche Jeffrey Epstein. I democratici hanno investito decine di milioni di dollari in spot che accusano alcuni candidati repubblicani di aver ostacolato la pubblicazione dei documenti riguardanti il finanziere morto in carcere nel 2019, accusato di traffico sessuale e abusi su minorenni. In Iowa, la candidata repubblicana Ashley Hinson ha raccontato di aver dovuto spiegare ai figli che non protegge i pedofili, come suggerivano gli annunci degli avversari. Altri spot hanno preso di mira candidati in Georgia, Colorado e Florida. Ma molte accuse omettono che quasi tutti i repubblicani alla Camera votarono successivamente a favore della pubblicazione dei documenti. Anche in questo caso la propaganda ha spesso sacrificato la precisione alla ricerca dell’effetto emotivo.
Il voto di martedì e la battaglia che potrebbe seguire
Il problema, adesso, non è soltanto sapere chi controllerà il Congresso, ma capire che cosa accadrà quando arriveranno i risultati. Il Dipartimento di Giustizia ha già chiesto agli Stati di conservare registri e documentazione elettorale, avvertendo che eventuali inadempienze potrebbero provocare conseguenze legali. Un’iniziativa che, nel clima creato dalle continue accuse di Trump, alimenta il timore di nuove controversie dopo il voto. Non è chiaro se il presidente stia preparando una strategia per contestare un eventuale risultato sfavorevole oppure cerchi di attribuire in anticipo ai presunti brogli le difficoltà del suo partito. Le due ipotesi non si escludono. Di certo, Trump ha legato il proprio prestigio a queste elezioni, invitando gli americani a votare per i candidati repubblicani come se sulla scheda ci fosse il suo nome. Martedì sapremo quanto quell’appello sarà stato ascoltato. Resta però una questione più profonda. Le maggioranze cambiano, i partiti vincono e perdono. È la democrazia. Molto più difficile è ricostruire la fiducia dei cittadini quando viene continuamente messa in discussione l’affidabilità delle urne. Trump denuncia frodi prima ancora che i voti siano stati contati. I giudici, per ora, gli stanno ricordando che anche il presidente deve rispettare le regole. E che in democrazia l’ultima parola spetta agli elettori, non alla Casa Bianca.
* The Voice of New York






