Anche la Chiesa cattolica ha preso le distanze dal Board of Peace di Trump che si è riunito a Washington e al quale ha preso partre, tra non poche polemiche in patria, l’Italia, in veste di osservatore, che le opposizioni in Parlamento hanno definito “un Paese partecipante non votante”. Il nostro Paese – che in base alla Costituzione non può partecipare a organismi internazionali se non in condizioni di parità – ha preso parte con il ministro degli Esteri, non con la premier Giorgia Meloni. Al Board era presente anche il presidente della Fifa Infantino, a conferma del forte legame con Trump e nonostante le asserite distanze che il mondo del calcio si vanta di avere con la politica.
Il Vaticano ha detto un secco No al nuovo progetto diplomatico della Casa Bianca. Papa Leone XIV ha deciso di non aderire al “Board of Peace”, segnando una frattura netta con l’iniziativa statunitense che ambisce a ridisegnare gli equilibri della governance internazionale. Un rifiuto simile a quello dei grandi Paesi europei (Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna). Una scelta resa nota dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, che ha motivato il rifiuto sottolineando la centralità delle Nazioni Unite nella gestione delle crisi globali: “A livello internazionale, dovrebbe essere soprattutto l’ONU a gestire queste situazioni di crisi”.
Un organismo alternativo all’ONU. Il Board of Peace è stato presentato a gennaio durante il World Economic Forum di Davos come una piattaforma per coordinare la ricostruzione di Gaza – scrive Zoe Andreoli da New York – Tuttavia, fin dall’annuncio, l’iniziativa ha suscitato perplessità tra numerosi alleati occidentali. Secondo il progetto, il leader del GOP avrebbe il potere di nominare i membri, definirne l’agenda e supervisionarne le risorse finanziarie. Un’impostazione che, di fatto, configurerebbe un organismo multilaterale sotto controllo diretto americano.
Il costo previsto per un seggio permanente, un miliardo di dollari dopo i primi tre anni gratuiti, e la facoltà del presidente di scegliere il proprio successore hanno ulteriormente alimentato i dubbi sulla natura e sulla legittimità dell’ente.
La questione Gaza e i numeri della crisi
La prima riunione del Board è prevista a Washington con al centro la situazione a Gaza. Il conflitto esploso dopo l’attacco del 2023, che causò circa 1.200 vittime israeliane e 250 ostaggi, ha provocato una risposta militare di vasta portata. In base ai dati citati nel dibattito internazionale e confermati di recente dallo stesso esercito israeliano dopo reiterate smentite delle cifre diffuse da Hamas, oltre 72.000 persone sono morte nella Striscia e l’intera popolazione sarebbe stata sfollata internamente, con una carenza alimentare diffusa. Un cessate il fuoco coordinato dagli Stati Uniti nell’ottobre scorso è stato più volte violato, aggravando ulteriormente la situazione nell’area. Il Pontefice ha più volte denunciato le condizioni umanitarie e invocato la fine delle ostilità, ribadendo la necessità di soluzioni condivise e riconosciute dalla comunità internazionale.
Una distanza politica e diplomatica. Il rifiuto del Vaticano si inserisce in un contesto già teso tra Papa Leone XIV e l’amministrazione repubblicana. Il Santo Padre, ha espresso in passato critiche verso alcune scelte di politica estera statunitense, incluse operazioni militari e politiche migratorie restrittive. Anche diversi Paesi del G7, del G20 e dei BRICS non hanno aderito formalmente al Board, limitandosi, come nel caso dell’Italia e dell’Unione Europea, a inviare rappresentanti in qualità di osservatori. La scelta riflette dubbi diffusi sulla struttura e sull’orientamento politico dell’organismo, che concentra ampi poteri decisionali nelle mani di Trump.
Tra i Paesi che hanno confermato la loro partecipazione figurano Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Bulgaria, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Kosovo, Marocco, Pakistan, Paraguay, Qatar, Stati Uniti, Turchia e Uzbekistan. La lista dei membri effettivi evidenzia un ampio coinvolgimento di Stati extra-occidentali e nazioni emergenti, sollevando ulteriori interrogativi sull’equilibrio politico e sull’impatto delle decisioni del Board. Parallelamente, l’invito a figure come Vladimir Putin e Alexander Lukashenko leader della Bielorussia ha alimentato ulteriori preoccupazioni sull’orientamento dell’iniziativa e sulla legittimità internazionale delle sue decisioni.
